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«Mio Signore e mio Dio!» beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

I vangeli di queste domeniche si pongono una grande domanda: Come possiamo incontrare il Risorto?”. Dove e in che modo?

Dal mattino di Pasqua si passa alla sera di quello stesso giorno. Solo Giovanni racconta che Gesù apparve in mezzo ai suoi entrando a porte chiuse (kleio=sprangare con una sbarra).

I discepoli, nonostante la notizia sconvolgente dell’angelo, avevano paura perché il mandato di cattura era per tutto il gruppo. Che bello vedere che le porte chiuse non fermano il Signore, l’incredulità non arresta il desiderio di Dio di incontrarci.

Le nostre chiusure non fermano il Risorto! Il Suo amore è più forte delle nostre paure. L’abbandonato ritorna da coloro che sanno solo tradire e abbandonare.

Immagino si aspettassero un rimprovero, in fondo lo avevano abbandonato e tradito ma Gesù non porta rancore: annuncia la pace e dona lo Spirito.

Beato me

Metti qui il tuo dito. Guarda le mie mani. Tendi la tua mani. Mettila nel mio fianco.

È perentorio il Risorto, con Tommaso.

Non discute. Sorride, mentre parla. È venuto apposta per lui, otto giorni dopo la sua resurrezione.

Non era presente, Tommaso, in quella sera piena di meraviglia. Non era con gli altri quando il loro Maestro era apparso dal nulla, mentre ancora, stupiti, commentavano il racconto dei due di Emmaus.

Ma non si era lasciato prendere dall’entusiasmo, Tommaso, una volta tornato nella stanza al piano superiore.

Non aveva creduto alle loro parole, non al Risorto.

Poco credibili, tutti: Andrea, Pietro, Filippo, tutti era fuggiti. E anche lui, Tommaso, era stato travolto dalla paura.

E ora erano lì a dirgli, lo sguardo trasfigurato, che Gesù era venuto a trovarli, vivo.

Sì, certo, come no.

Non ha creduto ai suoi compagni. Troppo incoerenti, troppo deboli, troppo fragili.

Come noi, poco credibili. Assolutamente poco credibili. I peggiori testimoni del risorto che si possano immaginare. Noi. Noi Chiesa claudicante troppe volte muro e non vetro, troppe volte ostacolo e non epifania, così pesantemente ancorata al limite, alla paura, al calcolo, alla finzione.

Non crede ai suoi amici perché, onestamente, non sono credibili.

Ma resta. Diversamente da noi che, a volte, ci sentiamo, se non migliori, almeno non peggiori di questi cattolici di abitudine.

Non fugge.

Non fa il superiore, Tommaso. E fa bene. Viene il Signore. Apposta per lui.

Paolo Curtaz

Dal Vangelo secondo Giovanni

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Parola del Signore

ARRESO ALLA PACE

«Se non vedo e non tocco, non crederò». Povero, caro Tommaso! Vuole delle garanzie, ed ha ragione, perché se Gesù è vivo tutta la sua vita ne sarà sconvolta.

Otto giorni dopo Gesù è ancora lì: aria di paura in quella casa!

Paura dei Giudei e di se stessi, della propria viltà nella notte del tradimento. Solo Tommaso ha il coraggio di andare e venire.

La paura è la paralisi della vita, e ciò che invece la fa ripartire sono gli incontri, Gesù lo sa bene.

I suoi erano scappati tutti: che cosa di meno affidabile di quel gruppetto allo sbando?

E tuttavia Gesù viene. Per vivere, anche Dio ha bisogno di comunicare vita, dare respiro, il suo respiro. La misericordia è l’identità stessa del Padre, una necessità divina: oggi devo fermarmi a casa tua.

Gli apostoli hanno provato a convincere Tommaso: abbiamo visto il Signore, ha le mani piagate!

Ma lui, il più libero di tutti, non ci sta, non si accontenta di parole: se il Maestro è vivo, perché siete ancora rinchiusi qui, invece di uscire nel sole del mondo?

Se lui è vivo, cambia tutto.

“A noi giovò più l’incredulità di Tommaso che non la fede degli apostoli” (Gregorio Magno).

Tommaso ci mostra quale grande educatore fosse Gesù: lo aveva formato alla libertà interiore, al coraggio di dissentire per seguire la propria coscienza. Maestro di

libertà e di serietà nelle scelte.

Che bello se anche nella Chiesa fossimo educati più alla consapevolezza che all’ubbidienza; più all’approfondimento che alla docilità.

Guarda, metti, tocca! Fai la tua verifica. Il Risorto che parla è colui che è stato crocifisso, ha le piaghe ancora aperte. Colui che è stato crocifisso è qui Risorto, ha un corpo di luce che ha attraversato le sbarre delle porte. Croce e Pasqua indissolubili: Croce senza Pasqua è cieca, Pasqua senza croce è vuota.

E Tommaso si arrende; si arrende non al toccare, ma alla pace che incalza, che palpita, che dilaga. Non all’imporsi della logica, ma all’accensione del cuore.

Ogni esperienza pasquale si riassume nella bellissima professione di fede di Tommaso: mio Signore e mio Dio. Questa dichiarazione al “mio” Dio, non è possesso, è fedele appartenenza a chi è stato capace di rubarmi il cuore, a un nido che mi ha lanciato in volo.

Mio perché è parte di me.

“Beati quelli che senza aver visto crederanno”. Finalmente una beatitudine per me, per noi, per tutti, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi inciampa, per chi è sulla soglia, per chi vorrebbe lasciarsi ferire dalla luce, ma nessuna “apparizione” lo ha raggiunto.

Provo a ripetere le parole di Tommaso, nella mia stanza chiusa, nel cuore del silenzio. Ci vuole poco per essere apostolo, un po’ di libertà e di fuoco; basta così poco per essere un profeta minore: ascoltare Dio respirare dentro il mio respiro…

E sento crescere lo Spirito e il suo mistero, mi è compagno sulla strada, l’avverto, respiro che sale e si dilata; e le sue parole sono fiori di luce.

Ermes Ronchi

Lo so’ è difficile credere alla risurrezione, a una notizia così bella. Per questo abbiamo cinquanta giorni per riflettere e convertirci e in questo cammino abbiamo un compagno di viaggio: Tommaso.

Strano destino il suo. Ha fatto la più bella espressione di fede nei vangeli ed è passato alla storia come l’incredulo.

Nel Vangelo di Giovanni il suo nome viene ripetuto sette volte (il numero della totalità) e per tre volte viene detto “didimo”, il gemello. Di chi è il gemello? E’ il gemello di Gesù. Al momento di andare da Lazzaro per risuscitarlo, i discepoli si erano impauriti perché stavano ritornando in Giudea dove cercavano di ammazzarlo e Tommaso sarà l’unico ad avere il coraggio di dire “andiamo anche noi a morire con lui”. Tommaso non era pauroso come gli altri discepoli (che infatti stanno chiusi). Tommaso aveva compreso, che non bisogna dare la vita per Gesù, ma con Gesù e come Gesù. Da quel momento Tommaso viene chiamato “il Dìdimo”, il gemello di Gesù, quello che gli assomiglia.

Ma Tommaso è anche nostro gemello, è “uno dei dodici” (come Giuda!) prototipo del discepolo.

In fondo siamo noi Tommaso, che per credere non ci accontentiamo di ascoltare ma vogliamo toccare. Ci sentiamo vicini a lui in una fede dubbiosa dimenticando che il dubbio è il lubrificante della fede (Maria, all’angelo che annuncia la nascita di Gesù, esprime dubbi…).

Ma soprattutto Tommaso non crede ai suoi amici. Perché? Semplicemente perché non erano credibili. Come poteva credere a coloro che erano scappati sotto la croce, che avevano lasciato il maestro solo nel momento dell’angoscia. Erano stati degli ipocriti. Come poteva credere a Pietro che lo aveva rinnegato per ben tre volte!

E’ l’esperienza che viviamo noi quando ci capita di annunciare la bella notizia del vangelo e la gente fatica a crederci. Sapete perché? Perché siamo poco credibili.

Ma Tommaso non abbandona il gruppo e dopo otto giorni è ancora la e fa bene perché il Risorto torna solo per lui!

Questo incontro, avviene dentro la comunità, non va a fargli visita a casa sua. Il luogo dell’incontro è la comunità riunita, una comunità mediocre che ha dovuto fare i conti anche con il tradimento di uno di loro.

E’ confortante sapere che l’incontro con il Risorto non avviene in una comunità ideale e perfetta (che non esisterà mai!), ma in quella in cui vivi, quella con la quale il Risorto ti ha chiamato a camminare. E’ li dove viviamo che il Risorto vuole farsi incontrare.

Gesù non concede a Tommaso apparizioni particolari, ma gli si presenta “Otto giorni dopo”, cioè quando la comunità si riunisce di nuovo nella celebrazione dell’Eucaristia.

E’ bello sapere che il Risorto, se tardo ad aprire la porta del mio cuore, ritorna. Ha pazienza, non si stanca. E viene in cerca proprio di me. Come sempre va in cerca della pecorella smarrita.

Gesù dice a Tommaso di mettere il suo dito nei fori delle mani e nel fianco, ma Tommaso si guarda bene dal farlo (sono i pittori che lo rappresentano con il dito infilato nelle piaghe ma Tommaso non lo fa!). Al contrario pronuncia la più alta professione di fede di tutti i Vangeli: «Mio Signore e mio Dio!».

Paolo De Martino

Se volete approfondire, qui sotto il link per accedere al video con il commento di don Alberto Maggi

Giovanni, al termine del suo Vangelo ci lascia uno stimolo: l’esperienza del Risorto è personale. Dio è un’esperienza: bisogna “toccarlo”, vederlo, incontrarlo. Aver letto tanto sull’amore è conoscenza, ma essere amati, è un’altra cosa. E’ l’esperienza che produce la vera conoscenza, perché l’esperienza è la conoscenza del cuore. Le nostre liturgie non ci devono parlare di Dio, ce lo devono far sentire, toccare, sperimentare.

L’evangelista conclude: “Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro”. Giovanni ci invita a scrivere il nostro libro, il nostro vangelo. Le prime comunità cristiane ci hanno trasmesso la loro esperienza, noi dobbiamo farla nostra e poi scrivere il nostro personale vangelo. Era quello che succedeva almeno fino al IV secolo nelle primitive comunità cristiane. Ogni comunità, ogni parrocchia dovrebbe scrivere il suo Vangelo.

La bella notizia di questa Domenica?

Non importa quanti fallimenti, Lui c’è! Non importa quante debolezze, Lui c’è! Non importa quanti tradimenti, Lui c’è!

Paolo De Martino

Created By
Gilberto Filippi
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