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IMI: diario di una prigionia 1943: la storia degli internati militari

di Vincenzo Grienti

Roma, Villa Almone. C’è una storia nella grande e drammatica storia della Seconda guerra mondiale che rende testimonianza dei giorni che seguirono l’8 settembre 1943. E’ la storia di Michele Montagano, tra i pochi reduci rimasti che testimoniano il dramma della prigionia e dell’internamento nel lager KZ di Unterlüss. Montagano riceve l’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania nel grado di Ufficiale (Verdienstkreuz 1. Klasse), conferito dal Presidente della Repubblica Federale Frank-Walter Steinmeier. Un riconoscimento consegnato dall’Ambasciatore tedesco in Italia Viktor Elbling, per il fondamentale contributo che ha dato alla comune cultura della memoria che è di grandissima importanza per le relazioni tra l’Italia e la Germania.

L'ambasciatore tedesco in Italia Viktor Elbling e Michele Montagano

Michele Montagano era uno dei seicentomila soldati italiani che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si rifiutarono di collaborare con nazionalsocialisti e fascisti, e per questo furono internati nei lager tedeschi, in condizioni disumane. Cinquantamila di loro morirono durante la prigionia.

Nonostante la sua veneranda età continua il suo impegno instancabile per la memoria, incontrando studenti e cittadini in tutta Italia e non solo: è stato anche diverse volte in Germania per portare la sua testimonianza. È stato ospite d’onore all’inaugurazione del Memoriale per gli Internati Militari Italiani a Berlino-Niederschöneweide insieme ai due Ministri degli Affari Esteri d’Italia e Germania. Classe 1921, Montagano, è presidente dell’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia (ANRP), ma ogni volta che ripercorre la sua storia i suoi occhi si illuminano: “In mille occasioni e in diversi contesti ho avuto modo di raccontare la vicenda che ha lasciato traccia indelebile sulla mia persona, come l’ha lasciata su migliaia di compagni che, come me, hanno condiviso un destino dietro il filo spinato, sottoposti a violenze e umiliazioni, affrontando condizioni di vita durissime, finanche la morte, per aver detto NO alla collaborazione con il nazifascismo – dice Montagano -.Ogni volta che rendo la mia testimonianza, ci tengo a sottolineare che, pur essendo difficile perdonare, sono riuscito a passare attraverso il tragico mondo concentrazionario senza odiare nessuno, neppure i nazisti, anche se loro, per quasi venti lunghi mesi, hanno cancellato dal consorzio umano il nome del tenente Michele Montagano, sostituendolo con il numero 27539 come IMI e con il numero 370 come politico KZ”.

La vita nei lager (foto archivio Vialli)

Sembra incredibile, ma fu proprio durante quei durissimi mesi, in quel “mondo fuori dal mondo”, che Michele Montagano, così come gli altri internati di varie nazionalità, elaborarono per la prima volta quel sogno che li ha sostenuti come una luce nei momenti bui del nostro soffrire: “L’anelito a costruire un’Europa unita, senza più guerre e fili spinati” ha detto Montagano. “I primi anni della ricostruzione post bellica ci fecero intravedere la possibilità di realizzarlo. Fu un processo lento e complesso, un alternarsi di luci e ombre, di delusioni e di speranze – aggiunge -. Poi, con la caduta del Muro di Berlino, sembrò finalmente che tutto si potesse appianare e si cominciò a guardare con occhio nuovo al passato, volgendo lo sguardo verso un futuro pacificato. Le contraddizioni del mondo di oggi ci lasciano, però, ancora una volta disincantati e disorientati. Purtroppo, esempi recenti sembrano una triste conferma che quel sogno in cui credevamo appena usciti dalle rovine della guerra, si stia infrangendo attualmente con la costruzione di nuovi muri e fili spinati –prosegue -. Muri e fili spinati che rinascono, prima ancora che come ostacolo fisico, come diaframma ideologico nei comportamenti degli uomini e dei popoli. Vecchie aberranti dottrine e negazionismi riaffiorano e inducono all’odio. Per cercare di contenerne la forza e neutralizzarne gli effetti, dobbiamo parlare specialmente ai giovani, raccontare loro quello che è stato, affinché quel passato non si ripeta mai più”. Uno strumento utile ad avvicinare i giovani e le scuole alla storia degli internati militari è il primo database on line che raccoglie i nomi dei militari italiani caduti nei lager nazisti del Terzo Reich dopo l’8 settembre 1943. Si tratta dell’Albo degli Imi, realizzato dall’Associazione nazionale reduci dalla prigionia con il contributo della Repubblica Federale di Germania, in stretta collaborazione con il ministero degli Esteri italiano. Grazie alla multimedialità e alle nuove tecnologie, la vicenda degli oltre 50mila Internati militari italiani potrà essere letta e conosciuta dal grande pubblico.

Gli IMI, compiendo questa scelta, entrarono a pieno titolo a far parte della Resistenza italiana. La loro fu una scelta: quella di dire “No” ad allearsi con Hitler e Mussolini, a costo della loro stessa vita. Non fu una scelta facile. Tra gli ufficiali vi furono anche motivazioni di carattere più spiccatamente ideale, come la fedeltà al giuramento al re, considerato responsabile del dramma in cui si era caduti. Comunque, a prescindere dalle ragioni del “NO!”, fu una scelta non facile, poiché i soldati italiani facevano parte di una generazione educata a non prendere decisioni autonome. “Credere, obbedire e combattere” era il motto di quei giovani inquadrati, fin dall’infanzia, nelle formazioni fasciste dei balilla e dei giovani fascisti e lo stesso concetto di Patria, all’apice di ogni loro aspirazione ideale, dovette essere rielaborato. Il loro “NO!” fu il primo passo verso la riconquistata libertà di pensiero. E' il caso di Paolo Desana, futuro ministro dell'agricoltura, e dei "360 di Colonia"

Una storia, quella degli IMI, raccontata anche nello Speciale di Tv2000 trasmesso nel maggio del 2018 in due parti.

Michele Montagano come tanti altri giovani si trovavano al di la dei confini italiani dopo l'armistizio. Chi nella Francia meridionale, in Corsica, in Croazia, in Dalmazia, in Albania, in Grecia, nelle Isole Jonie e in quelle dell’Egeo furono abbandonate a se stesse. Il destino di questi soldati apparve subito assai peggiore di quello delle truppe che si erano in precedenza arrese agli anglo-americani nell’Africa orientale e nell’Africa settentrionale. I tedeschi, infatti, le trattarono con alterigia e disprezzo, ma soprattutto con il rigore che essi riservavano a coloro che avevano disertato. Basta pensare a ciò che accadde alla Divisione “Acqui” a Cefalonia e Corfù.

Il calvario iniziò infatti quando centinaia di migliaia di soldati e ufficiali nel Centro-Nord della penisola, nella Francia meridionale, nell’area Balcanica, in Albania e in Grecia vennero ammassati nelle caserme o in recinti predisposti nelle stazioni. Dopo estenuanti attese furono accalcati sui treni in carri bestiame, caricati sui vagoni a decine come animali da macello, schiacciati l’uno sull’altro, senza avere la possibilità di sdraiarsi e dormire, torturati dalla fame, ma soprattutto dalla sete e nell’impossibilità di espletare dignitosamente i propri bisogni corporali. Tra questi Luciano Salce, Tonino Guerra e lo stesso Giovannino Guareschi, il papà di "Don Camillo e Peppone", che racconta in un libro tutta la sua prigionia. Durante il viaggio, che a volte durava anche quindici giorni, la loro condizione divenne insostenibile. Se qualcuno, nei rari momenti in cui si aprivano i portelli, si azzardava minimamente ad allontanarsi dai vagoni, i tedeschi non avevano alcuna difficoltà a sparare. Ci fu chi impazzì, altri subirono indelebili danni fisici: tutti conserveranno nel tempo il ricordo di quel viaggio come il periodo forse più tragico della prigionia.

Tra gli Imi occorre ricordare anche personalità del mondo della politica, del giornalismo, della cultura, dello spettacolo: Giuseppe Lazzati, Vittorio Giuseppe Giuntella, Antonino Meli, Mario Rigoni Stern, Gianrico Tedeschi e padre Ernesto Caroli, fondatore dell'Antoniano di Bologna.  Un mondo, quello dell’internamento sul quale è bene fare alcune premesse. I tedeschi non considerarono i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 quali prigionieri di guerra, ma, con disposizione unilaterale, voluta da Hitler e accettata da Mussolini, a capo del governo della Repubblica Sociale Italiana appena costituita, li classificarono “internati militari”, categoria ignorata dalla Convenzione di Ginevra. In tal modo vennero così privati quasi del tutto dell’aiuto della Croce Rossa Internazionale.

Gli IMI furono condotti in diverse zone del Reich: in Germania, Austria, Polonia e Cecoslovacchia. I lager erano contrassegnati da un numero romano che indicava la circoscrizione militare e da una lettera dell’alfabeto che ne stabiliva il numero progressivo all’interno di ciascun distretto. I militari di truppa e i sottufficiali vennero rinchiusi negli Stammlager (detti Stalag), per essere adibiti al lavoro coatto nelle miniere, nelle fabbriche e nelle campagne sopperendo all’esigenza di mano d’opera dell’economia tedesca. Chi si rifiutava di lavorare era destinato ai campi di punizione (Straflager), spesso dipendenti dai campi di sterminio dove le possibilità di sopravvivenza erano minime. I circa 30.000 ufficiali del Regio Esercito vennero collocati negli Offizierlager (detti Oflag) o in blocchi separati degli Stalag, dove non erano obbligati a lavorare, ma furono sottoposti a continue pressioni per convincerli ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana. La maggior parte di loro, nonostante le crescenti e drammatiche difficoltà in cui si trovarono, non si piegò.

Arrivati nei lager, ciò che attendeva gli IMI erano il bagno, la disinfestazione, le vaccinazioni e la schedatura. Veniva quindi assegnato a ciascuno un numero al quale dovevano imparare a rispondere in tedesco negli interminabili appelli quotidiani. La loro dimora, di norma, erano delle baracche in legno e mattoni, costruite dai prigionieri rastrellati in Europa dopo l’invasione della Polonia nel 1939.

La sbobba (foto Vialli)

Tra le testimonianze delle loro condizioni di vita c’è una serie di fotografie (circa 400) scattate dall’ufficiale Vittorio Vialli, internato nei campi di Luckenwalde, Benjaminowo, Sandbostel e Fallingbostel, il quale, con l’aiuto dei compagni, riuscì a nascondere una piccola Leica sequestrata, poi sostituita alla Zeiss Super Ikonta. Foto che costituiscono una straordinaria documentazione della tragica quotidianità dei lager nazisti, ma anche di alcune esperienze di elevato valore etico: le foto scattate a “Radio Caterina” (ricevitore clandestino) o al “laghetto” di Sandbostel, dove si svolse una simbolica protesta degli internati. Nell’aprile del 1945 Vialli riuscì infine a documentare l’arrivo degli inglesi, restituendo l’emozione di quei momenti.

La conta (foto Archivio Vittorio Vialli)

“Lo spettacolo era sempre lo stesso - scrive Giampiero Carocci, ufficiale internato, vagoni - vagoni e vagoni carichi di carne umana, di facce terrorizzate, di mani imploranti”. Ancor più drammatica la situazione in cui si trovarono quanti furono trasferiti dai tedeschi compiendo la prima parte del tragitto via mare. Dalle isole dell’Egeo partirono infatti navi stipate di soldati italiani dirette verso la terraferma e gran parte di queste furono bombardate dagli Alleati e affondate, inoltre i prigionieri venivano mitragliati dai tedeschi per impedir loro di uscire dalle stive, dove erano stati rinchiusi.

Il momento più drammatico della storia degli IMI resta comunque l’atto di trasformazione degli Internati Militari Italiani in “lavoratori civili” avvenuta nell’agosto del 1944, a seguito di un accordo siglato tra Hitler e Mussolini il 20 luglio. Questo passaggio in realtà non migliorò molto le loro condizioni di vita, ma ne rese più efficiente lo sfruttamento in un momento in cui i tedeschi avevano una crescente necessità di mano d’opera coatta. E tale trasformazione, non a caso, avvenne quasi contemporaneamente all’emanazione in Germania di direttive sulla “guerra totale”, che coinvolsero la vita pubblica ed economica dei tedeschi con il fanatico obbiettivo di raggiungere la vittoria finale. A partire dal dicembre 1944 la coercizione lavorativa riguardò anche gli ufficiali (vennero esentati solo generali, cappellani, medici, malati e ultrasessantenni) violando ogni residuo diritto internazionale. Eppure, anche allora, vi fu chi si rifiutò di collaborare con i tedeschi. “Io non lavorerò mai per il nemico”, scrive l’ufficiale Mario Fantinelli, il 29 gennaio 1945 nel diario che riuscì a nascondere ai controlli. Ma il caso forse più emblematico avvenne nel lager di Wietzendorf, quando 214 ufficiali si rifiutarono di lavorare, rimasero nelle baracche e per alcuni giorni non si presentarono agli appelli quotidiani. Le SS, sopraggiunte sul posto, ne richiamarono 21 fuori dai ranghi per avviarli alla fucilazione. allora che 35 volontari si offrirono per sostituire i condannati, ma 9 non vollero approfittare di tanta generosità. In 44, dopo la commutazione della pena in carcere, furono avviati nello Strafflager di Unterlüss, in Germania, campo di lavoro e sterminio dove le possibilità di sopravvivenza erano minime. Tra quei coraggiosi ufficiali, che con il loro gesto si erano voluti richiamare ai valori del Risorgimento, sentendosi emuli dei “martiri del Belfiore”, vi era Michele Montagano, che vide morire alcuni dei suoi compagni e che, come lui stesso ricorda, si salvò solo grazie al repentino arrivo degli Alleati.

Michele Montagano guarda i diari della prigionia