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DEGLI SCIENTISMI E DELLE PENE

Una volta, la vita per noi fisio-osteopati era facile.

All’ inizio, era il test dei pollici salienti. Affidabile, sicuro, efficace.

Poi venne chi lo contestò perché non era così affidabile. Ci spiegarono il perché. Accettammo la critica, nostro malgrado.

Poi venne chi contestò i test di mobilità, poiché il coefficiente inter-operatore e intra-operatore non era uguale a 1. In sostanza ciò che faccio io, deve essere uguale a quello che fai tu: se un astragalo è bloccato in anteriorità, lo deve essere anche per te. Sia nelle giornate in cui io sono sereno, sia in quelle in cui ho preso una multa e mi sento arrabbiato. Ok, giusto.

Poi venne chi contestò le manovre terapeutiche, l’effetto neurofisiologico delle manipolazioni e i test palpatori sulla stiffness muscolare; così il numero dei test e di tecniche affidabili diminuirono vistosamente, riducendosi a manovre molto elementari, per concludere infine che l’unico modo per garantire che il coefficiente K fosse =1 sarebbe stato quello di evitare di toccare il paziente e somministrargli solo una batteria di esercizi. Mica esercizi specifici, no, bastavano 3-4 esercizi che lo tenessero impegnato trisettimanalmente. L’alleanza terapeutica e il tempo avrebbero fatto il resto.

In questo modo il fisioterapista si sarebbe dovuto trasformare in una specie di insegnante di “ginnastica”, rinunciando alla sua più grande specificità, la palpazione e il tocco terapeutico, considerati troppo poco oggettivabili durante la ricerca clinica.

Nella fisioterapia basata sull’ evidenza scientifica, nessuno spazio per la terapia manuale dunque, nessuna speranza ormai per il massaggio, nato 3000 anni fa e sopravvissuto in salute fino a 5-6 anni fa.

A quel punto, i vecchi massaggiatori con il camice ancora sporco d’olio insorsero sdegnati, mentre i cultori della nuova verità, di lingua anglofona, conquistavano meritatamente la loro dignità.

Alle domande scettiche dei nuovi San Tommaso, non era più possibile rispondere “Metti-le-mani-e-senti”: i vecchi dinosauri dell’ insegnamento osteopatico per la prima volta venivano pressati e messi alle corde dalle prime evidenze scientifiche in Terapia Manuale, vacillando nel loro gongolante senso di superiorità, colpiti da macigni scagliati da posizioni strategiche, riparate sotto la gonna di mamma Scienza.

Ancora oggi, in modo acerrimo, si stanno scontrando sui social e altrove, fazioni opposte di una guerra tra poveri: da una parte i fautori del metodo scientifico applicato alla Terapia Manuale e dintorni, dall’altra coloro che si fidano della propria esperienza e dell’aspetto sensoriale delle proprie mani.

Quali radici ha questa diatriba?

Da che parte sta la ragione?

Le basi storico-filosofiche

Sin da Galileo, alla base del metodo scientifico vige il cosiddetto "postulato di oggettività", ossia detto in altri termini: ciò che è vero è lì, fuori di me, altro da me, osservabile, quindi ri-producibile, utilizzabile, consumabile.

Il postulato di oggettività ha come conseguenza il "metodo empirico". Il metodo empirico prevede la ripetibilità dell'esperimento. Dalla ripetibilità si ottengono modelli di calcolo statistico che poi si applicano alla varietà degli esseri umani. La ripetibilità è solo uno e nemmeno il più determinante dei fattori del metodo scientifico.

Ora, prendiamo la gravità. Da Isaac Newton fino a Max Planck passano più di 300 anni. Per trecento anni quella benedetta mela cade al suolo poiché la gravità è una legge universalmente ripetibile. Poi arriva la fisica quantistica e ribalta tutto. La mela cade, riassumendo, perché l'esperienza in prima persona dell'osservatore ha determinato la possibilità del manifestarsi del fenomeno in cui l'osservatore stesso è incluso!

È il rimettere, in qualche modo, la coscienza in prima persona nel campo che le pertiene, quello dell'esperienza assoluta dell'essere in quanto umani.

In India e in Cina, da 4000 anni, tale filosofia ha fondato intere civiltà.

Prendiamo la legge di ereditarietà genetica che ha condizionato l'umanità ed ancora continua a farlo, in modo irrimediabile: noi siamo condannati a rivivere la storia genetica dei nostri avi.

Poi arriva l'epigenetica ed è una rivoluzione. Basta un'ape a cambiare il nostro mondo.

Noi uomini siamo determinati anche dalle nostre scelte, dal nostro stile di vita, dalle condizioni ambientali che creiamo e che addirittura modificano l'espressione genetica del DNA. L’ha verificato Feinberg registrando, nel suo celebre esperimento sulle api, la variazione dello stato metilativo del DNA delle cellule cerebrali, a livello degli stessi geni che regolano il comportamento.

Tutto questo rappresenta, in termini filosofici, il ristabilimento del primato della mente sul corpo. Lo ha narrato Platone, nel suo Fedone, dove ha descritto la morte di Socrate.

L’alterazione del rapporto tra mente, spirito e corpo crea la malattia: il mondo orientale e quello olistico conoscono questa verità da millenni prima delle scienze occidentali. La conoscono da maggior tempo e per esperienza diretta e viva; non dallo studio e l'osservazione di cadaveri, così come la moderna medicina ha appreso durante la sua prima evoluzione.

Considerazioni personali

Quest’ultimo aspetto mi porta a guardare con preoccupazione e sospetto coloro i quali, in nome dell’ultima meta-analisi di dati scientifici che vige al momento, riducono le tecniche di Terapia Manuale e il massaggio in senso lato a un atto poco efficace e superfluo.

Gesti tramandati per centinaia e centinaia di anni e inscritti nella manualità di antichi terapeuti massaggiatori, decine e decine di anni di studio e conoscenza delle sequenze terapeutiche, gettati al vento in nome della nuova religione post-industriale, il classismo neo-scientifico, per il quale si rigetta la maggior parte di ciò che di buono esisteva nella terapia manuale, per ridurre il massaggio a qualche sporadica e rozza tecnica di contatto manuale.

Non sono un antiscientista e nemmeno contro la medicina occidentale, ma ritengo il comportamento di certi talebani EBM frutto di pura superstizione fideista scientista, alla stregua del timore del gatto nero che ti attraversa la strada o del passare sotto la scala. Un neo-medioevo tecnico insomma, dove è vero solo quello che osservi in terza persona e, al contrario, ciò che proviene da quella che chiamano “medicina alternativa” viene visto con scetticismo e scherno.

Tra l’altro, la dicitura "MEDICINA ALTERNATIVA" è una invenzione mediatica e falsa, perché il mondo dell'olistico (dal gr. hólos ‘tutto intero’) non è ALTERNATIVO a quello della medicina bensì INTEGRATIVO e chi ti propone una alternativa, ti sta già truffando.

Le statistiche del mondo scientifico, pur essendo ripetibili, non garantiscono la verità sulla salute e, a differenza del mondo olistico, non ti aiuteranno mai ad affrontare la morte in maniera significativa.

Semmai senza dolore ma MAI senza sofferenza.

Sarebbe opportuno che i preti scientisti si confrontassero, almeno una volta, con l'ineluttabilità della fine della vita, per aprirsi alla verità che la propria esistenza non si vive su un monitor; sarebbe utile che essi integrassero le loro conoscenze con autentico spirito di indagine scientifica e critica.

Ma se da una parte esistono gli ultras dell’EBM, dall’altra abbiamo i fantasmagorici supporters della medicina “alchemica-olistica”. La parte peggiore degli osteopati che con tecniche “magiche” hanno la pretesa di operare cambiamenti epocali nella struttura spirituale del paziente, gli operatori Reiki di 3° livello che curano a distanza, certi medici antroposofici oltranzisti che guariscono con il potere di simboli ed amuleti.

E' necessario pertanto mettere dei paletti tra ciò che è serio e tra ciò che appartiene alla ciarlataneria: la scienza, pur con i suoi limiti ottusi, svolge questo ruolo.

Anche qui dunque, come più volte nella mia vita, mi trovo a difendere parte del metodo scientifico, per evitare di generalizzare e finire tutti ad accarezzare l'aura per curare le persone affette da mali inguaribili.

Non sempre in passato i fautori dell’”amore cosmico” l’hanno presa bene, accusandomi di ristrettezza mentale e povertà spirituale.

Questa ignoranza buonista e new-age mi fa ribrezzo tanto quanto quella degli ultras della ratio clinica cartesiana.

All’interno dello “stadio” sportivo dove si svolgerebbe il match tra scienza ed olismo, l’errore più fatale che compie la “curva EBM” è quello di parteggiare per chi ritiene che tutto ciò che non sia comprovato dal metodo scientifico non funzioni.

In realtà, il fatto che non sia validato, randomizzato, con un doppio cieco ecc non significa che non funzioni: significa che il setaccio scientifico non è adatto per certi aspetti della Maestosità del Corpo Umano. Come voler misurare il peso molecolare con un righello.

La scienza seziona, tritura e analizza ciò che a volte è indivisibile.

Cercando l’infinitamente piccolo, si perde di vista il Tutto: è come pretendere di valutare la qualità di un grosso dipinto guardandolo da una distanza di appena qualche centimetro, oppure allontanandosi un centinaio di metri.

Impossibile apprezzarne il significato tanto da troppo vicino, ossia con una visione microscopica, quanto da troppo lontano, inserendo la pittura in un contesto eccessivamente macroscopico.

Occorre una giusta distanza.

Trasportando la metafora all’ interno del corpo umano, sarebbe un po’ come decodificare il sentimento provato da una persona misurandone i parametri fisiologici: significherebbe voler ridurre, per esempio, l'Amore a una banale scarica di ossitocina o a un aumento della pulsazione cardiaca.

Incompleta e ridicola, questa visione, dal momento che tutti sanno che l'amore esiste e non c’è bisogno di dimostrarlo. Anche i figli della logica cartesiana infatti, i talebani dell'Evidence Based Medicine, sono figli dell'amore dei loro genitori, ma questi "preti scientisti" sembrano averlo dimenticato, avendo occhi bendati tanto quanto i seguaci della setta più sghemba che esista.

Occorre una giusta distanza dunque, che ancora non ho trovato, ma sto lentamente cercando di definire.

Soluzione

Come sarebbe se prendessimo la parte buona della scienza, quella che ci fornisce statisticamente la migliore verità apparente e, sapendo che il metodo scientifico è incompleto, noi cercassimo di accogliere ed interpretare con spirito critico i risultati che ci offre questo rozzo ma necessario setaccio ed inserirli in una visione integrata, frutto di Corpo e Mente, frutto di Biomeccanica e Comportamento?

Anche perché, nel finale di partita, dove si vuole dimostrare il proprio valore o il valore della propria squadra, i campi di gioco sono due: un conto è dimostrare di ottenere risultato nel proprio operato con i colleghi, con la comunità scientifica, dove la credibilità è assicurata da corrette procedure, metodologia e curricula accademici. Altro è dover ottenere risultati con i propri pazienti in studio, dove ciò che conta davvero è la qualità percepita, che si evidenzia con la soddisfazione del paziente e si oggettiva tramite la varietà del bacino di utenza di cui un terapista dispone.

Aggiungo che la variegatura di tale bacino è un comprovato indice di efficacia. Saper trattare con successo sia chi ama “farsi scrocchiare” (come gli utenti dei chiropratici), sia chi predilige farsi “coccolare” con tecniche dolci (come i pazienti degli osteopati funzionalisti) e sia chi preferisce acquisire esercizi di consapevolezza corporea (come gli allievi delle classi di Pilates o Feldenkrais), pone il terapeuta a un livello superiore rispetto alla concorrenza e lo rende immune alle critiche circa la presunta efficacia di questa o quella tecnica.

La credibilità e la riprova della qualità percepita è assicurata dal successo di cui gode un terapista presso i suoi pazienti, dunque.

Questo è il vero IMPACT FACTOR, secondo me.

Credo che, salvo rari casi, bisogna accettare l’idea che più pazienti ha un terapista, più successo dimostra di avere. Se lavora molto, ciò che egli fa funziona, punto. Se dopo un certo numero di anni di esperienza sul campo, egli ancora fatica a riempire l’agenda del mese successivo, forse c’è qualcosa in quello che fa che non quadra, nonostante l’applicazione intelligente della migliore Evidence Based Practice.

Ancora una volta dunque, la Qualità Percepita fa la parte da regina: il giudizio finale del paziente sul nostro trattamento viene formulato in base a innumerevoli fattori, tra cui la Relazione Terapeutica, il Setting, la Comunicazione, l’effetto Priming e Recency e tutto quanto approfonditamente descritto in un altro mio articolo chiamato “Il Placebo personalizzato”; la tecnica utilizzata durante il trattamento manuale purtroppo assume un fattore impattante solo per una piccola parte.

Entro certi limiti etici, poiché il fine del nostro operato è il signor Paziente, trovo che sia pretestuoso e presuntuoso anteporre la presunta verità che si ottiene dagli studi scientifici a ciò che pensa della cura stessa il destinatario delle nostre cure.

Poiché dalle ricerche nel campo delle neuroscienze in medicina manuale, sembra emergere che la tecnica impatti solo per il 20 % sull’esito del trattamento, possiamo dedurre che stiamo tralasciando la stragrande maggioranza di ciò che nel nostro operato è davvero efficace.

I nostri competitor abusivi, appartenenti alle professioni non sanitarie, osservano divertiti le nostre feroci diatribe: ci stiamo scannando per sapere chi ha ragione all’interno di una parte di quel misero 20%, creando faziosità contrapposte a discapito della nostra Professione.

Ne vale davvero la pena?

Dr. Fabio Colonnello

Fisioterapista

Osteopata D.O.

Biomeccanico Comportamentale GDS

Coach di Programmazione Neurolinguistica

Mentore per i neolaureati in Professioni Sanitarie presso l’Università di Siena

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Fabio Colonnello
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