Palazzo del Barone di Giura ©ARCHEO MAPPA. OPEN DATA CHIAROMONTE (PZ) - NUOVI FERMENTI

A cura di Valentino Vitale 2017

La famiglia dei baroni di Giura

La nobile famiglia di Giura discende da un’antica stirpe albanese. Il primo a stabilirsi in Lucania fu Giorgio Giura, il quale, creato barone da Carlo V, fissò la sua residenza in Castronuovo. Il ramo principale della famiglia, con Giuseppe Giura si trasferì, due secoli dopo, a Chiaromonte ed ebbe lo stemma formato da un’ape d’oro su tre monti anch’essi d’oro e campo azzurro. Divisosi il tronco familiare in parecchi rami, quello principale conservò la particella “di”, che perdette, per spontanea rinunzia, all’epoca della Repubblica Partenopea, ma che riottenne alla fine dell’Ottocento, con sentenza del tribunale di Lagonegro (3 luglio 1899).

Figlio di Giuseppe fu Giovanni, ardente patriota e cospiratore che allo scoppio della Rivoluzione Francese, innalzò per primo l’albero della libertà in Chiaromonte e proclamò l’annessione del paese alla costituenda Repubblica Partenopea. Giovanni di Giura dovette scontare i suoi ideali liberali nella stessa torre di quello che sarebbe poi diventato il Palazzo di Giura in Chiaromonte, mentre a Napoli infuriava la reazione violenta del governo borbonico. Una lapide commemorativa ancora oggi ricorda le gesta del grande avo, fatta porre dai discendenti sulla torre dello stesso palazzo. Essa recita:

QUI PATÌ LA CARCERE

GIOVANNI DI GIURA

PER AVER PIANTATO L’ALBERO DELLA LIBERTÀ

NEL 1799

IL GENEROSO ARDIMENTO FU ESEMPIO

AI FIGLI GIOSUE’ GIUSEPPE DOMENICO

CHE PER AMOR DI PATRIA

AFFRONTARONO L’IRA DEL BORBONE

A RICORDO

LA FAMIGLIA POSE

1899.

Il primogenito Giosuè fu un grande giureconsulto e un fine letterato. Dovette sopportare anche egli terribili persecuzioni da parte di Ferdinando II, a causa del suo fervido patriottismo e dell’alto spirito liberale. Non sopportò le restrizioni impostegli e morì il 19 luglio 1844, a soli 44 anni.

Giuseppe anch’egli ardente patriota e cospiratore fu condannato a morte con sentenza della Gran Corte Speciale di Basilicata, emessa a Potenza il 20 febbraio 1852. La pena di morte gli fu commutata in 7 anni di carcere; scontò una parte della sua pena a Nisida e a Procida (5 anni) ed ottenne, poi, di scontare il resto della prigionia nel carcere di Chiaromonte dove di spense il 6 ottobre del 1856. Il figlio di Giosuè, Giovanni, seguendo le nobili tradizioni di famiglia, fu patriota, letterato e politico. I suoi meriti furono riconosciuti dal governo dell’Italia unificata, dalla quale gli venne conferita la nomina a Sottoprefetto prima a Brindisi, poi ad Avezzano. Dal Riviello apprendiamo che Giovanni di Giura prese parte attiva ai moti insurrezionali dell’agosto 1860 in Potenza e, Capitano della Guardia Nazionale (ELEFANTE 1965, p. 65).

Durante la sua carica di Sottoprefetto ad Avezzano ebbe a fronteggiare le bande feroci del rinnegato Borjer e di Ninco Nanco, che partirono per le loro scorrerie dal territorio pontificio. Per la cattura del brigante al di Giura fu concessa la Croce di Cavaliere di San Maurizio e Lazzaro e, quindi, la promozione a prefetto con relativa destinazione a Ravenna, città che gli concesse la cittadinanza onoraria. Fu poi prefetto a Foggia, Lucca, Salerno, Caserta, Livorno e Bologna svolsgendo questa carriera fino all’età di 60 anni.

Domenico di Giura, nato a Chiaromonte il 26 dicembre 1804, è una delle figure più chiare e nobili che il centro di Chiaromonte annoveri. Insigne letterato e patriota, affiliato della “Giovane Italia”, come gli altri due fratelli Giosuè e Giuseppe, nel 1848 scampò dalla pena di morte grazie all’abito talare, dovette andare esule in Calabria.

Le nobili tradizioni di famiglia sono state continuate da Gerardo Giosuè di Giura, nato a Potenza il 30 ottobre del 1859 dal prefetto Giovanni e da Giuseppina Branca. Sposò Albina Ricco Nicotera, si trova iscritto nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana e nell’Elenco Ufficiale Nobiliare Italiano col titolo di barone, titolo dichiarato trasmissibile con i R.D. di concessione del 25 aprile 1920 e RR. LL. PP. Del 25 agosto 1920. Nel 1899 acquistò Battifarano. Per essersi distinto nell’opera di soccorso a favore delle famiglie dei caduti della guerra del ’15-18 ebbe la cittadinanza onoraria del comune di Castronuovo.

Suo fratello era Ludovico Nicola, nato a Casoria nel 1868 e laureatosi in medicina all’Università di Napoli nel 1891, fu tenente medico della Marina militare. Nel 1894 compì, facendo parte dello Stato Maggiore della Cristoforo Colombo, il viaggio intorno al mondo col Duca degli Abruzzi. Durante la rivolta dei Boxer (1900) in Cina, fece parte della squadra navale, comandata dall’ammiraglio Candiani, che l’Italia inviò per proteggere i nostri connazionali. Conclusa la pace, restò come sanitario nel battaglione che il nostro Governo lasciò a guardia della Legislazione italiana e raggiunse il grado di tenente colonnello. Durante la permanenza in Cina, protrattasi per circa 30 anni, imparò alla perfezione quella lingua e pubblicò anche un trattato in cinese sulle malattie infettive, per il quale ottenne la medaglia d’oro all’Esposizione d’Igiene in Napoli, nel 1911. Diventò medico di fiducia dell’Imperatrice vedova, Tze Hsi, e dell’imperatore Pu Yi, al quale offerse rifugio ed ospitalità nella sua casa, quando fu proclamata la Repubblica.

Le benemerenze acquistate per le cure e le assistenze prestate ai Missionari cattolici gli valsero la medaglia d’oro “Pro ecclesia et Pontefice” da parte di Papa Pio XI. In trent’anni di permanenza a Pechino scrisse importanti corrispondenze per i giornali italiani: le “Lettere dalla Cina”, che costituiscono una importante scorta di informazioni per la giusta conoscenza degli avvenimenti e degli indirizzi politici, che allora di svolsero in quella grande Nazione. Tradusse 435 fiabe di P’u-Sung-ling e le raccolse nel volume intitolato “Decamerone dell’antico celeste Impero”.

Autobiografico è il romanzo “Fior d’Amore” (Scene della vita cinese), che contiene la descrizione romantica di una vicenda sentimentale, che ha per protagonisti Genta (l’autore) e una ragazza di casa da tè, Fior d’Amore, che si uccide per staccarsi dal suo impossibile amore.

Tornato in Italia per prendere parte volontariamente alla guerra di Libia, visse gli ultimi anni della sua vita in tranquillità a Chiaromonte curando gli interessi agricoli dell’azienda di Battifarano e quelli amminsitrativi del Comune, divenendo prima podestà e in seguito sindaco del piccolo comune della media valle del Sinni.

Si spense il 9 maggio 1947 e la sua salma riposa nella cappella di Sant’Andrea in Battifarano.

Il motto di casa di Giura è “Modus et Ordo”.

Il Palazzo di Giura

La prima delle torri circolari lungo il versante orientale del circuito fortificato medievale di Chiaromonte, nella sua porzione meridionale, subì un rifacimento da parte della famiglia di Giura, costruendovi a ridosso la loro residenza chiaromontese.

In seguito al riutilizzo della torre che ne ha stravolto in parte la fisionomia con l’aggiunta di merlature sommitali, esclusivo gusto dei baroni, è attualmente in fase di restauro con l’intero complesso palaziale.

Fino a pochi anni fa, sempre la torre, albergava la sala cosiddetta Cinese (così denominata per la collezione di oggetti di manifattura cinese qui riportati dal viaggio di ritorno in Italia da parte di uno dei membri Di Giura, mandarino alla corte imperiale cinese) e la biblioteca di palazzo.

Esternamente sono visibili una serie di finestre bifore, gusto del rifacimento dei di Giura e certamente elementi non riconducibili alla fase originaria della torre stessa; all’interno, una scala lignea a chiocciola permette di raggiungerne la sommità da cui si può godere della completa vista della porzione orientale di Chiaromonte lungo tutta la valle del Sinni.

I materiali costruttivi impiegati sono prettamente blocchi di rocce metamorfiche (cosiddetta puddinga) di facilissima reperibilità nel territorio urbano del paese.

Nel restauro ottocentesco è stata affissa in facciata una lapide commemorativa dedicata al barone Giovanni di Giura.

Il monumento originariamente doveva fa parte cronologicamente del sistema di fortificazione medievale del centro di Chiaromonte, riferibile al XIV sec. d.C., momento in cui si insediano i conti Sanseverino.

Procedendo verso nord all’interno di quello che oggi viene comunemente definito il giardino del palazzo del barone di Giura, lungo la direttrice costituita dalla torre dello stesso palazzo, sono visibili in sequenza due torri, ambedue quadrate, a cui fa seguito una successiva torre circolare, tutte databili alla fase di insediamento sanseverinesco. Chiude questo allineamento fortificato un’altra torre circolare, in parte visibile all’interno del giardino e in parte lungo la strada comunale che porta da nord al castello Sanseverino (VITALE 2014, pp. 227-229; 2015, p. 20).

Il palazzo, orientato Est/Ovest si sviluppa su tre livelli: il piano terra apre il suo portale principale su via D. di Giura, mentre il primo e il secondo piano sono forniti di accessi privati i quali si affacciano direttamente all’interno del giardino del palazzo.

La divisione planimetrica interna ha uno sviluppo longitudinale orientata nella stessa direzione del palazzo, con magazzini al piano terra, sale di vita quotidiana al primo piano e stanze da letto al piano superiore. L’accesso alla torre è garantito esclusivamente dall’interno del palazzo, continuando a mantenere la sua funzione difensiva originaria. Con l’utilizzo da parte della famiglia di Giura il piano terra della torre assolverà anche a funzione carceraria, dove come già accennato in precedenza scontò la sua pena il barone Giovanni di Giura nel 1799.

Il giardino del palazzo è stato realizzando cingendo di mura l’area a ridosso delle fortificazioni medievali con un recinto in muratura costruito dai di Giura stessi in direzione orientale, andando a cingere un’area di qualche centinaio di metri quadri. Al suo interno, per ovviare alle pendenze dell’area, sono state realizzate alcune terrazze che furono impiegate per la piantumazione di alberi sempreverdi (cipressi, abeti, cedri e pini).

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