Loading

Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 31

DANIELA PUPPA INCONTRA PALAZZO MORONI

DANIELA PUPPA

Il mondo della moda e quello del design sono due realtà diverse. La moda ha tempi di pensiero, realizzazione e consumo molto veloci. Il design ha tempi più lunghi ed è pensato, almeno in teoria, per vivere il più a lungo possibile.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Come hai lavorato al progetto per DimoreDesign?

Daniela Puppa: Visitando Palazzo Moroni, un luogo da cui si rimane affascinati, ho pensato di lavorare all’idea di inserire i miei pezzi qua e là quasi a mimetizzarsi in ogni ambiente.

Oggetti dell’arredo esistente mescolati e disordinati, come di qualcuno che è passato e ha lasciato le tracce del suo passaggio.

G.D.P.: Un po’ come quando si rientra a casa e si poggiano oggetti e indumenti a caso, dove capita.

D.P.: Sì, esattamente. Mi piace l’idea che chi visiterà lo spazio non sia interessato dai miei oggetti, ma incuriosito e che per vederli debba cercarli in mezzo al resto. Per semplicità ho privilegiato soprattutto oggetti di vetro, vasi, lampade. Vetri colorati luminosi e non, che ritrovi nelle stanze. Alla fine c’è un unico oggetto anomalo nella camera da letto, un oggetto, un accessorio abbandonato da qualcuno di passaggio.

G.D.P.: Come molti architetti designer hai studiato al Politecnico di Milano. Cosa ricordi degli studi?

D.P.: Prima ancora ho studiato al Liceo Artistico di Brera.

G.D.P.: Come mai non hai deciso di proseguire all’Accademia di Belle Arti?

D.P.:

Ero certa di non voler fare “l’artista”, ma di voler lavorare sugli oggetti, sul pensiero, sul progetto.

G.D.P.: Con chi hai studiato al Politecnico? Quali docenti sono stati per te significativi?

D.P.: Ho studiato negli anni della contestazione, parliamo del sessantotto, vivendo accanto a docenti straordinari come Castiglioni. Contrariamente a quello che poi è stata la mia evoluzione, il mio interesse all’inizio è andato all’urbanistica, perché era un modo di progettare che metteva insieme valori, esigenze della nuova società e accanto a docenti di grande rilievo come Lucio Stellario d’Angiolini e Piero Bottoni. Quindi ho preso una laurea in urbanistica per approdare poi a Casabella in qualità di redattrice.

G.D.P.: La Casabella di Mendini?

D.P.: Sì da me conosciuto allo Studio Nizzoli dove, all’inizio, seguivo progetti legati all’urbanistica. Mi resi subito conto che questa disciplina era troppo vincolata dalla burocrazia e lontana dai progetti affrontati durante gli studi. Fu lì che Mendini mi propose, insieme ad altri come Franco Raggi, di andare a lavorare a Casabella. Lì ho avuto la grande occasione di lavorare con lui e di conoscere i più importanti personaggi dell’architettura italiana e straniera.

G.D.P.: Di cosa scrivevi?

D.P.: I temi a Casabella erano molto ampi, dall’urbanistica al settore dell’arredo e altro. Ho scritto anche articoli di taglio economico che mettevano in luce non tanto il lato progettuale, quanto la realtà polverizzata della produzione italiana ancora lontana dalla logica industriale.

G.D.P.: Come hai partecipato al Sessantotto?

D.P.: In vari modi, anche rifacendo esami che a seguito del Sessantotto erano stati annullati.

G.D.P.: E anche?

D.P.: Partecipando a una ricerca in Calabria, un progetto di grande respiro sulle nuove possibili rivalutazioni del territorio in termini urbanistici e architettonici.

G.D.P.: Intanto, dopo Casabella, sei parte del gruppo dei fondatori di Modo, rivista specifica di design.

D.P.: Sì. In questa mi sono occupata di design, di autori. In tutto ciò, insieme a Lidia Mendini, avevo messo a punto una serie di schede molto tecniche, a 360 gradi, che riguardavano non solo gli oggetti del bel design, ma tutto il mondo dei prodotti “intelligenti”.

G.D.P.: Ma quando avviene il passaggio dal lavoro di redazione alla progettazione di oggetti, cose?

D.P.: Lo scatto del progetto è avvenuto con Studio Alchimia, gruppo referente molto vicino a noi con interventi che erano piuttosto di sperimentazione, sfociato nella mostra in Triennale L’oggetto banale per la quale, insieme a Franco Raggi, ho disegnato una lampada per l’allestimento. Da lì è partita l’avventura progettuale tutt’ora in corso.

G.D.P.: E il primo oggetto progettato da sola?

D.P.: La lampada Plutone per Fontana Arte, il mio primo pezzo entrato in catalogo.

Daniela Puppa, PLUTONE Fontana Arte 1981
Un oggetto in cui, come succede le prime volte, ci metti dentro tutto: il tuo sapere e le idee.

G.D.P.: Come fu accolta?

D.P.: Molto apprezzata.

G.D.P.: Anche dal punto di vista delle vendite?

D.P.: Non proprio, era un oggetto molto costoso. Col tempo ne ho disegnate altre che, commercialmente, hanno avuto più successo. Ma quella volta non mi ero preoccupata affatto dei costi di produzione.

G.D.P.: Con questo inizia la tua vera e propria attività di designer?

D.P.: Sì, contemporaneamente per Alchimia ho disegnato una collezione di tessuti con stampe che ricreavano superfici inedite come il vetro, applicato poi a forme morbide come cuscini e divani.

G.D.P.: Non tessuti per abiti, ma per arredamento?

D.P.: Esatto.

G.D.P.: Hai partecipato anche alle mostre precedenti di Alchimia?

D.P.: Per esempio a performance come quella al Politecnico organizzata insieme a Guerriero per uno spettacolo dei Magazzini Criminali. In quell’occasione ho disegnato gli abiti degli attori.

G.D.P.: Hai fatto anche parte di Memphis?

D.P.: Per loro ho fatto un solo oggetto, un vassoio da tavola. Un quadrato d’argento con bordi e impugnatura colorata. Una tipologia della tradizione Greca rivisitata nel mio linguaggio.

G.D.P.: Ti sentivi più vicino ad Alchimia o a Memphis?

D.P.: Ad Alchimia per aver vissuto più esperienze con loro. Come dicevo, per Memphis, ho fatto un solo oggetto.

G.D.P.: Erano gli anni in cui si apriva la rivoluzione postmoderna vissuta anche attraverso il design?

D.P.: Sono partita da progetti più ludici; col tempo, il mio interesse si è rivolto a un design più essenziale, minimalista. Un esempio è il mio lavoro per Fontana Arte in cui è leggibile la mia evoluzione.

G.D.P.: Per Fontana Arte sempre lampade?

D.P.: Lampade e altri oggetti come tavolini, mobili. Inoltre, visto il mio interesse per il tessile, ho collaborato con Limonta alla realizzazione di materiali utilizzati per la progettazione dei negozi Morassutti in tutta Italia.

G.D.P.: E il lavoro per la moda come e quando arriva?

D.P.: Verso la fine degli anni ottanta fui chiamata da Gianfranco Ferré, anche lui studente al Politecnico, che mi propose di affiancarlo nel design degli accessori.

Uniti dal linguaggio comune del progetto, mi è stato facile lavorare nel mondo della moda, anche se apparentemente distante da quello degli oggetti per la casa.

G.D.P.: Dopo Ferrè il tuo campo d’intervento nella moda si è maggiormente ampliato?

D.P.: Alla Maison Dior sono arrivata insieme a Ferrè. Poi ho continuato con il gruppo LVMH per Vuitton e altri brand del gruppo. Contemporaneamente ho avuto occasioni in cui ho incrociato moda e design per un lavoro di architettura d’interni. Un bel lavoro dentro una bellissima architettura disegnata da Caccia Dominioni per la seteria Ratti.

G.D.P.: Cosa ha significato per te questo confronto con un maestro dell’architettura come Caccia Dominioni?

D.P.: Gli spazi erano talmente ben definiti che il mio compito è stato quello di rendere uno spazio circolare di facile e variabile utilizzo per presentazioni di collezioni di tessuti.

Arredi mobili per un ambiente in continuo mutamento. Spazi aggregabili e pareti morbide su cui appendere tessuti e disegni.

G.D.P.: Oggi con quale aziende di design continui a lavorare?

D.P.: Barovier & Toso e recentemente con Firmamento, una nuovissima azienda nata grazie alla passione e alla lunga esperienza di Carlo Guglielmi con il quale ho lavorato per lungo tempo in Fontana Arte.

G.D.P.: Di che tipo è il tuo rapporto con le aziende?

D.P.: Una volta si lavorava su una richiesta di progetti e prodotti. Ora mi capita anche di pensare a qualcosa legato ad aziende di cui conosco la storia.

G.D.P.: E vanno in porto?

D.P.: Alcune volte sì, altre no.

G.D.P.: Per esempio?

D.P.: Nel caso di Firmamento mi è stato chiesto di pensare ad un “oggetto luminoso” da inserire in una collezione di progettisti milanesi.

G.D.P.: In Italia lavori soprattutto con aziende di design, all’estero, soprattutto in Francia con quelle di moda?

D.P.: Sì, anche se mi è capitato di lavorare per aziende di design straniere come Roset, su divani e sedute o Toyo Kitchen per un progetto di cucine.

G.D.P.: E le differenze?

D.P.:

Il mondo della moda e quello del design sono due realtà diverse. La moda ha tempi di pensiero, realizzazione e consumo molto veloci. Il design ha tempi più lunghi ed è pensato, almeno in teoria, per vivere il più a lungo possibile.

G.D.P.: Tu lavori da tanti anni con marchi come Vuitton, per cui hai assistito all’ingresso di artisti. Come ti rapporti?

D.P.: In realtà il mio ruolo nei due settori è molto differente. Nel design firmo i miei progetti. Nel fashion sono la consulente del brand per cui collaboro. Potrei definirlo “un lavoro di alto anonimato”, che significa poter attingere a competenze, materiali e manodopera di altissimo livello.

G.D.P.: Per il Salone e il Fuori Salone quest’anno hai presentato qualcosa?

D.P.: Insieme a Barovier & Toso abbiamo rieditato una lampada a sospensione riqualificando l’aspetto illuminotecnico riducendo notevolmente i costi di produzione.

G.D.P.: Come vivi le due realtà del Salone e Fuori Salone?

D.P.: Salone e Fuori Salone sono realtà che vanno vissute senza barriere e consumate contemporaneamente.

G.D.P.: L’attività della scrittura l’hai abbandonata completamente, oppure…?

D.P.: Scrivo per argomenti legati al mio lavoro o ai miei interessi.

G.D.P.: Quali sono i temi più interessanti oggi?

D.P.: Ci sono temi, come la sostenibilità, che riguardano il mondo della moda e del design.

Testare e tastare nuovi terreni alla ricerca di materiali sia in termini di sostenibilità che di prestazione è un modo per arrivare a nuovi prodotti con effetti imprevisti.

G.D.P.: Ora a cosa stai lavorando?

D.P.: Ad un progetto per Barovier & Toso che unisce forme tradizionali a tecniche e funzionalità attuali.

G.D.P.: Un oggetto del desiderio che non hai mai progettato e che ti piacerebbe progettare?

D.P.: Non ho un desiderio particolare.

Mi piacerebbe però coordinare una collezione di oggetti per la casa e per la persona che corrispondano a un mondo e un modo di vivere in continua mutazione. Il tutto condiviso con lo stimolo di un gruppo di lavoro molto eterogeneo.

BIO

DANIELA PUPPA (1947) Laureata in architettura al Politecnico di Milano, architetto e designer poliedrico, svolge la sua attività nei campi del product e fashion design e ha fatto dello stile e dell’eleganza il suo tratto distintivo. Ha iniziato la sua attività nella rivista CASABELLA e ha partecipato alla creazione di MODO. I primi lavori nel campo del design riguardano le sperimentazioni con i gruppi avanguardisti Alchimia e Memphis. Ha progettato per diverse aziende nel settore del mobile, dell’illuminotecnica e del textile design, tra cui Artemide, Barovier&Toso, FontanaArte, Poltrona Frau, Cappellini, Limonta. Ha collaborato come designer di accessori per il gruppo LVMH e Dior. Svolge attività didattica al Politecnico di Milano nella facoltà di Disegno Industriale, allo IULM e alla Domus Academy di Milano, dove tiene seminari ed è relatore di progetti che riguardano le connessioni tra sistema moda e design.

PALAZZO MORONI

Il giardino lussureggiante, le ampie sale barocche e la posizione panoramica sulla pianura sono solo alcuni dei tratti che rendono palazzo Moroni un unicum nel panorama bergamasco. L’edificio, risalente alla prima metà del ‘600, venne realizzato su iniziativa del “proto-industriale” serico Antonio Moroni con l’obiettivo di mostrare alla città la ricchezza che raggiunse l’omonima famiglia con l’industria della seta. Non poche furono le difficoltà da superare nella fase di costruzione: venne scavato il colle retrostante, si abbatté il palazzo dirimpettaio e si innalzò l’edificio creando più livelli sovrapposti. Nonostante i vincoli, il risultato ottenuto fu una residenza spettacolare: una dimora sorta dalla forza di volontà e dalla lucida follia del carattere bergamasco che dietro ad ogni impedimento trova la possibilità di superarlo.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Opere (in ordine di apparizione): Lady D bag per Dior (ph. Ezio Manciucca); Lampada XL per Fontana Arte (ph. Ezio Manciucca); Lampada Prima Signora per Fontana Arte e Lampada Athena per Barovier & Toso (ph. Ezio Manciucca); Collezione vetri per Vistosi (ph. Ezio Manciucca); Lampada a sospensione Eden per Barovier & Toso (ph. Ezio Manciucca); Lampada da tavolo Etoile per Firmamento Milano (ph. Ezio Manciucca) | Editing Roberta Facheris