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LE CATENE MUSCOLARI E LA DANZA Il metodo delle catene muscolari e articolari di Godelieve Denys Struyf è un approccio preventivo e terapeutico della chinesiterapia. Mira alla coscienza del corpo e si avvale di numerosi strumenti. Oltre ai massaggi e agli allungamenti muscolari delle sei catene, essa propone l’integrazione della coscienza ossea attraverso l’immagine giusta.

Autore: Matilde Cegarra Polo

Traduzione: Margaux Lamaro

La nozione di catena muscolare nasce nell’ambito della chinesiterapia degli anni 50. Numerosi specialisti sviluppano questo approccio in diverse maniere ma tutte queste hanno un aspetto in comune : la solidarietà muscolare. l’idea che i muscoli lavorano insieme, in famiglie, che debbano armonizzarsi, rivoluzionerà il mondo della chinesiterapia. Da lì non si isola più una parte del corpo da trattare e cominceremo a guardare l’uomo in maniera globale.

Mezières, kabat, Piret et Bèziers sono alcuni dei pionieri. In Belgio, Godelieve Denys Struyf sviluppa una metodica chiamata “catene muscolari e articolari GDS”. Ognuno di loro metterà l’accento su un aspetto differente. La chinesiterapia di Francoise Mezières (1909-1991) osserva che la maggior parte dei suoi pazienti anche con patologie diverse, condividono l’accorciamento della catena muscolare posteriore al corpo. Si rende conto che i muscoli alla parte dietro del corpo, dalle dita fino all’occipite, si organizzano e funzionano insieme. Per lei, questo accorciamento è la causa principale dei disturbi della colonna vertebrale. La soluzione era chiara, bisognava allungare i muscoli posteriori. Il suo punto di partenza si è fortemente sviluppato ed è utilizzato oggi da un gran numero di chinesiterapeuti. Le ricerche di Kabat, Piret e Bèziers aggiungono il concetto di coordinazione motrice e di movimento spiroidale.

Godelieve Denys Struyf (1931-2009), negli anni 60-70, identificherà l’organizzazione muscolare in maniera precisa nominando sei catene muscolari. Riscontra che ogni persona ha una catena muscolare che domina sulle altre, il che porta ad una postura precisa e un’attitudine determinata. Ne deduce che dal gesto nasce la forma e sviluppa inoltre questo legame tra meccanica corporea e comportamento psicologico. Godelieve introduce quindi la nozione di “terreno predisponente”, ovvero il nostro corpo con i suoi punti di forza, le sue tendenze e le sue debolezze. La presa di coscienza del terreno di ognuno è la chiave per gestirsi meglio e, nel caso di patologie, per poter guarire.

La chinesiterapia in catene GDS cura nel rispetto dell’individualità di ognuno. Come spiega marie Struyf, figlia di Godelieve Denys Struyf e fisioterapista che applica le catene GDS, “l’approccio alla perdona è individualizzato e i sintomi sono collocati nel contesto globale che tiene conto dei legami stretti che uniscono il nostro corpo, le nostre emozioni e il nostro mentale. L’approccio utilizza strumenti la cui varietà permette di adattarsi al terreno al terreno specifico di ognuno. Utilizziamo manovre di massaggio, tecniche riflesse, posture di allungamento, stimolazioni ecc.. con l’obiettivo di accordare le tensioni muscolari tra loro. Sono utilizzate strutturazioni osteo-articolari per ridare libertà al movimento. La metodica da anche molta importanza alla presa di coscienza del corpo, in particolare alla nostra struttura ossea, così come all’apprendimento del gesto giusto. Sono chiavi dell’utilizzazione ottimale del corpo.

I sei terreni

Secondo le catene muscolari GDS, sei grandi insiemi muscolari determinano sei maniere di posizionare il corpo nello spazio e sei interazioni con tutto quello che lo circonda. Secondo la metodica, il corpo è linguaggio ed esprime nella sua postura quello che le parole non riescono sempre ad esprimere. Possiamo verificarlo notando quanto la nostra postura è diversa a seconda che ci sentiamo bene o no. Questo linguaggio del corpo può essere un linguaggio parlato, un’espressione passeggera, o un linguaggio scritto, quando le tensioni rimangono in maniera permanente. I muscoli saranno saranno gli strumenti di questa espressione psico-corporea.

Queste catene ricevono il loro nome secondo la loro localizzazione che hanno nel corpo. A per anteriore, P per posteriore, M per mediana e L per laterale. La metodica divide queste sei catene in due categorie: le catene dell’asse verticale, in risonanza con il tronco e la personalità profonda e le catene dell’asse orizzontale, più in risonanza con gli arti e la nostra modalità relazionale al mondo.

Dell’asse verticale fanno parte le catene AM (antero-mediana), PM (postero-mediana), PA (postero-anteriore) e dell’asse orizzontale PL (postero-laterale) e AL (antero-laterale). Una sesta catena, AP (antero-posteriore), si associa alla PA essendo ugualmente presente nell’asse orizzontale. Il funzionamento della catena AM è quello di dare ancoraggio e centraggio, ma quando lavora in eccesso, può fissare la persona in una personalità piuttosto statica e rivolta al passato. La catena PM è la catena dell’azione e della performance, spesso stimolata nelle persone curiose e dinamiche. In eccesso, può condurre all’insoddisfazione, all’inquietudine e all’agitazione. L’attitudine che risulta dall’attività della catena PL posizionerà gli arti in rotazione esterna con il bacino spinto in avanti e darà una dinamica d’esteriorizzazione. Mentre la catena AL al contrario, darà un’attitudine introversa e posizionerà gli arti in rotazione interna.

L’idea non è quella di mettere etichette sulle persone ma di aiutare a comprendere meglio come siamo costruiti e come funzioniamo. Secondo Marie Struyf, “quando le catene muscolari diventano delle vere catene che ci imprigionano in alcune attitudini, possiamo prenderne coscienza e lavorare per liberarcene. Le catene muscolari e articolari sono i nostri strumenti di espressione ma a partire dal momento in cui l’eccesso di attività di una si prolunga nel tempo, questa va ad ostacolare i nostri movimenti e la libera circolazione della tensione da una catena all’altra. Alla lunga, questo rischia di chiudere la nostra struttura ossea e le nostre articolazioni in un carapace muscolare, come in un vestito troppo stretto che riduce la nostra libertà di movimento e quindi le nostre possibilità di espressione e la nostra capacità di aggiustare il nostro equilibrio. L’idea è quindi quella di liberarci da queste catene”.

“Ma prima di liberare e di disfare gli eccessi di tensione” continua Marie Struyf, “bisogna assicurarsi che sotto ci sia una struttura che tiene. Da qui la necessità primaria di costruire e di consolidare. Per farlo, la strategia detta dell’Onda, una strategia prima di tutto di costruzione delle basi psico-corporee dell’umano.”

Godelieve Denys Struyf mette su quest’onda le sei attitudini che corrispondono alle sei strutture muscolari e comportamentali di base in un ordine preciso, ovvero quello delle sei tappe della crescita e dello sviluppo del bambino. “Piccole o grandi onde si ripetono lungo tutta la nostra vita. Queste onde vanno a nutrire queste sei tappe vissute più o meno bene in funzione delle circostanze della nostra vita e della maniera in cui la nostra onda dell’infanzia è stata costruita”, prosegue Marie Struyf.

“La metodica GDS utilizza questa strategia al fine di ricostruire delle tappe a volte mancanti o mal integrate nelle fondamenta della nostra base umana. Arriveranno in seguito altre strategie, che si appoggeranno così su delle fondamenta consolidate, per liberare dagli eccessi e armonizzare le tensioni delle catene muscolari tra loro”, spiega Marie Struyf.

Alla base, la struttura ossea

In uno dei suoi scritti, Godelieve racconta l’aneddoto di una bambina di sei anni che disegna uno scheletro per la sua mamma durante una seduta di fisioterapia. La seduta termina tra le ossa in plastica che abbiamo utilizzato per fare la trasposizione del nostro scheletro, anche attraverso percussioni osee. Quando la madre viene a prenderla e riceve il disegno grida : “Oh mio dio ! perché mostrare la morte alla mia bambina?”. La piccola risponde senza esitazione: “ Mamma, il tuo scheletro non è morto! Guarda, sei in piedi, è vivo”.

Uno degli elementi che caratterizza la metodica GDS è la presa di coscienza dello scheletro come una struttura vivente e, in una certa misura, elastica. Secondo Marie Struyf, “dobbiamo fare la differenza tra uno scheletro morto e uno scheletro vivo. Lo scheletro vivo è in noi, nel midollo osseo si produce il sangue. Questa circolazione del sangue gli conferisce la sua elasticità come la sua solidità e lo rende vivo. Un osso è come una grotta che accoglie la vita.”

In seguito, possiamo prendere coscienza della struttura ossea come architettura della base del corpo. “la coscienza dello scheletro è importante per mantenere la nozione di base d’appoggio, ovvero la solidità interiore che permette di trovare il giusto tono muscolare”, continua Marie, “quando non abbiamo la coscienza ossea, ci sentiamo spesso esistere più con i muscoli e ci costruiamo di muscoli per sentirci esistere, fino a rinchiuderci in una corazza muscolare che può farci perdere l’adattabilità. Una delle chiavi fondamentali per liberarsi dalle catene è la coscienza dell’osso, la coscienza degli appoggi, per trovare la tensione giusta. Non ci teniamo in piedi, siamo in piedi.

Una volta approcciata questa base, ci posizioniamo i muscoli.. “I muscoli vestono lo scheletro. Quando andiamo alla fine di un movimento, possiamo sentire i muscoli che tirano. L’importante è utilizzare questa coscienza ossea con il giusto appoggio di un osso rispetto ad un altro per dare la giusta lunghezza ai suoi muscoli. Conoscendo le sue strutture, rimettiamo il muscolo alla giusta lunghezza. Se partiamo nella direzione sbagliata, i muscoli saranno come le corde di una chitarra messe nell’asse sbagliata e le articolazioni possono deformarsi. È per questo fondamentale trovare il giusto orientamento osseo prima di fare un allungamento”, afferma Marie, “l’idea è di trovare l’allineamento giusto, che rispetta l’architettura di base, per avere la giusta tensione nel muscolo”.

La nozione di asimmetria

“Una delle trovate le più favolose della metodica delle catene muscolari è l’asimmetria fisiologica. I cerchio è torto e ci costruiamo in questa imperfezione”, afferma Alain d’Ursel, fisioterapista in catene muscolari GDS insegnando la coscienza corporea alla scuola di teatro Lassaad di Bruxelles.

Questa asimmetria sembra soprattutto legata alla disposizione dei visceri (il fegato è a destra, lo stomaco è a sinistra). Ma è presente anche nell’attività delle catene muscolari, che non è simmetrica. Alcuni muscoli dominano più a destra o a sinistra. Nella metodica GDS diciamo, per esempio, che la nostra articolazione coxo-femorale sinistra è più in apertura e che il lato destro è piuttosto chiuso il che, tradotto in linguaggio catene, vorrebbe dire che la PL s’installa in preferenza a sinistra e che l’AL domina a destra.

“Godelieve diceva che abbiamo una scoliosi fisiologica e che siamo tutti un pò torti”, afferma la coreografa Flavia Ribeiro Wanderley. “Rendersi conto di questo è una cosa molto umanizzante e quest’idea di torsione crea una dinamica di movimento già nella statica”.

La danza: gravità e immagine

“Se vediamo la caricatura della danza detta classica, l’obiettivo è quello di sfidare la gravità essendo estremamente leggeri”, spiega Alain d’Ursel. “Anche se parliamo di punti d’appoggio, quello che scolpirà il corpo a lungo termine, è l’immagine alla quale si identifica. Senza essere specialista e permettendomi di utilizzare dei grossi clichés: nel caso della danza classica questa immagine sarebbe un corpo che orienta in alto e in avanti come in uno slancio ‘in inspiro’. La catena posteriore e mediana che propulsa in corpo verso l’alto e verso avanti, in associazione con quella che l’erige verticalmente saranno iper-sollecitate a discapito della catene antero-mediana, e creare disequilibri favorevoli a diverse disfunzioni. Con la danza contemporanea, abbiamo visto apparire l’ossessione della caduta: si cade e si cade, non si smette mai di cadere, attraverso un lasciare caratteristico in cui ci serviamo della gravità, come per esempio Steve Paxton”.

Secondo Marie Struyf, “i ballerini classici hanno spesso problemi meccanici perché si sentono modellati in una forma. I movimenti sono gli stessi per tutti e bisogna corrispondere a questa estetica. Allora forziamo le articolazioni in una direzione. Nonostante questo, la danza classica comporta anche aspetti positivi come, per esempio, il posizionamento delle braccia nel prolungamento delle spalle, le quali prendono appoggio sul torace con la scapola e la clavicola, invece che appendersi alle orecchie; è questo a dare leggerezza e grazia ai movimenti”.

“Nella danza, bisognerebbe chiedersi: impariamo i movimenti a partire dalla coscienza ossea o a partire da un’immagine allo specchio ? Credo che nella danza classica sia a partire dall’immagine esterna, il che cambia molto la qualità del movimento”, precisa Marie.

Rispetto all’immagine, Alain d’Ursel si pone la domanda del “perché alcuni coreografi sono diventati così rigidi alla fine della loro vita. E per quelli che non lo sono diventati, cosa ha fatto la differenza ? Forse qualcosa a livello dell’immagine. Se immaginiamo un modello fisso, questa fissità si scriverà a poco a poco nel corpo. il corpo in effetti mima quello che penso di lui! Se abbiamo un immagine-modello nel movimento e nell’alternanza potremmo vivere quest’ alternanza fino alle sue articolazioni!”.

Per finire con un esempio, Patrick Dupond, danzatore stella da Béjart, da due anni segue delle sedute con Thérèse Windels, fisioterapista in catene muscolari che pratica l’eutonia. Secondo Thérèse, “questo ha profondamente cambiato la sua percezione e il modo di vedere la pedagogia della danza. Ha soprattutto scoperto fino a che punto la percezione globale e coscienza del corpo, la facoltà di riordinarsi, rilassarsi, sono delle qualità fondamentali per il ballerino, che favoriscono la presenza. Inoltre , il fatto di potersi decomprimere, arrivare cioè a liberarsi delle tensioni accumulate (secondo le leggi delle catene GDS), favorisce enormemente il recupero”, chiude Thérèse.

IL RISPETTO DELL’ARCHITETTURA UMANA

Con Flavia Ribeiro Wanderley

Flavia Ribeiro Wanderley ha studiato danza e teatro in Brasile e si è inseguito sistemata a Bruxelles dove si è formata nella metodica delle catene muscolari e articolari GDS. Poi ha iniziato con Godelieve Denys Struyf una ricerca con l’obiettivo di portare la metodica GDS alla danza, che continua attualmente con la terapista Anne Gavard. Ha creato in Belgio Danza al quotidiano, dove studia i gesti del quotidiano mettendo in scena quello che chiama “cittadini danzanti”. Flavia propone occasionalmente stage in cui stabilisce legami tra le catene e la danza, il prossimo avrà luogo il 18 o 19 maggio 2012 al Grand Studio di Bruxelles.

Cosa sono per voi le catene muscolari GDS ?

Quando sento il termine catena muscolare, penso a delle catene che sono legate e imprigionate. Godelieve parlava di questo imprigionamento, parlava anche di strutturare per poi liberare, di liberare le catene in maniera coordinata. Quando ho finito la mia formazione, ho ricevuto la proposta di formare un atelier in cui facevo il collegamento tra la metodica GDS e la danza. Lei supervisionava questo lavoro e aveva suggerito “le parole del corpo” come titolo, ovvero espressione del corpo.

Perché avete seguito la formazione in catene muscolari e cosa vi ha colpito ?

Ero attirata dalla sua metodica perché trovo che approccia il corpo con enorme rigore scientifico e molto amore per l’umanità. Si pensa sempre ad avere una postura corretta e che dobbiamo arrivare tutti a questo tipo di postura. Godelieve pensava il corpo con dei terreni comportamentali che hanno un legame con situazioni spaziali. Parlava del corpo come una scatola contenente un essere che, volendo uscire da questa scatola, potrebbe farlo in vari modi (avanti, dietro, di lato, in alto e in basso). Diceva che sono tutte corrette, dal momento che non sono in eccesso e che i linguaggi non si irrigidiscono. Per esempio, se esco sempre dalla mia scatola in avanti, utilizzando la catena posteriore e mediana, non andrò verso avanti, direzione che immaginiamo essere la sola l’unica giusta alla quale dobbiamo voler arrivare. L’importante è avere la flessibilità e la mobilità per utilizzare le altre strutture. Per uscire verso dietro con la mia AM, verso l’alto con la PA, verso il basso con la AP, AL-PL laterali. Possiamo avere equilibri diversi e sempre efficaci, l’efficacia non consiste nell’arrivare ad un punto determinato ma ad una coordinazione, alla comprensione del nostro modo di essere, che potrebbe cambiare non solo da una persona all’altra ma anche da un momento all’altro della vita. Questa idea ha cambiato il modo di approcciarmi alla danza, all’essere umano, a me stessa.

Cosa vi ha portato la formazione in quanto coreografa ?

Mi ha portato degli elementi per la gestione dei ritmi, grazie soprattutto alla strategia dell’onda. Di fatto, queste sei strutture non sono presenti solo nel corpo umano, ma anche nella vita. Mi ha aiutato a percepire e nominare quello che vedevo come movimento intorno a me. Tanto per la qualità dei movimenti che per i ritmi del movimento, gli stati, sia di un’annata che di una persona che di una giornata. Mi ha inspirato nella creazione, mi ha dato anche molta calma, più stabilità. Per esempio, quando siamo nella creazione, passiamo da alcuni momenti di vuoto questi vuoti sono diventati molto meno angoscianti e anche molto interessanti. Ho cominciato a sentire questi momenti come delle opportunità per nutrirmi. Prendere coscienza di questa successione di movimenti della vita mi ha aiutato anche nella gestione dei gruppi. Attraverso questi elementi ho potuto capire meglio che tipologia di persona avevo davanti e aiutarla meglio a trovare i suoi strumenti perché potesse danzare ed esprimersi.

E in quanto ballerina ?

La formazione da molti strumenti: pensare che il corpo non ha solo un equilibrio possibile e mettersi alla ricerca del proprio equilibrio apre ad un universo intero; il concetto di massa e inter-massa e soprattutto il lavoro sulla coscienza ossea che conosciamo così poco. Penso che il mondo della danza potrebbe approfittare meglio delle conoscenze dell’anatomia. Non abbiamo bisogno di conoscere tutto, ma scoprire la propria struttura ossea, e soprattutto incorporarla, piò essere un bene enorme per i ballerini. Altre nozioni che possono dare un supporto alla danza sono: la nozione di bacino come centro del movimento, la nozione di leva... ci sono molti punti che possono essere sviluppati.

Come possiamo lavorare la coscienza ossea ?

Per prendere coscienza delle ossa facciamo anche un lavoro sulle immagini giuste, il che va a cambiare enormemente il movimento, soprattutto disegnando le nostre ossa. Per esempio, andiamo a disegnare l’inserzione delle gambe nel bacino. Ci sono persone che disegnano cose molto strane e buffe. Capire come si articola la gamba nel bacino può cambiare il modo di camminare o di ballare. Facendo questo lavoro ci rendiamo conto di quante immagini mancanti abbiamo. Eppure siamo noi ! Penso che siano cose che dovremmo imparare a partire dall’infanzia perché sono il nostro strumento di vita. Oltre l’immagine, cerchiamo di approcciare l’umano attraverso tutte le sue sfaccettature, attraverso tutti i suoi recettori, il toccare modellando, le percussioni. In alcune parti del corpo possiamo toccare l’osso e in altre dobbiamo cercarlo attraverso vibrazioni e percussioni. E poi tutto quello che riguarda la mimica, il lavoro di Alain D’Ursel. Cerchiamo le linee delle nostre ossa e le mettiamo nello spazio per poi portarle dallo spazio al corpo. Si crea tutto un gioco, una teatralizzazione, che porta le ossa ad diventare qualcosa di vivente. Questo cambia enormemente la visione delle ossa come qualcosa di morbido o di morto. Per quelli che cercano un’eccellenza nel movimento è molto efficace vedere queste strutture come viventi e portanti, forti, non piatte ma torte, il che evoca e provoca già un movimento. in questo modo possiamo andare verso l’eccellenza rispettando la nostra architettura umana comune.

Può sviluppare un po’ meglio questa idea dell’immagine giusta ?

Immaginiamo di chiudere gli occhi e immaginiamo il nostro bacino. Sono sicura che per il 99,99% delle persone l’immagine non sarà giusta. Il fatto di avere un’immagine giusta può portare ad un movimento più giusto e uno degli aspetti essenziali della metodica e che la rende efficace. L’idea è quella di creare un rapporto tra l’immagine giusta e il gesto giusto. Il gesto giusto è quel gesto dove il movimento rispetta l’architettura umana, della quale abbiamo un’immagine reale. Quindi andremo verso l’esterno, a creare delle immagini, leggere poesie, fare delle metafore.. utilizzeremo ogni sorta di artificio per sentire il corpo come un corpo strutturato. L’idea è quella di sentire le strutture ossee perché i muscoli possano rilasciarsi. Quindi, non è una metodica che utilizza il rinforzo. Bisogna sentire la forza prima di tutto nelle strutture ossee e i muscoli serviranno soprattutto alla coordinazione. Per esempio, nella metodica ci sono quelli che chiamiamo gli allungamenti a circuito o allungamenti a stella. Possono andare verso movimenti molto danzati, pensando sempre ad una “pentacoordinazione”. Infatti, una delle strategie della metodica GDS è la stella a cinque rami. Ad ogni punta c’è una catena muscolare e la sesta si accompagna ad ognuna di esse. La stella simboleggia l’idea del controllo giusto di una catena sull’altra perché possiamo coordinarle in maniera ottimale.

Mi sono accorta che non è così necessario allungarsi, per qualcuno che ha coscienza delle proprie ossa, i muscoli troveranno un altro modo di posizionarsi, di trovarsi, di rilegarsi e di comunicare. L’aggiustamento muscolare avviene spontaneamente una volta che queste strutture ossee sono incorporate. Penso che i muscoli che dobbiamo allungare siano quelli che hanno un linguaggio che chiameremo linguaggio scritto o fisso. Nella maggioranza dei casi le persone non sono in situazioni veramente patologiche; per i piccoli mali di tutti i giorni, fisici e dell’essere, la metodica offre un’enormità di strumenti e crea una dinamica. Come Godelieve diceva, quando c’è movimento non c’è patologia, la patologia esiste quando esiste qualcosa di fisso.

L’immagine giusta può aiutare la prevenzione di lesioni nei ballerini ?

Si, ma non solo per i ballerini. Tutti impareranno ad utilizzare meglio il corpo per ferirsi di meno. Durante la formazione GDS parlavamo molto di prevenzione delle lesioni. Abbiamo tendenza a farci male sempre nello stesso punto, che siamo ballerini o no, il che prova che queste lesioni non avvengono a caso ma arrivano su un terreno già fragile, predisposto, per una serie di fattori. Conoscere questi fattori aiuterà sia la prevenzione di una lesione sia la guarigione. Godelieve offriva strumenti per dialogare meglio con se stessi, con meno pregiudizi e più conoscenza.

Come possiamo concretamente utilizzare le catene della danza ?

È il lavoro che avevo cominciato con Godelieve qualche anno fa e che abbiamo dovuto interrompere. L’idea era di fare in modo che tutte le catene, ognuna nel suo territorio, marcano impronte utili. Tutte le catene possono lasciare impronte attraverso la ripetizione di un’espressione. Queste impronte possono essere utili, neutre o nocive.

Le impronte utili sono concrete, ogni catena muscolare deve lasciare un’impronta utile in un certo territorio del corpo perché i muscoli possano ben coordinarsi. Posso citarne qualche esempio: il posizionamento corretto di T8 all’apice di cifosi e la libertà del ginocchio per una buona catena AM; il sacro ancorato tra le iliache per la catena PM; per la PL sarà mantenere l’estremità superiore del femore in rotazione esterna; per l’AL ancorare la cintura scapolare al bacino. E così di seguito. In ogni caso, il cammino per utilizzare la metodica nella danza è iniziato ma rimane ancora molto da fare.

Per ulteriori informazioni sulla metodica GDS

www.methode-gds.com

www.apgds.com

PER APPROFONDIRE

• Coralie Ars, travail de fin d’études Intérêt des chaînes musculaires dans l’approche pédagogique de la danse, Haute école Leonard Da Vinci, 1996-1997

• Godelieve Denys-Struyf, Introduction à la méthode des chaînes GDS, ICTGDS, 1984

• Godelieve Denys-Struyf, Les chaînes musculaires et articulaires, Institut des chaînes musculaires et des techniques GDS, 1987

• Nouvelles de Danse n°12, Dossier: Danse et Kinésiologie, Contredanse, Septembre 1992

Inforchaînes, bulletin trimestriel d’information de l’Institut des chaînes musculaires et de techniques GDS, plusieurs numéros depuis 1985 jusqu’à 2010

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Margaux Lamaro
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Created with images by 3938030 - "slipper dance ballet dancer foot classic dance"

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