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La Costituzione 12 favole per crescere nella legalità

"All’On. Liliana Segre, quale autorevole testimone e depositaria dei principi in essa contenuti”

A cura degli studenti della II E PSS dell’I.I.S. “G. Bertacchi” di Lecco e del Gruppo “Oltre le sbarre – Arteterapia in carcere” del II Rep. della II Casa di Reclusione di Milano/Bollate. Percorso finanziato dal Centro Studi Parlamento della Legalità – Sez. di Milano e dal CPL Lecco.

Con il contributo di Regione Lombardia e USR per la Lombardia

Dirigente Scolastico: prof. Raimondo Antonazzo
Referenti del progetto: prof.ssa Rosa Bisanti e prof.ssa Giulia Colombo
Docenti collaboratori: prof.ssa Rosa Maria Bisogno, prof.ssa Maria Finelli, prof.ssa Paola Provenzano
Arteterapeuta: Luisa Colombo
ARTICOLO N. 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Tanto tempo fa, in un pomeriggio d'estate, nella vallata di Norway, si radunarono tutti gli animali, perché volevano migliorare il loro territorio. Subito nacque un’accesa discussione, perché tra loro non c'era un capo e ciascuno voleva dire la sua.

Il bradipo propose che alcuni di loro facessero la guardia ai confini della foresta, per renderla più sicura. L'orso, che era goloso, disse invece che la priorità era il cibo: bisognava incaricare qualcuno di recuperarlo per tutti, sempre, mattino e sera. La volpe invece disse che bisognava costruire delle case per proteggersi in caso di pioggia. Il cane propose di costruire una torre su cui dopo sarebbe salito il gufo per controllare la foresta dall’alto.

Tra tutti non aveva ancora parlato l'elefante. Subito fu interpellato; anzi, siccome era il più vecchio, gli fu affidato il compito di scegliere quali cose fosse necessario fare per migliorare il loro territorio. Inizialmente l’elefante non sapeva cosa scegliere, perché gli sembravano tutte idee interessanti; quindi propose di valorizzarle tutte. Tutti capirono che quella era la decisione migliore.

Da quel giorno gli animali presero insieme tutte le decisioni: nella foresta non ci sarebbe stato un solo re, ma un intero popolo sovrano.

di Sara Rusconi e Beatrice Rota
ARTICOLO N. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale.

Tanto tempo fa viveva in una radura il popolo degli Oriati, che aveva a capo Simba, il famoso leone dalla criniera d'oro.

A Simba i genitori avevano insegnato che il re, per stare bene con il suo popolo e se stesso, doveva ascoltare le esigenze degli animali e doveva cercare di risolvere i problemi che si sarebbero potuti manifestare con il tempo. Il leone, però, crescendo, si era fatto un'idea totalmente diversa del sovrano perfetto. Egli governava sugli animali con il pugno di ferro e pensava che solo lui meritasse di possedere le libertà, non concesse al suo popolo. Per lui il re doveva essere testardo, non si doveva lasciar abbattere da niente, ma punire duramente chi lo ostacolava.

Così molti animali, che compivano azioni da lui non gradite, erano imprigionati nelle celle sotterranee del suo enorme palazzo e torturati. Questi spazi dedicati ai prigionieri si trovavano in lunghi corridoi, con dieci celle a destra e altre dieci a sinistra. Ogni cubicolo era ridotto male, con sporcizia da tutte le parti; inoltre era un luogo molto stretto, in cui a volte venivano rinchiusi più animali; le condizioni non erano certo migliori nei villaggi.

Un giorno Karim, l’elefante più anziano di tutti, stanco di continuare a vivere così, disse che avrebbe voluto fare qualcosa per migliorare le loro condizioni di vita.

"Perché noi non possiamo essere come lui?" Pensava tra sé e sé. "Insomma, siamo tutti fratelli qui; perché deve trattarci così?".

Decise di raccontare a tutti cosa aveva in mente di fare: voleva attuare una ribellione per poter ottenere le stesse libertà del re. All'inizio gli altri animali non furono contenti, poiché sapevano che se fossero andati contro il leone, si sarebbe scatenata una terribile guerra. Per questo motivo molti decisero di tirarsi indietro. Tuttavia un gran numero di abitanti decise di unirsi a Karim in quest'impresa.

Il giorno dopo i partecipanti alla ribellione si misero in cammino verso l'imponente palazzo. In quel momento si respirava un’aria tesa, data l'ansia che la maggior parte di essi provava. Il grande elefante stava davanti e certe volte si girava indietro per vedere se ci fossero tutti e per controllare che nessuno, impaurito dalla superbia del re, scappasse. Ciò purtroppo accadde.

Karim si fermò all'improvviso, si girò verso gli altri e disse:" Davvero volete lasciare che ogni vostra singola azione sia controllata da tipi come Simba? Volete continuare a essere puniti per il resto della vostra vita? O magari volete essere liberi di decidere cosa fare, essere padroni di voi stessi e scegliere cos'è meglio per voi? Beh, questo è quello che voglio ottenere io lottando e facendomi valere! Chi è con me mi segua; invece chi vuole starsene chiuso in casa a piangersi addosso per il male che riceve dal re, è libero di farlo, ma ha perso l'opportunità di fargli vedere chi è davvero!"

Per un momento ci fu un silenzio abissale, poi tutti si misero a gridare forte il nome dell'elefante e ad applaudirgli; dopo si rimisero in marcia.

Arrivati al palazzo, entrarono senza alcun problema, dato che i cani che facevano la guardia si erano addormentati. Tutti rimasero a bocca aperta nel vedere la maestosità di quel piccolo pezzo di paradiso: gli Oriati chiamavano così l'abitazione di Simba poiché era talmente grande e alta che sembrava toccare il cielo.

Quel momento di osservazione della reggia fu interrotto dall'arrivo del regnante accompagnato da cinque guardie.

"Bene, bene, bene! E voi che ci fate qui?"

"Siamo qui per parlare con lei, signore" rispose Karim.

Simba gli diede il permesso di parlare e l'elefante disse che desiderava, così come tutto il popolo, avere più libertà.

Il re, irritato, ribatté: “ Ascolta, mio caro Karim. Non puoi intrufolarti qui nel mio palazzo e dirmi cosa dovrei fare e come trattarvi. Il potere è nelle mie mani e fino a che non mi dovesse succedere qualcosa, decido io per voi".

Uno dei sei figli di Karim, Adam, decise di intervenire dicendo: “Noi la capiamo, vostra maestà, ma non pensa che saremmo tutti più felici se lei..."

"No!" lo interruppe il re. "Vi ho dato la risposta alla vostra richiesta, ora fuori!"

Il piccolo elefante non si trattenne e urlò: "Ah, quanto la odio! Suo padre era molto meglio di lei! Vorrei che non fosse mai morto!"

Il leone si mise a ruggire e ordinò alle guardie di prenderli.

Gli animali, in preda al panico, si misero ad urlare fortemente correndo in tutte le direzioni.

Durante la notte Simba aveva ripensato a una cosa che aveva promesso a suo padre quando aveva dieci anni: "Prometto che da grande farò felice il mio popolo e gli darò ciò di cui ha bisogno".

Suo papà era la cosa più importante che aveva e non mantenere una promessa fatta a lui era come per un neonato essere tolto dalle braccia della madre. Sapeva che egli lo stava guardando da lassù e non era fiero di quello che era diventato.

Allora all'alba raggiunse il villaggio degli animali, portando sulle spalle due blocchi di pietra incisi.

Il gorilla che lo aveva accompagnato sollevò le due tavole verso l'alto, in modo che tutti le vedessero.

" Allora..." iniziò “in tutti questi anni non ho mai guardato in faccia la realtà, non ho capito di essere un pessimo sovrano. Voi non potrete mai perdonarmi per il male che vi ho causato e nessuno di voi è obbligato a farlo. Da oggi in poi le cose cambieranno: verrete a vivere con me nel mio palazzo e avrete più libertà. Nessuno verrà più imprigionato e trattato male; ognuno sarà per me il benvenuto.

Su queste tavole ci sono incise le vostre libertà e le regole che dovrete rispettare."

Gli Oriati furono davvero entusiasti di sentire quelle parole: non se lo sarebbero mai aspettati!

Tutti i prigionieri furono liberati e raggiunsero gli altri in un grande banchetto.

Ora tutti gli animali vivevano in serenità sotto la guida del re Simba, con diritti e doveri uguali per tutti.

di Eljira Gashi e Marta Gasparini
ARTICOLO N. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

In una calda giornata d'estate, una piccola talpa decise di partecipare a un concorso di pittura.

Prima di iscriversi trovò sulla strada altri animali, anch'essi intenzionati a partecipare.

Mentre si dirigevano al luogo in cui si sarebbe svolto il concorso, una giraffa chiese alla talpa come sarebbe riuscita a disegnare con la sua vista limitata. La talpa, non sapendo cosa rispondere, ribatté attaccando un piccolo topolino che stava con loro sulla strada. Gli chiese come avrebbe fatto a tenere in mano il pennello che sarebbe stato grande quasi quanto lui, e di conseguenza come avrebbe potuto fare un intero disegno. Il topolino, trovatosi nella stessa situazione della talpa, attaccò a sua volta la giraffa chiedendole come avrebbe fatto a trovare una tela abbastanza alta, vista la lunghezza del suo collo.

Gli animali arrivarono davanti al grande albero dove si sarebbe svolto il concorso; stavano ancora litigando quando si presentò davanti a loro il Vecchio Saggio, che aveva organizzato l'evento. Vendendoli arrabbiati gli uni con gli altri, chiese loro cosa stesse succedendo e gli animali iniziarono a spiegare parlando in modo confuso.

Il Vecchio Saggio decise così di portare agli animali il regolamento del concorso in modo che tutti sapessero chi avrebbe potuto partecipare e chi no.

Il topolino iniziò a leggere il regolamento portatogli dal Vecchio Saggio. La prima delle regole scritte diceva così: "Tutti gli animali hanno il diritto di partecipare."

La talpa, la giraffa e il topolino si scusarono tra di loro ed entrarono al concorso insieme a tutti gli altri: avevano imparato che, pur con caratteristiche diverse, tutti gli animali erano uguali davanti alla legge.

di Martina Offredi e Martina Caspani
ARTICOLO N. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

C'erano una volta due scimpanzé che vivevano in una fitta foresta. I due erano molto diversi: il primo scimpanzé, che si chiamava Roger, era un tipo frivolo e sempre allegro; aveva inoltre una corporatura compatta e massiccia.

Al contrario Albert, il secondo scimpanzé, possedeva un carattere più mite e solitario, prediligendo attività più intellettuali di quelle con cui solitamente si intratteneva Roger. Inoltre la corporatura di Albert si presentava più gracile di quella del compagno.

A causa di queste diversità, tra i due scoppiavano spesso litigi. Infatti un giorno, mentre i due scimpanzé si trovavano sulla riva del fiume, iniziarono a bisticciare per stabilire a chi sarebbe spettato un sasso appuntito per rompere le noci di cocco. due continuarono a litigare, strattonandosi e spingendosi, fino a quando Albert non inciampò in un ramo e cadde sul suolo ghiaioso. Nel rialzarsi, la sua attenzione cadde sulla riva opposta del fiume in cui si intravedeva un rigoglioso albero di banane.

Roger ed Albert rimasero incantati: mai in vita loro avevano visto un albero così. Per un momento gli scimpanzé si guardarono e tra loro scoccò uno sguardo di intesa: chi prima avesse raggiunto l'altra sponda avrebbe tenuto l'albero tutto per sé.

Così la sfida iniziò.

Albert, dopo aver escluso tutti i possibili modi per raggiungere l'altra riva, capì che l'unica soluzione era quella di costruire un ponte. Così iniziò a setacciare la spiaggia in cerca di legna e cominciò ad intrecciare i rametti tra loro.

Roger, avendo capito le intenzioni del compagno pensò: “E’ proprio sciocco mio fratello: sta lavorando come un matto inutilmente. Io ora mi riposerò un po’ e quando ne avrò voglia raggiungerò a nuoto l’altra sponda in un attimo. Lui resterà stanco, deluso e senza premio!”

Detto questo, andò a coricarsi sotto l'ombra di una palma e, compiaciuto del suo piano, si addormentò. Intanto Albert procedeva con la sua costruzione e, rametto dopo rametto, il ponte cominciava a prendere forma.

Caduto in un sonno profondo, Roger non si accorse del passare del tempo e Albert astutamente sfruttò il suo vantaggio sul compagno. Dopo un tempo che ad Albert sembrò eterno, al completamento del ponte mancavano solo pochi metri e presto avrebbe raggiunto la riva.

Mentre Albert gustava già la vittoria, Roger si svegliò dal suo sonno pomeridiano e notando la vicinanza del compagno all'altra sponda si tuffò affannosamente in acqua nel disperato tentativo di raggiungerla, ma purtroppo la corrente del fiume era così forte da impedire allo scimpanzé di attraversarlo. Fu così costretto a tornare a riva e si rassegnò di fronte all' evidente sconfitta. Intanto Albert, completata la costruzione del ponte,riuscì a raggiungere l'altra sponda. Arrivato sulla terraferma raccolse il suo premio e vedendo il compagno sconfitto gli urlò: “Caro Roger, tu sei indubbiamente più forte di me, ma la vittoria l’ho raggiunta io grazie alla costanza, alla pazienza e al duro lavoro”.Detto questo si sbucciò una banana e soddisfatto iniziò a gustarsi il meritato premio.

di Rebecca Nicoletta e Sofia Gervasoni
ARTICOLO N. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

C'erano una volta due villaggi, Nolan e Airot, che si contendevano il possesso della baia su cui si affacciavano. Un giorno decisero che per sapere a chi dei due sarebbe spettata la baia, avrebbero dovuto sfidarsi in una gara di nuoto. Chi avesse vinto si sarebbe aggiudicato il potere su quello specchio d'acqua.

All'alba del giorno stabilito, i due popoli si trovarono sulla spiaggia pronti per gareggiare. Il villaggio di Nolan portò 3 delfini, ognuno bravo in una specialità: salto, slalom e velocità.

Il villaggio di Airot, invece, portò un solo delfino, quello ritenuto più forte di tutti; temeva infatti che se avesse portato più delfini si sarebbero create invidie e divisioni e dunque aveva deciso di portarne uno solo, il più forte, a garanzia dell’unità del villaggio.

Cominciarono le gare: i primi due delfini si misero alla partenza e cominciò la prima gara che fu vinta dal villaggio di Airot. Poi iniziò la seconda lo slalom: i due delfini conclusero in parità, anche se il delfino di Airot con maggior fatica per la stanchezza che ormai iniziava a far sentire.

La terza gara sarebbe stata decisiva. Nolan schierò il terzo delfino, riposato e pronto; Airot schierò per la terza volta lo stesso delfino, molto più affaticato.

Il delfino di Nolan vinse senza problemi, mentre il villaggio di Airot pianse amaramente, perché aveva perso il controllo della baia.

Ecco cos'era successo: valorizzare le qualità di ciascuno aveva favorito la vittoria e arricchito il villaggio.

di Angelica Monaco e Alessia Corti
ARTICOLO N. 6
La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Un tempo nella savana viveva una famiglia di elefanti africani. Era composta da papà Fafri, mamma Eleaf e la piccola Tini, di tre anni. Tini era minuta per la sua età, ma era molto agile ed elastica. Le piaceva tanto correre e fare le coccole con i suoi genitori. Il suo sogno più grande era quello di avere un fratellino o una sorellina.

Un giorno, mentre stava tornando da una passeggiata con Eleaf e Fafri, vide un'enorme gabbia vicina alla sua casa. Dopo pochi istanti tutti e tre ci finirono dentro. Furono caricati su un grande camion e viaggiarono per due giorni senza fermarsi.

Quando arrivarono davanti a un immenso tendone striato di giallo e di rosso, il padre capì che erano finiti in un circo. Infuriato, si mise in un angolo a riflettere e a pensare a una possibile via di fuga, ma senza ottenere nulla. Successivamente la cella si riaprì, ma per poco, giusto il tempo di far entrare un altro essere simile alla famiglia di Tini.

Era Elin, un elefante indiano. All'inizio la famiglia non lo considerava perché lo vedeva diverso e parlava una lingua diversa.

Elin era molto triste, stava sempre nell'angolino da solo, finché un giorno gli si avvicinò Tini. La cucciola gli chiese con lo sguardo dove fossero i suoi genitori e perché fosse finito lì anche lui. L'elefante indiano le rispose facendo un disegno: i suoi genitori lo avevano abbandonato quando lui era piccolo e lui era cresciuto con una famiglia di scimmie. Lui procurava i rami per costruire i percorsi da un albero all'altro e passava le foglie per abbellirli.

Poi era fuggito ed era stato catturato esattamente come loro. Fafri capì che, anche se parlava una lingua diversa dalla loro, era proprio come loro, un elefante in gabbia! Sempre a gesti Fafri chiese all'elefantino indiano se sapeva come poter uscire e far ritornare ognuno nella propria casa.

Elin iniziò a mordere e tirare le barre della gabbia finché da un lato un pezzo di ferro cadde a terra. Continuò ad addentare finché non creò un buco dal quale era possibile uscire e scappare.

Tutti erano felici tranne Elin, l'eroe del gruppo, il quale era costretto a ritornare a vivere dalla famiglia delle scimmie: avrebbe tanto voluto vivere con altri elefanti. Mamma Eleaf e papà Fafri proposero all'elefantino indiano di entrare a far parte della loro famiglia. Lui accettò volentieri.

Tutti erano contenti, in particolare Tini, perché il suo desiderio si era avverato. Per comunicare, Elin imparò la lingua della nuova famiglia, ma non dimenticò la propria, che gli ricordava le proprie radici.

di Irene Bonfanti e Giorgia Biffi
ARTICOLO N. 7
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale

C'erano una volta nella giungla un leone e una pantera che governavano insieme su tutto il popolo.

Un giorno il leone si stancò di dover sempre condividere il potere con la pantera e disse che voleva governare da solo su tutto il regno.

La pantera però non era d'accordo, perché era lei l’animale che viveva nella giungla da più tempo e voleva avere il potere di governo.

Il leone e la pantera entrarono così in conflitto reciproco, ma chi ci rimetteva era il popolo: sia il leone che la pantera continuavano a fare leggi senza senso e ogni giorno che passava il popolo perdeva dei diritti.

Dopo quasi un anno di dibattiti e di lotte, il popolo convinse il leone e la pantera a firmare un patto:

il leone avrebbe controllato le leggi e organizzato eventi ordinari; la pantera avrebbe controllato le leggi e organizzato gli eventi straordinari.

Ciascuno si occupava di una parte del potere; ed entrambi erano indispensabili per il bene comune.

di Luca Lamberti e Genaury De Jesus
ARTICOLO N. 8
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

C’erano una volta, su un pianeta chiamato “terra”, molte specie di animali diverse tra loro. Ogni specie aveva la propria religione e credeva in una divinità diversa.

Le varie specie, che abitavano l’una distante dall’altra, non si parlavano per via delle loro credenze.

Un giorno il paese dei cani fu colpito da una terribile carestia.

I cani capirono subito che da soli non ce l’avrebbero mai fatta: mancava il cibo e loro non sapevano come procurarselo, perché non pioveva mai e non potevano coltivare i campi.

I cani mangiavano pochissimo ed erano ormai privi di forze; tuttavia non volevano chiedere aiuto ad altre specie, perché avevano usanze diverse e temevano che avrebbero influenzato le loro. Dopo un po’ i gatti, che abitavano nel paese vicino, si accorsero delle difficoltà che avevano i cani, ma decisero di non fare nulla, perché i cani avevano un’altra religione.

Quando ormai la situazione volgeva al peggio, il capo dei cani decise di rivolgersi ai gatti e di correre il rischio per la propria religione.

I gatti all’inizio fecero fatica a dare il cibo ai cani, ma poi, viste le loro condizioni, li aiutarono. I cani, dopo essersi saziati, ringraziarono infinitamente i gatti per il loro prezioso aiuto e con il tempo le due specie diventarono amiche e impararono a rispettarsi l’un l’altra, accettando le diverse religioni.

Dopo qualche mese, le altre specie animali notarono l’amicizia tra cani e gatti e decisero di fare la stessa cosa.

Alla fine tutte le specie erano diventate amiche e si aiutavano a vicenda.

Ogni specie capì che si può andare d’accordo anche avendo religioni diverse: basta rispettarsi e non giudicare gli altri prima di averli conosciuti.

di Alessia Franceschini e Vincenzo Pascale
ARTICOLO N. 9
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Un giorno, in piena primavera, nacque, all'interno di un maestoso albero, una piccola creatura dagli occhi grandi e neri, le piume di un bianco panna che avvolgevano il tenero corpicino, le zampine maculate di color marrone e le innocenti orecchie che le permettevano di sentire ogni movimento della natura. Questa bestia aveva una particolarità: l'ala destra era più piccola di quella sinistra e questo non le permetteva di volare, al contrario dei suoi tre fratellini che spiccarono il volo poco dopo essere venuti al mondo. Per questa malformazione il piccolo gufo fu chiamato Wing. Rimase per quasi tutta la sua vita sull'immenso albero, che gli permetteva di vedere tutta la zona intorno, tutta ricoperta di alberi, cespugli e fiori.

Col passare degli anni, Wing iniziò a osservare i cambiamenti avvenuti attorno a lui: le case crescevano a dismisura, gli alberi scomparivano, le strade si moltiplicavano come il fumo delle grandi e grigie fabbriche. Notò anche che i cuccioli degli animali nascevano con delle malformazioni più gravi delle sue.

Wing iniziò ad avere paura che gli uomini arrivassero a distruggere anche la sua casa.

Quindi decise di intervenire: doveva avvisare tutti gli animali del bosco, ma dato che non sapeva volare, dovette usare tutta la sua forza per far uscire la sua voce. Eccoli! Subito accorsero la volpe, il cerbiatto, lo scoiattolo, il lupo, il riccio, l'orso, le farfalle, gli uccelli, i serpenti, il gatto e il cane. La riunione durò giorni: le discussioni erano animate e le voci si sovrapponevano. Dopo vari tentativi, decisero di mandare nel mondo umano il gatto e il cane: erano animali domestici, gli unici che potevano far capire agli uomini quello che stava accadendo e chiedere loro di non distruggere la loro casa: il bosco.

Arrivati in città, il gatto e il cane incontrarono una bambina chiamata Cloe; lei li vide e li mise nel cestino della sua bici rosa, li portò a casa e chiese a sua mamma se poteva tenerli.

Li chiamò Fufi e Milli. Loro divennero grandi a fianco di Cloe e impararono a comunicare con lei, attirando la sua attenzione su quello che nel mondo non funzionava.

Fufi e Milli con pazienza raggiunsero il loro scopo: la piccola bimba divenne un’ecologista e si impegnò tutta la vita a proteggere la casa dei suoi piccoli animali domestici: la natura.

di Arianna Rosa e Alessia Pennati
ARTICOLO N. 10
L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

C'era una volta un villaggio chiamato "Castolandia" perché era abitato dai castori. A Castolandia erano tutti amici; ogni coppia di castori aveva la propria diga. Purtroppo c'era una diga che non era molto stabile: era la diga di Leo e Ale.

Una sera Leo e Ale trovarono la propria diga distrutta. Erano molto tristi: quella era la loro diga…

Non sapevano cosa fare; poi Ann e Gul dissero che per il momento potevano stare con loro.

Passò una settimana, ma Leo e Ale non avevano trovato tutto il materiale necessario per ricostruire la diga e l'inverno si avvicinava; così decisero di trasferirsi in un altro posto e salutarono i propri amici, con grande tristezza perché abitavano lì da molto tempo.

Il posto più vicino che trovarono fu "Picchilandia".

Appena furono arrivati gli abitanti del paese li interrogarono e li fecero stanziare a Picchilandia, ma lontano da tutti. Leo e Ale erano tristi perché erano soli; i picchi non li accettavano, perché li vedevano diversi.

Passò un mese; un giorno Augusto, il picchio più anziano, si fece coraggio e andò a trovare Ale e Leo.

Arrivato da loro vide che aveva costruito una meravigliosa diga e stupito chiese: “Ma anche voi sapete lavorare il legno?" "Certo" risposero i castori.

"Noi utilizziamo il legname per costruire le nostre dighe utilizzando i denti, proprio come voi fate dei fori negli alberi usando il becco".

"Non siamo poi così diversi, allora" affermò il picchio anziano.

Da quel giorno i picchi accolsero i due castori e diedero loro un rifugio nel villaggio; col passare del tempo i castori e i picchi impararono a collaborare e a costruire opere sempre più belle.

di Giulia Urgnani e Anna Pilè
ARTICOLO N. 11
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

C'era una volta, nel regno delle formiche, un grande Re che era buono, giusto e gentile con tutti i sudditi. Il Re formica ebbe due figli; tutte e due volevano governare e dimostrare chi era il più forte.

Il sovrano, poiché era molto anziano, morì e lasciò scritto ai figli di governare le formiche in modo giusto e di non scordarsi che loro prima di tutto erano fratelli. I due piccoli sovrani seguirono in un primo momento il desiderio del padre, ma poi le cose cambiarono.

Con l'avvicinarsi dell'inverno giunse nel regno Rosso una cicala che chiese al sovrano se potesse ospitarla e nutrirla.

Il sovrano Rosso, che pensava solo alle sue sorelle formiche e al loro bene, le rispose che poteva offrirgli solo l'alloggio, ma che il cibo doveva procurarlo da sola.

La cicala si arrabbiò e decise così di andarsene nell'altro formicaio, dove il sovrano fu più buono.

La cicala, però, era ancora arrabbiata con il Re Rosso; così disse al Re Nero che il fratello gli aveva detto: "Vai da quello sciocco di mio fratello sulle sponde del fiume". Il Re Nero, offeso dalle parole del Re Rosso riferite dalla cicala, decise di dichiarare guerra al fratello.

Quando i due fratelli si scontrarono sul campo di battaglia, videro la cicala che rideva di loro e che se ne stava andando con il loro cibo. Subito capirono di essere stati ingannati. Quando poi videro che tutte le formiche che loro avevano trascinato in battaglia non erano sopravvissute, compresero che la guerra era stata una follia.

Allora decisero di far pace e di riunire i loro regni. Promisero di governare insieme, fidandosi l'uno dell'altro e ricordandosi che prima di tutto erano fratelli e che nulla doveva dividerli.

Anche tutti i loro sudditi giurarono solennemente che non avrebbero mai più scelto la guerra come soluzione ai loro problemi.

di Marta Serratore e Chiara Gasparini
ARTICOLO N. 12
La Bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

Era una mattina di primavera, il sole stava sorgendo e la sua luce andò ad illuminare un bozzolo nel quale era racchiusa una piccola farfalla. Il bozzolo si aprì facendo uscire la farfalla, che iniziò il suo viaggio.

Era una farfalla molto particolare poiché in base alle azioni che compiva, il suo corpo e le sue ali assumevano colori diversi. Mentre volava in giro per il mondo, fece e vide moltissime cose.

Una volta si fermò per interrompere una lite tra un gatto e un topo, li fece riappacificare e il suo corpo si colorò di bianco. Dopodiché ripartì per la sua strada.

Dopo un po', la farfalla incontrò un cervo ferito e decise di aiutarlo. Si appoggiò con la sua ala destra sulla ferita e rimase lì fino a quando essa non smise di sanguinare. Poi ripartì.

La sera stava calando e, giunta alla fine del suo viaggio, la farfalla si fermò per riposare su un albero ricoperto di muschio: la sua ala sinistra si tinse di verde. Proprio in quel luogo c'era un gruppo di uomini radunato per decidere la bandiera del loro paese, appena nato. Un uomo guardò fuori dalla finestra della sala dove erano radunati e vide passare la farfalla. Rimase colpito dai suoi colori: rosso, bianco e verde, ben distinti.

Il rosso gli ricordava il sangue dei morti delle guerre, il verde il colore dei prati e il bianco le nevi perenni. Fu così che quegli uomini decisero che la bandiera del loro nuovo Stato avrebbe avuto gli stessi colori della farfalla, a perenne ricordo dei gesti di Bene compiuti e della bellezza della natura del loro paese.

di Alessia Suarez Garofalo, Silvia Crotta e Riccardo Raineri
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prof.ssa Rosa Bisanti
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