Marcel Proust rivivere il tempo perduto

La grandezza e l’originalità dello scrittore francese Marcel Proust nascono da una singolare mescolanza di due poetiche opposte: una grandissima capacità analitica da un lato, e dall’altro l’esaltazione delle forme intuitive di conoscenza e dell’interiorità dell’individuo. Con queste modalità espressive lo scrittore francese ha costruito un nuovo modello di romanzo, che ancora oggi si pone come punto di riferimento esemplare

Marcel Proust, nacque a Parigi nel 1871, visse la propria adolescenza e giovinezza in pieno decadentismo, un periodo caratterizzato dal prevalere di filosofie irrazionaliste, che ponevano il mistero, il dolore e l’interiorità al centro della condizione umana. Una conseguenza fu, sia in poesia, sia in prosa, il prevalere delle forme brevi e frammentarie rispetto a quelle tese a rispecchiare la totalità umana. Il romanzo, che aveva trionfato sino allora, entrò in crisi.

«Per molto tempo sono andato a letto presto la sera»: inizia così il prologo del romanzo "Alla ricerca del tempo perduto", incentrato sull’analisi del dormiveglia, regione di confine tra coscienza e inconscio. Al risveglio il Narratore stenta, nel buio totale, a collocarsi in questa o quella camera, finché la memoria si fissa su quella della casa di Combray, villaggio di provincia, dove la sua famiglia si recava un tempo a trascorrere le vacanze di Pasqua. Ma dell’infanzia in campagna ogni memoria è stata cancellata, tranne quella di un trauma doloroso: una sera, a causa della presenza a cena di un vicino di casa, la madre non sale a dare al bimbo il bacio della buonanotte. In un crescendo di ansia da abbandono, il fanciullo ha una crisi di nervi acuta.

Solo questo ricordo-incubo è sopravvissuto, fino al giorno in cui, molti anni dopo, inzuppando a Parigi un biscotto chiamato petite Madeleine in una tazza di tè, il Narratore viene colto da un’emozione straordinaria, per l’analogia tra quel sapore e qualcosa di identico provato in un istante dimenticato del passato. Concentrandosi, ricorda che, quand’era bambino, a Combray, una zia gli offriva lo stesso tipo di biscotto, bagnato in una infusione di tiglio.

Un frammento di tempo perduto risorge così dall’oblio. Per associazione di idee, riaffiora anche il ricordo della vecchia casa col suo giardino, delle strade del villaggio, della antica chiesa, e della campagna circostante dove, coi familiari, il Narratore faceva ogni giorno lunghe passeggiate. Talvolta si dirigevano dalla parte di Méséglise, passando accanto alla villa di Swann, un raffinato esponente della borghesia ebraica. Altre volte, invece, andavano, lungo il fiume, verso il castello di Guermantes, abitato dai signori di quella zona, una famiglia aristocratica dall’illustre passato, giunta al vertice della mondanità parigina.

Solo molto più tardi, il Narratore riuscirà a penetrare nell’universo meraviglioso (o supposto tale) di questa élite sociale, e ne resterà deluso. A Parigi, egli esplorerà dunque questi mondi (borghesia e aristocrazia), sperimentando le croci e le delizie dello snobismo, in un pellegrinaggio attraverso le sofferenze amorose, prima per Gilberte, la figlia di Swann, e poi per Albertine. Centinaia di personaggi, alcuni dei quali delineati con una eccezionale forza psicologica che li rende indimenticabili, si affollano attorno al lettore sempre più incantato.

Accompagnando il protagonista dalla prima infanzia fino alla vecchiaia, il racconto è punteggiato da vari incontri con la morte di persone care. Dopo la scomparsa di Albertine, il Narratore visita Venezia e Padova. La descrizione delle distruzioni materiali e morali provocate dal primo conflitto mondiale, sia a Parigi, sia a Combray, suscita impressioni profonde. Per i suoi gravi disturbi nervosi il Narratore si fa ricoverare in case di cura. È scoraggiato, si sente fallito. Ha perso la fiducia sia nella propria vocazione di scrittore, sia nel valore della letteratura. Ma, a questo punto, c’è una svolta insperata.

Dopo la guerra, torna a Parigi e si reca a un ricevimento mondano. Nel cortile, fa qualche passo indietro perché c’è un’automobile in manovra. Poggia il piede su una pietra difettosa, per un attimo perde l’equilibrio. È assalito dalla stessa sensazione di felicità che gli aveva dato, tanti anni prima, il sapore della petite Madeleine. Stavolta è una visione di luce e di azzurro abbagliante. Stenta a riconoscerla, ma poi capisce: è Venezia. Nel Battistero di S. Marco, per meglio osservare un mosaico raffigurante il Battesimo di Cristo, era indietreggiato e aveva perso l’equilibrio allo stesso modo.

Stavolta il Narratore ha occasione di riflettere a lungo sul significato delle memorie involontarie, ed elabora un’estetica della dimensione profonda e interiore. Tutti gli apparenti valori della vita sono falsi miti. Storia, scienza e società sono illusioni. Non sarebbe del tutto assurdo sostenere che Proust ha scritto un romanzo di varie migliaia di pagine per dimostrare che tutto ciò di cui in genere parlano i romanzi (compreso il suo, tranne le 20 o 30 pagine in cui sono descritte alcune memorie involontarie) è privo di interesse. Ma non è esattamente così. In realtà la sua è un’estetica doppia, basata anche sulla necessità di estrarre dall’esperienza le leggi generali della psicologia e dei comportamenti sociali, e in tal modo anche il romanzo tradizionale ritrova una sua ragion d’essere.

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