Eremo del Beato Giovanni ©ARCHEO MAPPA. OPEN DATA CHIAROMONTE (PZ) - NUOVI FERMENTI

Il Beato Giovanni da Caramola

Giovanni, nativo di Tolosa (Francia), apparteneva ad un gruppo di Spirituali i quali tra la fine del 1200 e gli inizi del 1300 erano presenti anche nella Basilicata. Erano insediati nella valle dell’Agri, in quella del basso Sinni e nella Contea di Chiaromonte.

Nell’Ufficio di Giovanni si legge che non si sa per quali ragioni egli sia venuto in Basilicata (nescio autem quamobrem advenerit Basilicatæ Provinciam) e perciò il suo viaggio a Roma in occasione del I Giubileo, la sua visita allo speco di San Benedetto, il miracolo lì operato e altri episodi che lo riguardano non sono documentati.

Giovanni, come si legge nel suo Ufficio senza aver chiesto e ottenuto il permesso dal suo superiore spirituale (dominus spiritualis), volle rientrare nell’ortodossia, poiché gli Spirituali erano considerati eterodossi, e si allontanò dal gruppo per vivere da eremita. All’epoca, infatti, la vita eremitica contemplativa rappresentava l’apice della perfezione.

L’eremo di San Saba nella valle del Sinni.

La prima dimora del Beato Giovanni

Molti studiosi, Luigi Branco, Biagio Cappelli, Augusta Acconcia Longo, Hubert Houben ed altri si sono cimentati per individuare l’Eremo di San Saba e ognuno ha espresso una sua ipotesi.

È Gregorio De Lauro, abate del monastero cistercense di Santa Maria del Sagittario, a fornire notizie certe dell’Eremo nel suo Catalogo degli abati di Sagittario datato al 1673, poiché nel richiamare un contratto di compravendita della località Finocchio da parte dell’abbazia, scrive che proprio in questa zona v’era la cella del Beato.

L’eremo di San Saba doveva essere situato pertanto sulla riva sinistra del fiume Sinni, nella località che il catasto denomina Cella dell’eremita, attualmente in agro di Fardella.

Oggi è possibile vedere dalla S.S. Sinnica un isolotto piramidale nel letto del fiume che fino al 1660 doveva essere attaccato alla terraferma, tanto che Gregorio De Lauro nei capitoli III e IV della Vita del Beato Giovanni lo descrive come una penisola. Giovanni si stabilì in quest’eremo nel pianoro a settentrione dell’isolotto dove ancora oggi esistono un pozzo d’acqua e una piccola grotta scavata nella roccia (PERCOCO, PERCOCO 2003).

«Lì intrecciava con sottili vimini che si trovavano nei pressi del fiume Sinni piccoli contenitori di vario genere e costruiva delle piccole sporte. Si dedicava anche con diligenza ad altre attività manuali nel pianoro di quella altissima rupe...» (DE LAURO 1660).

La sua fama di santità era ben nota: era visitato da molti suoi ammiratori e devoti che gli portavano cibo e offerte.

I resti mortali del Beato Giovanni sono custoditi nella chiesa Madre in un’urna. Giovanni era un converso ossia un laicus barbatus vale a dire un religioso che prendeva i voti ma non riceveva gli ordini sacri (Cfr. 1980 Storia del mondo medievale, Capitolo settimo, Gli ordini monastici, pp. 269-70 Cambridge University Press, Garzanti).

I conversi erano destinati a svolgere i lavori agricoli per l’abbazia. Il loro abbigliamento consisteva in un mantello, un cappuccio che copriva le spalle e il petto, una tunica bianca stretta ai fianchi da una cintura. La tunica di norma era di lana e di colore bianco, ma i cistercensi di Sagittario erano chiamati cistercensi negri perché la lana fornita dalle pecore della zona per confezionare le tuniche non era propriamente bianca.

Sull’antico coro ligneo un tempo nella chiesa di Sagittario e attualmente in quella di San Giacomo a Lauria, è incisa l’immagine del Beato Giovanni che appare scalzo, ma certamente si tratta di una libera interpretazione artistica dell’intagliatore, perché nei testi medievali riguardo i conversi si parla di scarpe, sandali e perfino stivali che costoro calzavano per i lavori agricoli nelle grancie (caligæ, pedules, sotulares) (WADDEL 2000).

Dal 1339, l’anno in cui morì il Beato Giovanni da Caramola, un’urna riposta sull’altare della sua cappella costruita sul lato nord dell’abbazia di Sagittario custodiva il suo corpo. La cappella comunicava con la chiesa dell’abbazia e solo dopo la soppressione dei beni feudali ed ecclesiastici, operata dal governo napoleonico, l’urna è stata trasferita nella chiesa Madre di San Giovanni Battista in Chiaromonte.

Non si comprende bene dove esattamente a Sagittario si custodisse l’urna, perché nell’Officium del Beato scritto da un anonimo e nella Vita del Beato Giovanni da Caramola scritta dall’abate Gregorio De Lauro si legge:

“Ostende nobis corpus Sancti, si forte dignabitur sanare filiam meam.

Non, inquit Abbas, sacrum Dei famuli ostendere possum, (latenter enim desposuerat illud, ne tantus thesaurus sibi furto subtrahi posset)” (DE LAURO 1660. Capitolo XVII, p. 54)

[Mostraci il corpo del Santo, se per caso si degnerà di guarire mia figlia.

No, disse l’Abate, non posso mostrare il sacro corpo del servo di Dio (infatti lo aveva nascosto, affinché un così grande tesoro non fosse sottratto per furto]

Quando il De Lauro parla della chiesa dell’abbazia di Sagittario afferma che contigua ad essa v’era la piccola chiesa dedicata al Beato Giovanni da Caramola, il cui corpo ancora incorrotto è conservato in un’urna crystallina ben protetta e ottimamente ornata dentro e fuori (DALENA 1995. p. 58: “Eique [alla Chiesa dell’abbazia] contigua est ecclesiuncula divo Ioanni a Caramola sacra, [...] In qua ultra altare, supra quod in area [leggasi: arca] crystallina, bene munita et optime ornata intus et foris osservatur [leggasi: asservatur] eiusdem beatissimi Viri corpus...”. Nel testo del Dalena a volte si riscontrano voci trascritte dall’originale. Ne cito uno solo a proposito del Beato Palumbo, fondatore dell’Abbazia di Sagittario, eritinus. Deve leggersi ernicus, perché il Palumbo proveniva dalla zona degli antichi Ernici).

Il romitorio di Scala Magnano.

La seconda dimora del Beato Giovanni

Il citato biografo di Giovanni da Caramola, Gregorio De Lauro, spende poche parole, quando parla dell’Eremo di Scala Magnano, la presunta seconda dimora del Beato.

«Abbandonato pertanto l’eremo di San Saba, Giovanni, uomo di Dio, raggiunse una località solitaria nella zona del Sagittario. Quest’eremo è situato in un luogo scosceso verso settentrione dentro ai confini dello stesso territorio di Chiaromonte [...]. Perciò Giovanni, umilissimo servo di Dio, si portò in una località di detta solitudine, ora detta Romitorio del B. Giovanni, non molto lontano dal sacro Cenobio; e lì si costruì un piccolo ricetto con rami di alberi, dove, dedicandosi totalmente alla preghiera e alla contemplazione, egli tormentava il suo corpo duramente con digiuni e astinenze e penitenze corporali...» (DE LAURO 1660)

Il Romitorio si trova nei pressi del torrente Frida a meridione rispetto al monastero cistercense di Santa Maria del Sagittario, ed è comunemente detto “le celle”. Gli abitanti del luogo riferendosi al “romitorio” lo chiamano in dialetto “i rëmítë”. Ma il biografo di Giovanni, l’abate Gregorio de Lauro, attentissimo osservatore di luoghi e persone, non parla di “celle”, e fino al 1660 non v’era alcuna presenza monastica nel romitorio, altrimenti il De Lauro ne avrebbe fatta menzione.

«A poco a poco crebbe in tutti la conclamata notorietà del suo straordinario modo di parlare e iniziò a diffondersi in lungo e in largo l’odore della sua reputazione ed egli stesso incominciò ad essere frequentato da persone di alte e umili condizioni. Però Giovanni [...] malvolentieri sopportava l’arrivo di coloro che si recavano da lui, ritenendosi indegno di simile onore. [...] E non potendo sopportare più a lungo ciò, decise di allontanarsi e di andare alla ricerca di un ricetto più segreto» (DE LAURO 1660).

“Ad quendam, ergo, dictæ soitudinis locum, nunc Eremitorium B. Ioannis nuncupatum […], Solis herbis inconditis, ac puris aquis se sustentabat, quas hauriebat ex fonte infra eius tuguriuolum existente. (Dunque dovrebbe esserci una fontana nei pressi del piccolo tugurio). Et lacessistis sui corporis membris, quàm brevissimam requiem indulgere volens, supra durum lapidem praedictum cubabat, in quo solum contractus poterat accubare, & lapis ipse demonstrat, magna enim molesest, ac stabili ac declivis unidque, ea tantum eius parte except…” (DE LAURO 1660, Cap. V)

(Traduzione di don Luigi Branco)

“Ad un luogo, dunque, della detta solitudine, ora chiamato il Romitorio del B. Giovanni […] Si nutriva sempre con le stesse erbe senza condimento e con le acque sorgive che prendeva da una fonte che scaturiva sotto il suo misero tugurio. E volendo concedere alle torturate membra del suo corpo un riposo per quanto possibile breve, giaceva solo se si contraeva, e la pietra stessa lo dimostra: è, infatti, un grande masso stabile e scosceso da tutti i lati, fatta eccezione…”

Fra i personaggi d’alto lignaggio che avvicinarono il Beato va ricordata la contessa di Chiaromonte, Margherita, l’ultima discendente dei dinasti normanni della famiglia Chiaromonte, la quale nel 1319 andò in sposa a Giacomo Sanseverino, conte di Tricarico. Margherita temeva la sterilità, perché non riusciva ad avere figli e allora si recò da Giovanni per impetrare il dono della maternità. Questi la rassicurò dicendole di avere fede e di non temere, perché avrebbe avuto numerosa prole. E così fu (PERCOCO 2002; 2004).

L’edificio che ospitò l’eremita certo non era la struttura, seppur povera nella sua architettura, che oggi è possibile vedere; difatti, si parla di … e lì si costruì un piccolo ricetto con rami di alberi (DE LAURO 1660), piuttosto che una struttura in muratura.

La planimetria del romitorio oggi è composta da due piccoli vani rettangolari e un corridoio provvisto di accesso, il quale permetteva di mettere in comunicazione l’esterno e le due stanze tra loro.

I materiali impiegati nella costruzione sono modesti e provengono dagli stessi luoghi dove l’edificio fu fondato, mentre l’arredo architettonico è praticamente inesistente, in linea con i principi di povertà e di austerità della vita eremitica.

Il primo dei due vani che si incontra sulla sinistra della porta di accesso in direzione Nord, conserva tracce di quella che doveva essere una copertura voltata a botte, riconoscibile nelle tracce che si possono leggere lungo il perimetrale occidentale. Al suo interno, lungo lo stesso lato ovest, è presente a terra un blocco di roccia, lo stesso indicato dalla tradizione letteraria quale il giaciglio del beato.

Purtroppo allo stato attuale è difficile assegnare una datazione quantomeno precisa al manufatto, in quanto la struttura al momento del restauro è stata svuotata ma non indagata archeologicamente. Pertanto si deve continuare a fare affidamento alle poche informazioni forniteci dall’abate De Lauro il quale, seppur istruito e filologicamente corretto nel riportare notizie storiche, scrive del Beato Giovanni oltre tre secoli dopo la sua morte.

L’eremo del monte Caramola.

La terza dimora del Beato

Giovanni, deciso a vivere la sua vocazione di eremita, cercò un eremo più segreto sul monte Caramola.

«Estenuato il Beato Giovanni per la folla dei fedeli che a lui accorrevano decise di calcare le orme dei primi eremiti .[...]. Addentrandosi allora l’eremita Giovanni in luoghi reconditi e isolati di Sagittario, raggiunse finalmente il monte Caramola [...], vi prese fissa dimora e vi si costruì con le proprie mani una cella in una certa semicaverna rivolta a settentrione. [...]. E praticò così a lungo e a tal punto queste delizie della povertà Caramolitica, che meritò di ricevere da parte di tutti il suo appellativo da questo monte Caramola» (DE LAURO 1660).

Ancora oggi non si conosce la posizione dell’eremo di monte Caramola. Probabilmente esso doveva essere situato nei pressi di Sagittario.

L’abbazia cistercense di Santa Maria del Sagittario

La quarta dimora del Beato

J. Fraikin sostiene che essa sia stata fondata da Ugo Monocolo, I conte di Chiaromonte nel 1152, mentre il De Lauro afferma di aver trovato un documento in cui si dice che l’abbazia fu fondata nel 1200 (Anno 1200 miraculose fundata est et condita haec Abatia...).

In ogni modo la storia dell’abbazia è strettamente collegata a quella del ritrovamento della statua della Madonna da parte di un cacciatore e alla fondazione di un suo piccolo tempio a Sagittario. La zona e le condizioni atmosferiche impedivano il culto della Vergine in quella zona e un nobile e ricco chiaromontese, un tale Tancredi Murrino, pensò di fare edificare un’altra chiesa con un monastero in località Ventrile che affidò ai Benedettini. Solo in un secondo momento il conte Giacomo Chiaromonte volle invitare i Cistercensi di Casamari a fondare una loro abbazia nel territorio di Chiaromonte. E venne da Casamari una colonia di dodici monaci, simboleggianti i dodici Apostoli, con capo l’abate Palumbo che li precedeva portando una Croce, e dopo alterne vicende per stabilire il luogo dove fondare l’abbazia, si insediarono nella zona di Sagittario. Ventrile, allora, fino al tempo del conte Giacomo si chiamò “lo Sagittario vecchio” in ricordo della prima chiesetta lì fatta erigere da Tancredi Murrino.

Dall’eremo del monte Caramola non era difficile raggiungere l’abbazia di Sagittario, dove Giovanni ogni domenica si recava ad ascoltare la messa. La tradizione racconta che a Sagittario Giovanni operò il miracolo della moltiplicazione dei pani.

«Giovanni, [...] si recò al sacro monastero per chiedere l’abituale elemosina (infatti era solito essere presente ogni domenica ai sacri riti nella chiesa di Sagittario e ricevere dal cellerario del monastero un po’ di pane per tutta la settimana. I monaci, avendo udito qualcuno bussare alla porta, detto prima Deo gratias, chiesero a colui che aveva bussato: Chi sei tu che, avventurandoti in mezzo a così grande quantità di neve sei giunto fino a noi? Quante altre persone porti con te? Ma quello rispose: Sono solo e sono Giovanni, l’umile eremita di Dio e servo vostro. Ma quelli sentendo che egli era Giovanni da Caramola, molto smarriti, furono presi da sbigottimento e allora subito annunciarono all’abate, che si chiamava Ruggero ed era di Senise, che fra’ Giovanni da Caramola era alla porta. L’abate Ruggero quasi non si rendeva conto di ciò. Ordinò di aprire la porta con attenzione, affinché la neve non invadesse il chiostro del monastero, e di condurre fra’ Giovanni alla sua presenza. E Giovanni, appena mise piede nella cella dell’abate, prima gli chiese la benedizione e poi un tozzo di pane. E quello, provando commiserazione per Giovanni, ordinò al frate cellerario di dare al servo di Dio gli avanzi che, ricercati con dovuta diligenza, forse potevano trovarsi nella dispensa dove di solito veniva custodito il pane. Il cellerario disse all’abate: Padre mio dilettissimo, sappi che moltissime volte ho controllato la dispensa del pane e che dalla stessa ho raccolto gli avanzi per il sostentamento dei frati ammalati; e poiché io non ho potuto provvedere in altro modo alle necessità degli infermi per l’abbondanza della neve, già sono molti giorni che, perfino gli infermi, vengono rifocillati dal frate infermiere, con legumi, orzo e frumento cotti come ci rifocilliamo anche noi. Alle parole del frate cellerario Giovanni non cessò d’inoltrare la sua richiesta, anzi, riprendendo il discorso, pregò ancora Ruggero per un tozzo di pane. Questi [...] ordinò ancora una volta al suo cellerario di recarsi alla dispensa del pane e di portarsi dietro fra’ Giovanni. Ma quale meraviglia! Dal frate cellerario fu rinvenuta in quella dispensa, che prima dell’arrivo di Giovanni, nient’altro conteneva se non aria, una tale abbondanza di pane, che agli altri padri più anziani parve che mai ve ne fosse stata un’altra simile. [...]. Il Beato Giovanni pertanto, rifiutando di rimanere presso i monaci di Sagittario, ricevuto il pane in elemosina, decise di fare ritorno al suo eremo e rientrando verso il luogo della sua solitudine, quei venerabili padri, che erano rimasti sbalorditi oltre ogni aspettativa per il suo arrivo presso di loro, e che trattenevano gli sguardi su di lui come scolte, dalle piccole finestre lo osservavano mentre egli si allontanava e videro con stupore che il suo cammino veniva aperto e illuminato da due torce sorrette da Angeli dall’aspetto giovanile, perché s’era fatto tardi. Perciò recandosi tutti insieme in chiesa resero grazie a Dio e a sua Madre Maria, lodando la divina bontà nel suo umile servo» (DE LAURO 1660).

Questo episodio non è documentato nell’Ufficio del Beato, contenuto in un sacramentario, impropriamente detto “messale cistercense”, che comprende oltre ai vari rituali liturgici, la vita del Beato scritta da un anonimo subito dopo la sua morte avvenuta nel 1339.

Giovanni, dopo aver operato il miracolo era stato invitato a rimanere nel monastero, ma lui rifiutò: voleva vivere la vita eremitica. Ritornò al suo eremo e lì visse per alcuni anni, ma era sofferente e pensò, allora, di chiedere all’abate Ruggero di essere accolto come converso nel monastero, rinunciando a malincuore alla vita eremitica per vivere quella cenobitica:

«E sebbene fosse molto esperto della lingua latina e dell’arte dello scrivere, a causa della sua grandissima umiltà chiese all’abate Ruggero e ottenne di essere aggregato nel numero dei conversi. E colui che aveva meritato di essere un maestro (aveva condotto infatti nell’eremo di Caramola una vita angelica più che umana) avendo assunto il ruolo di discepolo, ma senza smettere le austerità della vita passata, curvò umilmente la sua fronte alla disciplina della regola» (DE LAURO 1660).

Giovanni visse come converso, (un monaco che non ha ricevuto gli ordini sacri) nel monastero cistercense di Sagittario fino al 26 agosto 1339, giorno in cui morì. Dotato del dono della profezia condusse una vita mortificata:

«Il suo corpo era diventato gracile e ridotto a pelle e ossa per le astinenze e le severissime penitenze corporali. La sua taglia corporea sembrava essere più bassa che alta».

Abbazia del Sagittario 4 settembre 1339

Esumazione del corpo del Beato

Si riporta qui di seguito uno stralcio dal Capitolo XV della Vita del Beato Giovanni di Gregorio De Lauro:

«[...] Il nono giorno dopo la morte del Beatissimo Giovanni, qualcosa di stupefacente, misto a tristezza e gioia, accadde ai venerabili Padri di Sagittario, ancora addolorati. Giunsero, in fatti, al Sagittario alcuni parenti di Giovanni da Caramola per richiedere le preziosissime reliquie del sacro corpo, dicendo: Sappiate, venerabili Padri, che un vecchio dall’aspetto bellissimo, vestito da converso del vostro sacro Ordine cistercense, che portava in mano un bastone, apparve a noi, i quali viviamo nella città di Tolosa in abitazioni differenti, mentre stavamo dormendo tranquillamente, e a ciascuno di noi rivolse tali parole: Io Sono Giovanni, vostro parente, se desiderate avere notizie di me, recatevi al monastero che si dice di Sagittario dell’Ordine cistercense nella contea di Chiaromonte nella provincia di Lucania. Proferì queste parole e scomparve» (DE LAURO 1660).

Fatto giorno, i parenti di Giovanni parlarono fra loro di questo sogno, pensando che egli fosse apparso in sogno solo ad uno di loro. Dopo essersi consultati decisero di recarsi innanzi tutto al monastero cistercense della Grande Selva di Tolosa per avere notizie più certe e più chiare di Giovanni. Lì s’imbatterono in un converso di nome Giovanni, il quale disse loro “Voi siete di Tolosa e siete parenti di un certo nostro confratello che avete pianto per lungo tempo come morto o scomparso. Lui, in verità è morto al mondo e vive solo per Dio. Egli mi apparve in sogno vestito del mio abito e mi disse che si trovava nel monastero di Sagittario nella contea di Chiaromonte nella diocesi di Anglona nella provincia di Lucania nel Regno di Napoli e che sarebbe vissuto ancora per poco tempo”. (PERCOCO 2000)

I congiunti di Giovanni allora decisero di partire per Chiaromonte, ma durante il viaggio appresero che Giovanni s’era dipartito da questa vita. Giunsero in ogni modo a Sagittario e chiesero di avere il corpo del Beato per riportarlo ai familiari nella loro patria. Allora i Padri dissero che avrebbero esumato il sacro corpo solo per vederlo ma non per cederlo. E quello stesso giorno, il 4 settembre 1339, il nono dalla morte di Giovanni, mentre i monaci piangevano, scavata la fossa e rimossa la terra, si sprigionò un intenso profumo di fiori che si diffuse per tutta la contrada di Sagittario.

L’abate Ruggero avendo negato di concedere il corpo del Beato ai suoi parenti, alla fine decise di dare loro solo le gambe e le braccia che non si riuscì a tagliare o segare con nessun altro attrezzo metallico se non con la ruvida lama con cui Giovanni era solito recidere le erbe e costruire sporte. Ma alcuni Padri ai quali non era piaciuta la donazione dell’abate, sottrassero una gamba e un braccio che riportarono al sacro corpo non appena i parenti del Beato andarono via.

Il corpo del Beato Giovanni fu riposto in un’urna cristallina, come scrive l’abate Gregorio De Lauro, e fino al 1660 era ancora incorrotto (adhuc incorruptum). Sul lato N della chiesa dell’abbazia fu costruita una cappella dedicata al Beato nei pressi del campanile, (di epoca posteriore). Già subito dopo la morte di Giovanni il suo culto si diffuse e si mantenne vivo fino agli inizi del 1800, quando il regime napoleonico soppresse la feudalità e i beni ecclesiastici.

Il corpo del Beato, oggi mummificato, è riposto in un’urna lignea nella chiesa di San Giovani Battista a Chiaromonte.

Per iniziativa del parroco don Vincenzo Lofrano il volto del Beato è stato ricostruito.

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