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L'alba della guerra fredda Dalla grande alleanza al contenimento

L'inizio della sovietizzazione dell'Europa orientale

Obiettivo fondamentale dell'Unione Sovietica nel dopoguerra fu la realizzazione e il consolidamento della sfera d'influenza che aveva conquistato con le avanzate dell'Armata rossa nell'ultima fase del conflitto e che le era stata riconosciuta con gli accordi di Yalta.

L'espansione del blocco sovietico dal 1938 al 1948 (tratto da Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Eastern_Bloc)

Secondo questi accordi, in Ungheria essa doveva arrivare all'80%. Ma le elezioni del novembre 1945 non furono vinte dai comunisti: il partito dei piccoli proprietari, infatti, ottenne il 57% dei voti. Il 1° febbraio, alla proclamazione della Repubblica ungherese, fu eletto presidente Zoltàn Tildy, l'esponente più prestigioso di quel partito.

In Bulgaria le elezioni, che si svolsero anch'esse in novembre, diedero la maggioranza ai comunisti e Georgi Dimitrov assunse la carica di primo ministro. Esisteva ancora la monarchia, ma soltanto sul piano formale: dopo la morte di Boris III, nel 1943, era stato formato un consiglio di reggenza, perché l'erede al trono, Simeone II, aveva solo sei anni. Il consiglio aveva collaborato con i tedeschi e il governo guidato da Dimitrov ne mise sotto processo i membri, con l'accusa di collaborazionismo. Nel settembre del 1946 si svolse un referendum per decidere la forma istituzionale da dare al paese. La repubblica vinse con il 93 % dei voti, ma i partiti anticomunisti, che erano all'opposizione, ottennero ancora il consenso del 28% del corpo elettorale.

Anche in Romania la monarchia era sopravvissuta alla guerra. Nel 1940 il re Carol II aveva abdicato in favore del figlio Michele, ma il potere era nelle mani di Ion Antonescu, che prima aveva ricevuto il sostegno della Guardia di ferro e poi l'aveva sciolta, stabilendo stretti rapporti con i tedeschi. Nell'agosto del 1944, di fronte all'avanzata sovietica, Michele aveva fatto arrestare Antonescu ed era passato dalla parte dell'alleanza antifascista, salvando momentaneamente il trono.

In Cecoslovacchia fu formato nel 1945 un governo di coalizione: lo guidava Edvard Benes, autorevole esponente della democrazia cecoslovacca nel periodo tra le due guerre mondiali. Era comune a tutti i cecoslovacchi, comunisti e no, la volontà di far pagare a caro prezzo ai tedeschi dei Sudeti il sostegno dato a Hitler. Benes li considerava traditori e già quando aveva presieduto a Londra un governo provvisorio in esilio aveva annunciato che alla popolazione di origine tedesca non sarebbe stato concesso alcun particolare diritto: le sue scuole e la sua università sarebbero state chiuse. Ma si andò oltre: fu decisa, infatti, una vera e propria pulizia etnica, come punizione di quella effettuata dal governo nazionalsocialista. Nel marzo del 1945 Benes disse a Molotov che sarebbero stati espulsi due milioni di tedeschi dai Sudeti: soltanto a ottocentomila sarebbe stata concessa l'integrazione.

In Polonia il baricentro della nazione si era spostato verso est, a causa dell'annessione di territori polacchi all'URSS e di territori tedeschi alla Polonia. Nel paese si verificò una gigantesca migrazione interna, che nella parte occidentale diede luogo a una pulizia etnica simile a quella avvenuta nei Sudeti. Già il governo polacco in esilio, in cui i comunisti non erano rappresentati, aveva stabilito che alla fine del conflitto i tedeschi sarebbero stati espulsi da tutte le regioni che avrebbero fatto parte della nuova Polonia. Una parte dei tedeschi fuggì, un'altra fu espulsa. I campi di sterminio, tra i quali Auschwitz, furono trasformati in campi di lavoro per tedeschi. Grazie alla presenza delle truppe sovietiche le elezioni che si tennero in Polonia nel gennaio del 1947 furono vinte, con il 90% dei voti, da un Blocco che si definiva democratico ma era egemonizzato dai comunisti. Il capo del partito contadino, il maggiore partito della Polonia fino a quando c'era stata una relativa libertà, riparò all'estero, sostenendo che la prova elettorale si era svolta in un clima di repressione.

In Albania e in Iugoslavia era stata già instaurata una dittatura comunista. L'Albania era stata trasformata in repubblica popolare da Enver Hoxha I'11 gennaio 1946. Soprattutto nelle zone montuose la popolazione era ancora profondamente legata a tradizioni arcaiche, proprie di una società divisa in clan. Hoxha pretese d'immetterla di colpo nel futuro, ma anche quello da lui auspicato era un futuro dal cuore molto antico, permeato di nazionalismo: il comunismo albanese si mantenne sempre arroccato in una presunta purezza ideologica, che derivava, in realtà, dal timore di contaminazioni provenienti dall'esterno. In Iugoslavia la repubblica popolare, con la presidenza di Josip Broz, conosciuto col nome di battaglia di Tito, fu proclamata il 23 novembre 1945. La sua nascita fece sperare nella fine delle divisioni etniche: Tito, infatti, era croato, apparteneva cioè alla stessa etnia di Ante Pavelic, fondatore del movimento filofascista degli ustascià, che non veniva così discriminata.

Il discorso di Fulton di Winston Churchill: la «cortina di ferro»

Il primo no alla sovietizzazione dell’Europa venne da Fulton, una cittadina del Missouri. Il 5 marzo 1946, in occasione del conferimento di un riconoscimento accademico da parte di un’università locale, Churchill vi pronunciò un discorso considerato da molti storici come l’inizio della Guerra fredda. E capo dei conservatori britannici, come chiarì subito lui stesso, non aveva nessuna missione o qualifica ufficiale: il primo aperto attacco alla politica sovietica fu sferrato perciò da un uomo che godeva di un grandissimo prestigio politico, ma, non avendo in quel momento incarichi di governo, non poteva provocare un incidente diplomatico. La presenza di Truman alla cerimonia conferì però egualmente un carattere semiufficiale alla presa di posizione di Churchill.

Con il discorso di Fulton, in realtà, egli non diede avvio alla Guerra fredda, cominciata in sordina da tempo, ma ammise pubblicamente la sua esistenza, portando all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale una frattura che molti rifiutavano ancóra di riconoscere, nell’illusione che la conclusione della Seconda guerra mondiale avesse aperto un periodo di duratura pace.

Il passo più famoso del discorso è il seguente:

«Da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico un sipario di ferro è disceso attraverso il continente. Al di là di questa linea si trovano tutte le capitali degli antichi stati dell’Europa centrale e orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Belgrado, Bucarest e Sofia, tutte queste famose città e le popolazioni che le circondano si trovano in quella che devo chiamare la sfera sovietica e sono tutte soggette, in una forma o in un’altra, non solo all’influenza sovietica, ma a un’altissima e, in molti casi, crescente misura di controllo da Mosca».

Il linguaggio di Churchill a Fulton non fu ancora così aspro da costituire un’aperta dichiarazione di ostilità. «Io non credo che la Russia sovietica desideri la guerra», disse. Appariva evidente che i dirigenti sovietici volevano «i frutti della guerra e un’indefinita espansione della loro potenza e delle loro dottrine», ma nessuno ancora sapeva fin dove si sarebbero spinti e se e dove si sarebbero fermati:

«Nessuno conosce cosa intendano fare nell’immediato futuro la Russia sovietica e la sua organizzazione internazionale, o quali siano i limiti, se ce ne sono, della loro tendenza a espandersi e a fare proseliti».

Ma ciò che aveva visto durante la guerra aveva convinto Churchill che per gli «amici russi» «non c’era niente che essi ammirassero quanto la forza e non c’era niente che rispettassero meno della debolezza, soprattutto della debolezza militare».

Stalin rispose al discorso di Fulton con un’intervista alla «Pravda», in cui sostenne che Churchill aveva l’atteggiamento di un «attivista di guerra» e che in questo non era solo, perché aveva amici non soltanto in Gran Bretagna, ma anche negli Stati Uniti. Ricordò ironicamente che in Gran Bretagna era dovuto passare all’opposizione, perché era stato sconfitto dai laburisti, ma sapeva benissimo che Churchill contava ancora molto e il suo accenno alla necessità di una stretta alleanza tra i due paesi anglosassoni lo irritò, al punto da accusarlo di razzismo. Hitler, disse, aveva cominciato a togliere il guinzaglio alla guerra quando aveva proclamato la sua teoria razziale, dichiarando che soltanto il popolo che parlava la lingua tedesca rappresentava una vera nazione. Churchill stava facendo la stessa cosa, avanzando anche lui una teoria razziale: soltanto le nazioni che parlavano la lingua inglese erano vere nazioni, chiamate a decidere i destini del mondo intero.

La risposta di Stalin era propagandistica, ma chiara, e faceva capire che l’Unione Sovietica non aveva alcuna intenzione di mutare politica: quello che Churchill definiva espansionismo era per l’URSS il modo di provvedere alla propria sicurezza. Una prima verifica delle intenzioni sovietiche si ebbe in Cecoslovacchia, dove si svolsero le elezioni nel maggio del 1946. I comunisti ottennero il 38% dei voti, ma prevalsero nettamente nell’attribuzione dei ministeri. Non si può dire però che la strada verso l’instaurazione di una dittatura fosse già inevitabilmente tracciata: alla presidenza della Repubblica fu eletto infatti Edvard Benes.

La risposta dell’Occidente: la «dottrina Truman»

Tra il discorso di Churchill sulla cortina di ferro e quello di Truman che il 12 marzo 1947 ne segnò la traduzione in termini operativi trascorse un anno. Fu un anno decisivo per le sorti dell’Europa. Quando Churchill aveva parlato a Fulton la situazione era ancora per molti aspetti fluida. Nel marzo del 1947 aveva invece assunto fortissimi elementi di rigidità. Le isole di democrazia parlamentare, ancora esistenti nell'Europa orientale nel 1946, si erano andate sempre più restringendo. Nello stesso tempo, si era venuto consolidando anche il campo occidentale.

La GRECIA E LA TURCHIA, TERRENO DI SCONTRO TRA GLI OCCIDENTALI E I SOVIETICI

Avvenimenti decisivi si erano svolti in Grecia. I tedeschi avevano dovuto abbandonarla nell’ottobre del 1944. L’esercito partigiano guidato dai comunisti aveva formato, in opposizione a quello greco in esilio, un governo provvisorio che aveva esteso la sua autorità su tutta la Grecia, tranne Salonicco e Atene, occupata dagli inglesi agli inizi di dicembre. Era stato poi raggiunto un accordo e i comunisti erano entrati in un governo di unità nazionale. Ma nel Partito comunista esisteva una forte corrente che rifiutava ogni compromesso con i partiti borghesi: ne era a capo Markos Vafiadis (noto con il nome di battaglia Markos), che riuscì a ottenere il sopravvento, dopo che i partiti moderati ebbero vinto le elezioni tenute nel settembre del 1946, grazie anche all’appoggio degli inglesi e all’astensionismo elettorale dei comunisti. La vittoria fu la premessa per il ritorno della monarchia e per la radicaliz-zazione della situazione politica, con l’inizio della lotta armata da parte dei comunisti che appoggiavano Markos. Agli avvenimenti greci si aggiunsero quelli polacchi: nel febbraio del 1947, al governo di unità nazionale nato in Polonia nel luglio del 1945 se ne sostituì un altro, formato soltanto dai comunisti e dai socialisti loro alleati. Si rafforzò così la convinzione di Truman della necessità di porre un argine all’espansione del comuniSmo in Europa.

Il 12 marzo 1947 il presidente degli Stati Uniti esordì proprio annunciando che il governo greco aveva rivolto a quello americano «un appello urgente per assistenza finanziaria ed economica». Questa era «imperativa», se si voleva che la Grecia continuasse a essere una nazione libera. Truman si fermò sulla «tragica» situazione dell’economia greca alla fine della guerra con accenti commossi, destinati a persuadere un Congresso e un’opinione pubblica ancora riluttanti a impegnarsi a fondo in Europa. Era proprio a causa della miseria che, secondo Truman, l’esistenza dello Stato greco era minacciata «dalle attività terroristiche di parecchie migliaia di armati, guidati dai comunisti», che agivano soprattutto nelle regioni vicine alle frontiere settentrionali. Riconobbe che il governo greco non era «perfetto», ma aggiunse che stava facendo

il possibile in un’«atmosfera di caos e di estremismo». Passò poi a illustrare la necessità di aiutare anche la Turchia e si soffermò sulla situazione che si era creata nell’Europa orientale, in Polonia, Romania e Bulgaria, «in violazione degli accordi di Yalta». Infine ritornò, con considerazioni più generali, sulla miseria:

«I semi dei regimi totalitari sono nutriti dalla miseria e dal bisogno. Si diffondono e crescono nel cattivo terreno della povertà e dei conflitti».

Era dunque necessario intervenire per migliorare le condizioni di vita degli europei. Contro l’Unione Sovietica fu adottata la linea indicata in un articolo pubblicato nel luglio 1947 da George F. Kennan, un uomo politico statunitense che è stato considerato perciò l’ideologo occidentale della Guerra fredda. L’espansionismo sovietico, sosteneva Kennan, doveva essere contenuto applicando una forza contraria su una serie di punti politici e geografici che cambiavano continuamente - poiché la linea del Cremlino era flessibile - sulla base di una considerazione realistica delle diverse situazioni.

«...l'elemento principale della politica degli Stati Uniti nei confronti dell'Unione Sovietica deve essere un lungo, paziente ma fermo e vigile contenimento delle tendenze espansioniste Russe... la pressione Sovietica contro le istituzioni libere del mondo occidentale è qualcosa che può essere contenuto dall'abile e vigile applicazione di contromisure che rispondano alle manovre politiche dei Sovietici»

Kennan concludeva l’articolo sostenendo che bisognava essere grati alla Provvidenza, perché, con questa sfida implacabile, metteva la sicurezza della nazione americana nelle mani del suo popolo, costringendolo ad accettare la responsabilità della leadership politica e morale affidatagli dalla storia.

«Il piano Marshall»

Come aveva avvertito Truman, la minaccia dell’impiego della forza non era sufficiente: era necessario il risanamento dell’economia europea, che fu perseguito attraverso il piano Marshall, dal nome del segretario di Stato George Marshall, che lo rese pubblico in un discorso pronunciato all’Università di Harvard il 5 giugno 1947. Marshall si rivolse anzitutto all’opinione pubblica americana: «La gente di questo paese è lontana dalle aree tormentate della terra ed è difficile per essa comprendere la situazione penosa e la conseguente reazione di popoli che hanno sofferto a lungo». Secondo Marshall, la stessa divisione del lavoro tra città e campagna, che costituiva «la base della civiltà moderna», era minacciata dalla miseria. Bisognava ricostruire l’economia europea e questa ricostruzione, affermava Marshall, non era diretta contro

altri paesi o dottrine politiche, ma «contro fame, povertà, disperazione e caos». Il Congresso si lasciò convincere ad approvare il piano anche dalla constatazione che il fiume di denaro che sarebbe affluito in Europa sotto forma di aiuti sarebbe tornato negli Stati Uniti per acquistare merci, contribuendo in misura decisiva allo sviluppo dell’economia statunitense nel dopoguerra.

Il Piano Marshall rimette sulla giusta rotta la nave Europa secondo la propaganda occidentale (Fonte: http://www.lasegundaguerra.com/viewtopic.php?f=86&t=13087)

Per capire il significato e la portata del piano Marshall, bisogna ricordare la situazione dell’economia mondiale nel 1946. Dal 1940 al 1944 il prodotto interno lordo degli Stati Uniti era cresciuto dell’84%, grazie alla produzione di guerra. Nel 1945 aveva però già conosciuto una flessione, che si era accentuata nel 1946, quando era disceso al 76% del massimo livello raggiunto nel 1944, che sarebbe stato nuovamente superato soltanto nel 1953. Contrariamente a quella americana, l’economia sovietica era stata gravemente danneggiata dalla guerra. Il calcolo del prodotto interno lordo per i paesi comunisti è molto più difficile che per quelli a economia capitalistica. Si ritiene comunque che nel 1946 quello dell’Unione Sovietica fosse i tre quarti del 1940 e soltanto un quarto di quello degli Stati Uniti, che era nettamente superiore anche se considerato pro capite: il cittadino americano aveva a propria disposizione una quantità di beni quasi quintupla di quello sovietico, inferiore anche ai beni di cui disponevano gli abitanti della Cecoslovacchia, il solo paese dell’Est comunista in grado di sostenere il confronto con i paesi dell’Europa occidentale.

Con il piano Marshall l’americanizzazione dell’Europa trovò un fondamento economico. A proposito delle conseguenze della crescente influenza statunitense ho già ricordato come, attraverso i film di Hollywood, l’Europa occidentale si convinse di avere combattuto la Seconda guerra mondiale dalla parte giusta, contro nazionalsocialismo e fascismo. Ma il cinema fece molto di più: propagandò e diffuse il modello di vita americano, che la gente comune apprezzava e che ben presto cominciò a porsi come un traguardo, nonostante le forti resistenze da parte degli intellettuali, che intendevano difendere le proprie fortezze culturali e la loro stessa funzione.

Conservando tuttavia una sua specificità. Anche se socialmente imborghesito, l’operaio europeo restava diverso da quello americano: aspirava, infatti, sulla scorta delle esperienze compiute dai partiti della sinistra a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, ad avere anche una diretta rappresentanza politica, che non soltanto ne difendesse gli interessi economici ma ne interpretasse anche ima visione della società fondata su una democrazia non soltanto parlamentare ma anche sociale. Anche per questo motivo in quegli anni era ancora forte nelle classi operaie, pure tra i non comunisti, il mito dell’Unione Sovietica, che nella Costituzione staliniana del 1936 aveva introdotto i diritti sociali accanto a quelli politici. E nelle nuove costituzioni europee se ne tenne conto.

Bibliografia:

  • A. LEPRE, Guerra e pace nel XX secolo. Dai conflitti tra Stati allo scontro di civiltà. Bologna, Il Mulino, 2005, pp. 267-280.

Filmografia:

  • I caduti della seconda guerra mondiale (https://vimeo.com/128373915)
  • Filmato di Berlino nel 1945 dopo la guerra (https://www.youtube.com/watch?v=rLlhVc5qErY)
  • La dichiarazione dei diritti universali dell'uomo del 1948 (https://www.youtube.com/watch?v=F-WktGCFLA0)
  • Gli accordi di Bretton Woods e la nascita dell'FMI (https://www.youtube.com/watch?v=aSoStWapBjc)
  • Esplosione di bomba nucleare nell'atollo di Bikini (https://www.youtube.com/watch?v=HZyIVVW1mFY)

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