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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 15

LUIGI BAROLI INCONTRA PALAZZO AGLIARDI

LUIGI BAROLI

Io non sono e non voglio essere un designer, io voglio essere un progettista, un architetto che progetta cose necessarie capaci di assolvere funzioni precise.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Prima di schiacciare il tasto REC di registrazione è venuto fuori il nome di Marco Zanuso, grande maestro di architettura e del design che tu hai conosciuto da studente di architettura…

Luigi Baroli: Ho studiato architettura in un momento particolare…

G.D.P.: Nei turbolenti anni del Sessantotto?

L.B.: Appena dopo, ma erano ancora anni difficili. Ero molto indeciso se scegliere di studiare architettura a Venezia o a Milano, ma affascinato da alcuni professori che insegnavano al Politecnico, scelsi Milano.

G.D.P.: A quali professori ti riferisci?

L.B.: Al professor Marco Zanuso, prima di tutto, poi Lodovico Barbiano di Belgiojoso, persona straordinaria e fondatore dello studio BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressutti e Rogers). Le loro architetture hanno lasciato un segno indelebile nella città di Milano, in ognuna di esse, dal monumento ai caduti nei lager tedeschi del ’46 alla Torre Velasca nel ’58 traspare lo spirito del luogo, il genius loci intrappolato nelle loro composizioni. Di Belgiojoso mi sorprendevano inoltre i molti progetti legati al disegno industriale dalla sedia Elettra per Artflex ai mobili da ufficio per Olivetti. Ma soprattutto l’allestimento loro affidato nel 1951 dalla Triennale di Milano intitolato La forma dell’utile, mostra da cui si fa partire il disegno industriale in Italia. E poi Paolo Portoghesi, in quegli anni Preside e professore di Storia dell’architettura affascinato dall’opera del Borromini, riferimento costante in tutti i suoi lavori che, allora già anticipavano l’architettura postmoderna. I suoi lavori, i suoi libri scritti con la moglie Giovanna Massobrio concentravano l’attenzione sull’ampiezza e la profondità del progetto nelle varie epoche storiche. Progetto inteso come fatto collettivo, invitando noi studenti a una riflessione sulla radice comune che imparenta l’eleganza dei maestri con l’ingenuità degli interpreti minori.

G.D.P.: Portoghesi ha dato un contributo fondamentale alla svolta postmoderna che andava sviluppandosi proprio in quegli anni?

L.B.: Portoghesi non rifiutava i canoni del movimento moderno nella sua interezza, ponendosi piuttosto all’interno di quel variegato mondo del razionalismo italiano fatto di molte sfaccettature spesso contrastanti.

G.D.P.: Zanuso è colui che torna più volte nel discorso…

L.B.: Sì, con lui l’approccio non è stato facile, ma volevo assolutamente lavorare con lui. Alla fine io molto timido mi sono fatto coraggio e ho bussato alla sua porta.

Ho avuto la fortuna di trovare un uomo severo, a volte burbero ma capace di diventare paterno e spiritoso, che mi ha accompagnato fino alla tesi di laurea. Mi intratteneva parlandomi di architettura e disegno industriale.

Raccontava il suo modo di progettare che rifiutava nettamente lo styling, l’oggetto di moda che privilegia l’immagine prima della sua funzione. Raccontava seduto a un tavolo, che aveva disegnato per essere prodotto in grande serie per un grande magazzino, evidenziandone i dettagli e la ricerca della vera semplicità, molto lontana dalla banalità. Semplicità resa possibile solo dallo studio rigoroso dei materiali (quel tavolo e quelle sedie prodotte poi da un grande ebanista faranno parte da sempre del mio studio e mi accompagnano nei miei lavori). Ricordandomi sempre una frase di Leonardo da Vinci che il professore amava:

la semplicità è la suprema sofisticazione.

G.D.P.: È questo togliere che hai preso da Zanuso?

L.B.: Nei primi anni del Novecento l’architetto boemo trapiantato nella Vienna austroungarica, Adolf Loos pubblica Ornamento e delitto. L’ornamento era visto come il male che a livello architettonico rispecchiava la situazione economico politica. Da allora l’approccio stilistico si evolve definitivamente. Nasce il razionalismo, quindi il "non togliere tanto per togliere". L’approccio al progetto non può che tener conto del rigore nell’affrontare la professione, la volontà di verificare sempre tutto e l’aspirazione a non adagiarsi mai sul “già visto”, riesaminando ogni passaggio fino ad ottenere un risultato soddisfacente. Questo ribadiva in tutte le sue chiacchierate il professore, diventando per me il mantra che mi accompagna da sempre.

G.D.P.: Quindi quando vai da un’azienda, da un artigiano, non arrivi con dei disegni finiti dicendo: “voglio questo e si fa così” ma ti confronti?

L.B.: Per chi fa questo mestiere risulta fondamentale interconnettere la propria creatività con le possibilità offerte dalle tecnologie proprie dell’industria per la quale sta lavorando. Imprescindibile per il buon esito del progetto un forte rapporto personale e di stima reciproca.

G.D.P.: Il tuo modo di progettare, lavorare non è solo un modo per dare qualcosa, ma anche per imparare?

L.B.: Ci vuole una grande curiosità e un’attenzione notevole a quello che dicono i tuoi interlocutori per raggiungere risultati soddisfacenti.

Questo non è mai scontato perché spesso si cerca di difendere le poche cose che si conoscono, convinti che valgano di più, invece lavorare con gli altri, rapportarsi con saperi e competenze diverse dalle proprie ti arricchisce permettendoti di governare le complessità attraverso l’interdisciplinarietà.

G.D.P.: Come fa un designer a seguire lo sviluppo di un progetto?

L.B.: Attualmente molti oggetti non provengono da una singola industria. Quest’ultima assume solo la funzione di “editrice”. Oggi ci troviamo davanti a un distretto industriale nel quale la produzione è frammentata in singole lavorazioni quindi per realizzare un qualsiasi progetto serve un partner con le necessarie capacità tecniche. In questo momento sto lavorando con alcune aziende, ognuna con la propria specializzazione. I prodotti che ne derivano mi appaiono molto interessanti. Ognuna di esse, con le proprie specificità produce oggetti d'eccellenza smarcandosi da aziende che “appongono solo il marchio”.

G.D.P.: Un ritorno alla tradizione della produzione?

L.B.: Io non sono e non voglio essere un designer, io voglio essere un progettista, un architetto che progetta cose necessarie capaci di assolvere funzioni precise.

Lavorare con partner capaci fa sì che le difficoltà e le limitazioni - inevitabili - dell’ambito in cui si opera non risultino mai elementi negativi, anzi spesso risultino spunti per ribaltare una realtà negativa in positiva.

G.D.P.: Hai toccato anche un'altra questione, quella dell'architetto che progetta anche oggetti e che quindi è anche un designer. Una specie che sembra ormai appartenere al passato, visto che da alcuni decenni sono nate molte scuole di design, dove si finisce per essere designer senza essere architetti e a volte ad essere designer senza aver fatto né scuole di architettura, né tantomeno di design. Come ti poni rispetto a questo lo si è intravisto già in alcune tue risposte alle domande precedenti. Ti andrebbe di parlarne più approfonditamente?

L.B.: Ho avuto il piacere di insegnare in una di queste prestigiose scuole dopo essere stato chiamato da Perry King e Santiago Miranda, architetti e designer di grande valore. Io credo che insegnare questo mestiere sia molto, molto difficile, anche per le non facili connessioni con l'industria. Comunque penso sia fondamentale far comprendere agli studenti che

fare il designer non vuol dire inventare l'ennesima seggiola o lampada o qualsiasi altra cosa che ti possa rendere ricco e celebrato. Studiare design è studio, ricerca, fatica, lavoro. Forse uno dei lavori più belli al mondo.

Oggi, invece, tutto è molto relativo; ci sono designer alla moda che inventano il colore di stagione per cui oggi facciamo questo colore, la prossima stagione quell’altro, ma questo non c’entra con l'architettura.

Architettura è lavorare intorno all'uomo e per l’uomo, assolvendo e risolvendo bisogni e funzioni con oggetti atti a durare nel tempo e non fare cose che durano, citando un detto milanese, “da Natale a Santo Stefano”.

G.D.P.: Quindi sei appassionato della cultura moderna, rifiutando la cultura postmoderna?

L.B.: Occorre riprendere la distinzione tra cultura moderna e postmoderna. La prima contiene in sé la narrazione del progresso, è una cultura atta a preparare nuovi accadimenti, nuove proposte, nuove modi di fare che sembrano migliori soppiantando con autorevolezza le precedenti.

La seconda è una cultura di chi, prima di prendere una posizione o un'iniziativa, attende lo svolgersi degli eventi per poi regolarsi nel modo che più gli conviene. È difficile prendere una posizione netta. Il questo periodo dove il relativismo impera, per dirla come il filosofo francese molto amato dagli architetti, Gilles Deleuze:

il progetto diventa un esercizio di resistenza all'omologazione alla fissità, alla monotonia uniformante, all'illusione del nuovo a tutti i costi.

G.D.P.: Entriamo un po’ più nel tuo lavoro. Hai vinto anche un Compasso d'Oro con il prodotto Cartoons, un progetto molto semplice, un paravento di cartone.

L.B.: Cartoons nasce all'interno di un progetto di allestimento voluto da Baleri Italia per rappresentare la propria collezione d’arredo.

L'allestimento rappresenta per me un luogo privilegiato di confluenza di molteplici saperi che concorrono a definire le differenti modalità di valorizzazione delle potenzialità espressive e comunicative.

I caratteri architettonici degli spazi, i costi, i necessari adeguamenti alle norme di sicurezza, pongono vincoli severi richiedendo quindi uno studio attento che consenta la comprensione del contesto di origine ma che non alterasse la razionalità dei percorsi in cui gli oggetti risultavano integrati con gli elementi che ne favoriscono la comprensione, evitando quei mezzi sussidiari che possano recare disturbo, ostacolandone l’osservazione.

La vecchia tecnologia della carta ondulata in altezza opportuna abbinata a un profilo in gomma messa a proteggere il perimetro, ha dato origine a una struttura leggera autoportante, arrotolabile su sé stessa, economica e facilmente trasportabile.

Srotolata lungo i percorsi ha reso possibile la realizzazione del progetto. Gli ambienti prendevano luce mentre l'architettura e gli oggetti esposti venivano valorizzati. L'allestimento, ritenuto dai più innovativo, fu apprezzato per la sua semplicità e freschezza. Enrico Baleri, presidente e direttore artistico del marchio, decise di inserirlo, dopo un'attenta e necessaria ingegnerizzazione nella collezione decretandone il successo anche commerciale. Nel 1994 a Cartoons venne assegnato il Compasso d'Oro (appresi la notizia il sabato di carnevale al che pensai subito a uno scherzo). La cosa che mi ha fatto piacere è stata la sorpresa di ricevere il premio dal professor Marco Zanuso e dal professore Vico Magistretti. Questo nella maestosa Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale. Qualche anno dopo Cartoons fu inserito nella collezione del Museum of Modern Art (MoMa) di New York e nelle collezioni di altri prestigiosi musei in giro per il mondo.

G.D.P.: Contemporaneamente lavoravi per una catena di negozi di abbigliamento, Boggi?

L.B.: Un lavoro iniziato un po’ per caso. Nato da una simpatia professionale con la moglie dell’imprenditore, il quale aveva una piccola catena di negozi di abbigliamento a Milano. L'idea è stata quella di definire un’immagine coordinata, definire il marchio e quindi le etichette, il packaging fino al layout dell'esposizione partendo da un negozio pilota. Uno spazio organizzato secondo una specifica micro-urbanistica, con percorsi funzionali, punti di attrazione e corsie preferenziali. Gli arredi, le strutture di servizio, i mobili, le vetrine, i tavoli, i banchi sono moduli flessibili, adattabili alle diverse situazioni di vita del negozio. Il modulo base, di questa sintassi d'arredo è il guardaroba, l'armadio aperto per suggerire al cliente un approccio diretto.

G.D.P.: Se dovessi spiegare questo progetto in poche parole, quali sono le caratteristiche?

L.B.: L'obiettivo era quello di dare allo spazio una immagine rassicurante di un negozio di tradizione, tenendo conto, già nella fase embrionale del progetto, dei tempi di realizzazione e delle risorse misurate. L'utilizzo di materiali non convenzionali che potessero assumere una vita e una funzione differente e magari anche migliore da quella per cui erano stati concepiti, mi hanno permesso di non rinunciare alla ricercatezza della forma, e all’adattabilità nei diversi contesti.

G.D.P.: Oggi di cosa ti stai occupando?

L.B.: Oltre a progettare interni e piccole architetture per committenti divenuti amici e a integrare con nuove proposte le collezioni di gioielli iniziate quasi per gioco alcuni anni fa, sto progettando per quattro aziende del settore dell’arredo. Ognuna di esse ha le proprie specializzazioni (luce, metallo, legno, polimeri), ognuna le proprie peculiarità legate a un saper fare tipicamente italiano. Sono aziende che propongono al consumatore prodotti caratterizzati da materiali pregiati e lavorazioni ricercate. Sto lavorando congiuntamente ai tecnici specialisti nelle varie discipline esplorate. Un impegno importante e stimolante sul fronte forniture capace di spaziare con disinvoltura dall'abitazione al contract esplorando nuove tipologie d'arredo in grado di confrontarsi coi muta-menti richiesti dal mercato.

G.D.P.: Qual è il tuo rapporto con il passato e come l'hai realizzato con DimoreDesign?

L.B.: Siamo nani che camminano sulle spalle dei giganti.

Già nel 1100 questa intuizione di Bernardo di Chartres rendeva con un’immagine chiara il debito che i moderni hanno verso gli antichi.

Visito per la prima volta, accompagnato da Giovanna, Palazzo Agliardi in una mattina di inizio estate. Varcata la soglia irrompe in me lo stupore, gli occhi viaggiano e colgono la meraviglia in ogni stanza, in ogni dettaglio. Tutto è incanto. E poi inaspettato, il giardino che come una nobildonna di altri tempi dalla bellezza schiva, timidamente si svela.

Riaffiorano alla mente i versi di Poliziano: “I mi trovai, fanciulle, un bel mattino di mezzo maggio in un verde giardino…” Un invito a vivere e assaporare il momento come calato in una dimensione onirica, un mondo parallelo lontano da preoccupazioni e affanni. Ho sentito il bisogno di sdebitarmi con l'ospite con un mazzo di fiori per adornare con leggerezza il grande atrio della casa.

Ne è nato FLORILEGIUM: un mazzo di fiori raccolti in questo giardino incantato. Un mazzo di fiori improbabili, le corolle sono le sedute leggere delle nuove seggioline progettate per Baleri Italia e realizzate per l’occasione nei colori cantati dal poeta.

BIO

LUIGI BAROLI (1951) nasce a Corbetta (Milano). Dopo la laurea in Architettura presso il Politecnico di Milano, si occupa prevalentemente di architettura d’interni, orientandosi anche verso il design del gioiello. Ha curato l’immagine coordinata della catena di negozi di abbigliamento Boggi. Nel 1995 gli viene assegnato il Compasso d’Oro per il progetto del paravento Cartoons realizzato da Baleri Italia, azienda con la quale collabora dal 1988 curando la direzione artistica dello showroom di Milano e gli allestimenti della collezione in Italia e all’estero. La sua collaborazione con Gloria inizia nel 2001 con la progettazione delle lampade Mouse e Lily. Dal 2004 è partner associato di eb&c Centro Ricerche Enrico Baleri, svolge attività come designer, architetto, esperto di comunicazione e di mode. Dal 2020 riveste il ruolo di direttore artistico per Anonima Castelli

PALAZZO AGLIARDI

Palazzo Agliardi racchiude 500 anni di storia della città e non solo di Bergamo: l’intreccio di vicende familiari, dinastiche, imprenditoriali, artistiche e militari che questo edificio racconta e testimonia è arricchito da grandi nomi ed eventi storici che vanno oltre le mura di Bergamo e segnano da un lato la storia d’Italia e dall’altro la storia dell’arte.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Fotografie: Ph. dell'installazione di Luigi Baroli a Palazzo Agliardi © Ezio Manciucca - Dettaglio lavori di Luigi Baroli © Luigi Baroli | Editing di Roberta Facheris