Cap.3 Dal XX congresso alle crisi di Cuba e Berlino, 1956-63

1. IL 1956 E LA SFIDA CHRUSCIOVIANA

Chruscëv, nonostante fosse stato appoggiato da alcuni dei settori più conservatori della società sovietica, aveva comunque continuato il programma di riforme iniziato da Malenkov. Per quanto riguardava la politica estera, il nuovo leader rifiutò la dottrina staliniana secondo la quale era inevitabile un conflitto tra l’URSS e le potenze capitalistiche; venne infatti riaffermata la linea di coesistenza pacifica con l’Occidente. Neanche l’entrata della RFT nella NATO fermò tale processo e nel settembre del 1955, Konrad Adenauer si diresse a Mosca per cercare di migliorare i rapporti tra l’URSS e la Germania occidentale.

Nello stesso tempo, la diplomazia chruscioviana si pose l’obiettivo di aiutare sia la Iugoslavia titina che i paesi del Terzo Mondo. Chruscëv, conoscendo la fragilità dell’impero sovietico, cercò di migliorare i rapporti con i propri alleati in Europa orientale. Una delle intenzioni era quella di far evolvere i rapporti verso forme negoziate e contrattate di collaborazione. Il policentrismo, ovvero questo nuovo orientamento tra potenza egemone e paesi satelliti, esprimeva la palese impossibilità di imporre l’applicazione del modello sovietico anche ai paesi dell’Europa orientale.

Nel 1956, in occasione del xx congresso del partito comunista dell’Unione Sovietica, Chruscëv spiegò i principali elementi del nuovo corso della politica estera di Mosca e quest’evento divenne famoso grazie al “discorso segreto” tenutosi dal leader dell’URSS. Durante quel discorso vennero denunciati per la prima volta i crimini commessi da Stalin ed inoltre Chruscëv, sempre in quell’occasione, rifiutò i dogmi staliniani e quindi anche l’idea dell’inevitabilità del conflitto con le potenze occidentali. Inoltre due mesi dopo il xx congresso, venne sciolto anche il Cominform, da molti interpretato come gesto di concessione sia ai propri alleati europei orientali sia all’Occidente.

Il riformismo chruscioviano che aveva spiccati tratti nazionalisti, però, finì per avere effetti destabilizzanti poiché si contrastava il pragmatismo della politica estera di Stalin. Chruscev voleva che la coesistenza con l’Occidente fosse sia pacifica che competitiva, soprattutto sulla crescita economica e sulla corsa agli armamenti. I progressi dell’URSS in campo della tecnologia bellica (nel 1957 sia il primo missile a lungo raggio, che il lancio del primo satellite chiamato Sputnik) appesantirono il “dilemma della sicurezza” di Mosca e Washington.

L’URSS inoltre continuò a dare certe attenzioni alla lotta anticoloniale del terzo mondo e ciò significava che essa permaneva di un approccio rivoluzionario agli affari internazionali. Queste attenzioni non erano casuali, infatti così facendo l’URSS conciliava l’appoggio alla causa rivoluzionaria e l’estensione dell’influenza sovietica verso aree strategicamente sempre più rilevanti. Questi atteggiamenti dell’URSS stimolarono gli USA e l’effetto suscitato pareva contraddittorio rispetto all’obbiettivo di Chruscev, cioè quello di ridurre le tensioni in Occidente.

Proprio all’interno del blocco sovietico nel 1956, iniziarono a nascere le prime difficoltà causate dal nuovo corso di Chruscev, precisamente in Polonia e in Ungheria dove il processo di destalinizzazione ebbe effetti radicali.

In Polonia la feroce repressione delle contestazioni operaie generò proteste in tutto il paese e le pressioni popolari ebbero il risultato di riportare al potere il vecchio leader comunista Nladislaw Gomulka, il quale anni prima era stato imprigionato poiché nazionalista e antistalinista. I sovietici si preoccuparono per le tensioni polacche e valutarono anche la possibilità di intervenire militarmente per riportare l’ordine nel paese. Mosca temeva che le forze anticomuniste prendessero il sopravvento, facendo in modo che la Polonia uscisse sia dal blocco comunista che dal trattato di Varsavia. Essendo salito al potere Gomilka però, si evitò di ricorrere all’intervento militare ed inoltre di diede avvio ad una serie di riforme necessarie affinché la popolazione si placasse e nel contempo, la nuova leadership polacca garantì di non voler giungere ad una rottura dell’alleanza con l’URSS.

In Ungheria invece, sempre dopo pressioni popolari, salì al potere Irme Nagy che al contrario del caso polacco, il nuovo leader ungherese organizzò un dettagliato progetto di riforme tra cui l’uscita dal patto di Varsavia e l’adozione di una posizione neutrale. Mosca, non accettando la perdita di un tassello importante come l’Ungheria al fine di avere il pieno controllo sui paesi d’Europa orientale, decise di intervenire militarmente. Nagy e il suo braccio destro Pal Maléter vennero arrestati ed in seguito condannati a morte, le vittime ungheresi furono 2000, quelle sovietiche 700.

L’intervento sovietico in Ungheria fu soprattutto per motivi di sicurezza, poiché la combinazione tra il crescente antisovietismo degli ungheresi e le posizioni prese da Nagy avrebbero potuto danneggiare il sistema difensivo sovietico. Ciò che successe in Ungheria fu rivelatore dei limiti che ebbero le riforme chruscioviane, l’Unione Sovietica aveva impostato la propria egemonia sull’Europa orientale in maniera complicata da poter gestire, ma soprattutto da tollerare forme di dissenso all’interno del blocco comunista. L’URSS dimostrò una scarsa adattabilità sia all’evoluzione del contesto internazionale che di conseguenza a una maggior autonomia ed indipendenza da parte di alcuni paesi. Il progetto di Chruscev quindi soddisfece solo parzialmente le richieste di una maggiore democrazia avanzate dall’opinione pubblica dei paesi di blocco comunista.

2. LA GUERRA FREDA E LA DECOLONIZZAZIONE

Eisenhower voleva modificare la politica estera americana assumendo maggiore fermezza nei confronti dell’Unione Sovietica, ma il bipolarismo e la corsa al riarmo nucleare limitarono le opzioni della nuova amministrazione. Le principali sfide erano la decolonizzazione e il dinamismo di Chruscev.

Fonti: http://www.internetculturale.it/upload/immagini/kruscev1.jpg e https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/8/88/General_of_the_Army_Dwight_D._Eisenhower_1947.jpg/220px-General_of_the_Army_Dwight_D._Eisenhower_1947.jpg

A partire dagli anni cinquanta il processo di decolonizzazione fu molto influenzato dallo scontro tra Usa e Urss. La posizione degli Stati Uniti era contraddittoria, perché storicamente erano ostili nei confronti del colonialismo, ma in questo caso erano in gioco i loro interessi economici (accesso alle materie prime nei paesi del Terzo mondo) e il timore che la decolonizzazione portasse a una situazione di instabilità nei paesi africani e asiatici, di cui avrebbe potuto approfittare l’unione sovietica. Quindi intervennero nelle ex colonie europee.

Gli Stati Uniti intervennero sempre di più nel Terzo mondo, perché in palio c’era la credibilità del loro impegno per la difesa del “mondo libero”.

Eisenhower spiegò che a causa dell’interdipendenza globale gli Usa dovevano intervenire in nazioni strategicamente marginali, per evitare la diffusione del comunismo.

Gli strumenti che usarono per intervenire furono delle operazioni clandestine da parte della CIA, grazie alle quali rovesciarono i governi in Iran e Guatemala, a causa dei progetti economici che questi paesi avevano intrapreso, che andavano a discapito di quelli statunitensi.

Fonte: http://wearechange.org/wp-content/uploads/2016/12/Cia-lobby-seal.jpg

Alcuni leader locali sfruttarono a proprio vantaggio la rivalità tra Usa e Urss.

L’aera del Medio Oriente fu teatro di competizione tra le due superpotenze, infatti questa zona aveva una grande rilevanza economica e strategica, per la sua abbondanza di petrolio e la posizione geografica.

Qui si instaurò un conflitto tra lo Stato d’Israele e il mondo arabo.

Gli Stati Uniti sostennero l’Israele, a causa della grande comunità ebraica statunitense, che spinse il governo a sostenere economicamente e militarmente il paese.

Con questa azione ci fu un inasprimento dei rapporti tra Stati Uniti e mondo arabo.

L’indisponibilità degli Stati Uniti a soccorrere l’imperialismo europeo configgeva con la paura che gli interessi economici dell’occidente venissero danneggiati da forze nazionaliste radicali arabe.

Il dinamismo di Chruscev stava portando la competizione anche in Medio Oriente, gli Stati Uniti coinvolsero le potenze filoccidentali come Turchia, Iran e Iraq per contenere l’influenza del comunismo e del nazionalismo arabo più radicale.

Malgrado i loro sforzi non riuscirono a coinvolgere l’Egitto, infatti il leader Gamal Abdel Nasser sfruttò la competizione tra le due superpotenze: gli Stati uniti insieme alla Gran Bretagna erano disposti a costruire una diga su Nilo, e L’Unione Sovietica iniziò a fornire ami all’esercito egiziano.

Fonte: http://www.futuroquotidiano.com/wp-content/uploads/2015/03/nasser109.jpg

L’accordo per il fornimento di armi all’Egitto portò alla cancellazione dei piani della diga da parte degli Usa. In risposta a questa decisione l’Egitto nazionalizzò la compagnia che gestiva il canale di Suez, influendo negativamente sugli interessi economici dell’Inghilterra, che a sua volta nell’ottobre del 1956 assieme a Francia e Israele intervenì e attaccando l’Egitto.

L’Unione Sovietica minacciò di utilizzare le sue bombe atomiche contro Francia e Inghilterra.

Se gli Stati Uniti si fossero schierati a favore delle potenze europee avrebbero perso il sostegno dell’intero mondo arabo.

Dunque Usa e Urss si trovarono dalla stessa parte del denunciare l’imperialismo europeo e costrinsero Francia e Inghilterra a ritirare le truppe.

Gli Stati Uniti attuarono la “dottrina Eisenhower”, ossia l’autorizzazione a fornire aiuti ai paesi in Medio Oriente in riposta alle aggressioni dei paesi comunisti. Lo scopo di questa dottrina era infatti contrastare l’influenza sovietica e la diffusione del panarabismo sostenuto da Nasser, infatti aiutarono Giordania e Libano.

Nel Terzo mondo gli Stati Uniti erano visti come gli eredi del colonialismo europeo.

Mosca inoltre non era in grado di controllare i suoi stati-clienti.

Negli anni cinquanta iniziò a farsi spazio l’idea che fosse possibile sottrarsi dal bipolarismo e si potesse scegliere la via della neutralità tra Usa e Urss.

Durante la conferenza di Bandung del 1955 alla quale presero parte 29 paesi asiatici e africani, le nazioni si unirono per affermare i principi di autodeterminazione, di sviluppo e di sovranità nazionale.

Fonte: http://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/media/images/10858.jpg

Questo atto però si scontrava con la loro dipendenza economica e la loro incapacità di creare un fronte coeso.

Gli Usa avevano una maggiore capacità rispetto all’Urss di fornire mezzi con cui i paesi del Terzo mondo potessero svilupparsi, infatti il sistema capitalistico era vincolante in termini di autonomia economica e sovranità azionale, ma forniva l’accesso a una grande rete di scambi economici e aiuti finanziari.

In questo periodo ci fu anche una corsa agli armamenti da parte delle due superpotenze. l’Urss creò i primi missili intercontinentali, provocando un sentimento di vulnerabilità negli Stati Uniti.

I nordamercani avversari di Eisenhower lo accusarono di avere sacrificato la sicurezza nazionale in nome degli imperativi di bilancio.

Le accuse mosse erano infondate, infatti gli Stati Uniti mantenevano la loro supremazia nel campo degli armamenti.

J. F. Kennedy nella sua campagna politica del 1960 accusò l’amministrazione statunitense di debolezza nei confronti dell’Urss. Eisenhower infatti contenne la crescita di investimenti militari e sostenne la necessità che l’Europa occidentale si armasse.

Kennedy invece voleva che gli Usa si munissero di un vasto arsenale, e instaurò una vigorosa corsa agli armamenti.

Fonte: https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/736x/52/8d/2c/528d2cb0116237e635d8b6a8da7f9238.jpg

Solamente alla fine del decennio iniziò il confronto tra le due superpotenze per il controllo della loro competizione.

3. DISSIDI TRA CINA E URSS E TRA USA E ALLEATI EUROPEI

Fin da quando nasce la Repubblica popolare cinese vi sono vari elementi di divisione tra quest’ultima e l’Unione Sovietica. Il rivoluzionario, politico, filosofo e dittatore cinese Mao Zedong giunge al potere autonomamente senza l’aiuto da parte di Stalin. Per questo motivo, la Cina comunista, rispetto ad altri paesi europei comunisti, non era facilmente controllabile dall’URSS. Con la possibilità che Chiang potesse tornare al potere aiutato dagli Stati Uniti, Mao chiede aiuto a Mosca. Il regime comunista affermatosi in Cina nel 1949 necessitava aiuti militari e tecnologici che solo l’URSS era in grado di fornire.

Mao Zedong

Con l’arrivo degli anni cinquanta i rapporti tra i due paesi sono in difficoltà, le idee e gli obbiettivi di Malenkov e Chruscëv si scontrano con quelli di Mao. I primi vogliono attuare una politica di distensione con l’Occidente, cosa che preoccupa il dittatore cinese, il quale opera il suo rigido controllo sulla società cinese grazie ad un senso di accerchiamento del paese.

Oltre all’avversione per la distensione, la Cina offre sostegno ai paesi del Terzo Mondo, nati dopo la decolonizzazione. Così facendo la potenza cinese inizia a presentarsi come modello per tutti i paesi in via di sviluppo. Un nuovo soggetto partecipa così alla competizione apertasi tra le due grandi superpotenze nel Terzo Mondo.

Mosca mostra delle perplessità sull’assistenza tecnologica necessaria al potenziamento dell’arsenale strategico di Pechino. Nel 1958 scoppia una crisi tra la Repubblica popolare cinese e la Cina nazionalista di Taiwan (le “due Cine") e nell’agosto di quell’anno l’artiglieria cinese bombarda le isole di Quemoy e Matsu, le quali fanno parte del territorio di Taiwan. L’attacco militare viene intrapreso senza il consenso di Mosca, Mao viola le regole della gerarchia interna al campo comunista per affermare l’autonomia di Pechino sulle questioni relative alla sua sicurezza. L’azione militare cinese induce gli Stati uniti a dichiararsi pronti per difendere le due isole, se necessario anche con le armi atomiche. Il conflitto tra le due Cine rischia di portare ad uno scontro tra le due superpotenze. La crisi rientra e però ha l’effetto di rafforzare la diffidenza ormai esistente tra Mosca e Pechino. Nell’agosto del 1959, Mosca decide di bloccare la prevista vendita di armi nucleari e di cancellare gli accordi di assistenza tecnica ed economica con la Cina.

Quando nasce una disputa territoriale tra Cina e India, Mosca si schiera con quest’ultima e nell’agosto del 1963 viene ratificato un accordo con l’Occidente per la messa al bando degli esperimenti nucleari nell’atmosfera. Un anno più tardi, Pechino fa esplodere la sua prima bomba atomica.

In contrapposizione, anche all’interno del blocco occidentale non mancavano elementi di tensione tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei. Essi erano causati da due motivi principali, in primo luogo l’anticomunismo e l’ostilità verso l’Unione Sovietica non erano sufficienti a garantire un’assoluta comunanza di posizioni all’interno del blocco occidentale. Vi erano interessi diversi tra gli USA e i paesi europei che volevano adottarsi di una politica estera più autonoma e indipendente. In secondo luogo, esistevano dei dubbi da parte degli europei relativi alla disponibilità americana per garantire una difesa da un’eventuale aggressione sovietica. La sicurezza dell’Europa occidentale era nelle mani dell’effetto deterrente delle armi nucleari americane.

Eisenhower per rispondere a questo problema sosteneva che Gran Bretagna, Francia e perfino la Germania avrebbero dovuto equipaggiarsi di proprie armi nucleari. Mettendo in atto questo piano si sarebbero potuti raggiungere tre obbiettivi: in primo luogo si avrebbe agevolato il processo di unificazione europea e la formazione di un entità politica, militare ed economica capace di costruire un efficace contrappeso all’Unione Sovietica e al blocco comunista. In secondo luogo gli USA avrebbero potuto ridurre il proprio impegno in Europa e concentrarsi sui teatri della competizione con l’URSS ed in fine la Repubblica federale tedesca si sarebbe potuta dotare di proprie armi nucleari.

Dwight David Eisenhower

Ma l’ambizioso progetto di Eisenhower si scontra con Londra e Parigi che desiderano mantenere la sovranità nazionale in ambito militare.

Quando nel 1958 Charles de Gaulle torna al potere, denuncia il ruolo subordinato della Francia all’interno della NATO e mette in dubbio la disponibilità statunitense a difendere l’Europa. Nel 1959 vi è il ritiro della flotta francese dal Mediterraneo e successivamente, nel 1966, vi è l’uscita della Francia dall’organizzazione del Patto atlantico. Con la decisione di Charles de Gaulle di sviluppare un proprio arsenale atomico la Francia è portata in rotta di collisione con gli Stati Uniti. Così come la Cina, anche Parigi decide di non ratificare il trattato che batteva al bando gli esperimenti nucleari nell’atmosfera.

Charles de Gaulle

Quando Kennedy sale alla presidenza le tensioni tra Francia e Stati Uniti si intensificano ulteriormente. Il nuovo presidente ritiene che le “ambizioni” nucleari dei partner europei possano stimolare l’intenzione della Germania federale di dotarsi di un proprio arsenale nucleare: un’eventualità che spaventa Mosca e finisce per avere effetti destabilizzanti sugli equilibri raggiunti nel continente europeo.

John Fitzgerald Kennedy

Quando Kennedy addotta la strategia politico-militare della "risposta flessibile", aumentano i pensieri da parte degli europei che i loro protettori, dunque gli americani, non rispettino la promessa di utilizzare il deterrente atomico per difendere l'Europa.

I tentativi di Kennedy di contenere la “nuclearizzazione” della Francia entro la cornice multilaterale della Nato s’infrangono contro la volontà di De Gaulle di riuscire ad avere un proprio arsenale atomico.

Il rifiuto di De Gaulle di accettare la linea statunitense è anche espressione dell’evoluzione degli assetti internazionali verso il superamento del rigido bipolarismo USA-URSS. La capacità di controllo delle due superpotenze sui propri partner si va affievolendo.

4. LA CRISI DELLE DUE SUPERPOTENZE: BERLINO E CUBA

Berlino Ovest costituiva un’enclave occidentale situata all’interno del blocco comunista europeo. Molti profughi trovavano nella capitale la via di fuga perfetta, grazie alle strade di rifornimento usate da USA, Francia e Inghilterra che portavano direttamente e in modo abbastanza sicuro nella Germania dell’ovest.

Nel 1958 il presidente russo Chruščёv chiese alle tre Nazioni occidentali di ritirare i propri soldati dalla capitale tedesca o di riconoscere il governo dell’est. Nel caso i tre Stati non avessero accettato le condizioni dell’ultimatum i sovietici avrebbero chiuso completamente la città.

L’interesse del leader sovietico, non era principalmente quello di bloccare il flusso migratoria che si spostava da est verso ovest, ma piuttosto voleva frenare la grossa crescita della RFT (Repubblica Federale Tedesca) che avrebbe potuto far diventare la Germania occidentale una nuova potenza nucleare e quindi avesse tutte le possibilità di riunificare il paese obbligando la retrocessione dell’URSS.

Il presidente statunitense Eisenhower rifiutò categoricamente le condizioni imposte dalla Russia, il fatto che la Germania dovesse diventare una potenza nucleare costituiva infatti uno dei tasselli fondamentali della sua strategia. L’unica condizione con cui le truppe americane avrebbero lasciato il suolo tedesco era l’unificazione della Germania attraverso delle libere elezioni.

Nell’agosto del 1961 le tensioni si riaccendono a Berlino, il governo tedesco-orientale in una notte costruì un muro che divideva la città in due, bloccando definitivamente praticamente qualsiasi possibilità di fuga attraverso la città. Il muro di Berlino diventò in poco tempo uno dei simboli più significativi della guerra fredda. La capitale tedesca diventò di nuovo il veicolo con cui il leader sovietico Chruščёv esercitava pressione verso gli Stati Uniti, la minaccia era quella che -in accordo con la Germania dell’est- venissero bloccati tutti gli accessi a Berlino ovest. Il nuovo presidente americano John Fitzgerald Kennedy, seguendo le orme del suo predecessore, rispose ai Russi con la fermezza più assoluta, facendo capire che non avrebbe avuto problemi ad usare la forza per difendere la parte americana della capitale tedesca.

Fonte: http://4.bp.blogspot.com/-TmOdT9FMDas/U1I1CIkmfOI/AAAAAAAAj_Y/k6paWYZAeyY/s1600/Berlin+Wall+in+the+1960s+(1).jpeg

Kennedy non aveva però interesse a far diventare la RFT una nazione provvista di un arsenale nucleare personale. Il democratico voleva infatti che gli Stati Uniti assumessero il controllo dell’intero arenale NATO. La presenza americana nella sezione occidentale tedesca aveva quindi anche lo scopo di evitare che la RFT si appropriasse di armi nucleari, in questo punto gli interessi di Washington e di Mosca coincidevano, emergevano quindi delle premesse per il mantenimento di uno status quo che permetteva una presenza più o meno pacifica delle due superpotenze in Europa.

Fonte: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/93/Khrushchev_and_Kennedy_Shaking_Hands_-_NARA_-_193204.jpg

L’equilibrio formatosi nel vecchio continente poggiava su delle basi molto delicate: se i Russi avessero fatto nuove pressioni su Berlino ovest gli Stati Uniti avrebbero fatto saltare gli accordi sulla non nuclearizzazione dei paesi dell’Europa dell’ovest, d’altro canto se la Germania dell’ovest avesse fatto troppa pressione per l’ottenimento di un arsenale nucleare nazionale avrebbe rischiato di perdere la capitale.

Insieme alla crisi di Berlino dall’altra parte dell’oceano nel 1959 Fulgencio Garcia, dittatore cubano, viene spodestato dal movimento rivoluzionario guidato da Fidel Castro. L’ostilità degli Stati Uniti verso il nuovo governo di cuba attirò l’interesse di Mosca, che iniziò a finanziare il movimento di Castro spostando la sua posizione verso sinistra.

Fonte: https://www.tamilnet.com/img/publish/2016/11/Fidel_Castro.jpg

L’intesa tra il governo Cubano e l’URSS era fortificata dall’interesse russo verso la zona caraibica grazie alla sua particolare posizione strategica, dall’altra Castro aveva pieni interessi a stipulare un’alleanza con Mosca essendo una Nazione provvista di tutti i mezzi che avrebbero permesso una solida permanenza del suo governo. L’Avana e Mosca si allearono quindi contro il loro comune nemico.

L’avvicinamento sempre maggiore tra i due rivali intimorì gli USA che tramite la CIA iniziò ad addestrare un gruppo di cubani anticastristi che avrebbero dovuto rovesciare il nuovo governo di sinistra; l’operazione si trasformò in un fallimento totale. Il tentativo di sbarco nella baia dei Porci si trasformò in un massacro delle forze americane. In questo modo Washington rafforzò l’immagine di Castro ottenendo l’effetto contrario rispetto a quello desiderato.

Nel 1961 il presidente russo Chruščёv decise di dispiegare delle basi di lancio missilistiche puntate verso gli Stati Uniti, esse sarebbero servite a colmare la differenza in campo strategico tra le due superpotenze e a fornire un vantaggio alla Russia nelle future trattative con gli USA. Nell’autunno del ’61 l’intelligence statunitense scoprì le basi missilistiche, creando una nuova situazione di drammatica tensione. Dopo qualche giorno, grazie anche al segreto accordo per cui gli Stati Uniti dovevano ritirare i missili della NATO stanziati in Turchia, la Russia acconsentì di ritirare il loro armamentario da Cuba.

Fonte: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/3f/Cubacrisis_01_Nov_1962.jpg/400px-Cubacrisis_01_Nov_1962.jpg

Le crisi di Cuba e Berlino rappresentano due dei momenti più bui della guerra fredda, in entrambi i casi le due superpotenze riuscirono a giungere a degli accordi che riconoscevano la legittimità reciproca che era invece mancata negli anni più aspri dello scontro bipolare.

Report Abuse

If you feel that this video content violates the Adobe Terms of Use, you may report this content by filling out this quick form.

To report a Copyright Violation, please follow Section 17 in the Terms of Use.