Eugène Delacroix (1798-1863)

EUGÈNE DELACROIX nasce nel 1789, è stato un artista e pittore francese, considerato il principale esponente del movimento romantico del suo paese. A partire dal 1818 lavora autonomamente.

"La barca di Dante" 1822

In questo quadro viene rappresentato il momento descritto nell'8 canto dell'inferno in cui Dante e Virgiolo attraversano il fiume Acherone sulla barca di Caronte. Alla barca cercano di aggrapparsi le anime dei dannati, per poter giungere il più presto possibile al luogo loro destinato. La barca è guidata da Flegias, il demone nocchero. Durante il passaggio un terremoto improvviso scuote la terra e fa apparire in lontananza "una luce vermiglia". Lo spavento fu così forte per il poeta che cadde svenuto, e si ritrovò, senza accorgersi, sull’altra riva del fiume infernale. Delacroix rende la scena un ambiente cupo e tenebroso, dal cui fondo emergono fuoco e nuvole di fumo con riflessi sul rosso scuro, oltre le guandi mura della città di Dite. Dante allarga le braccia spaventato, e Virgilio gli tende la mano, alcuni dannati mordono la barca, altri le si avvicinano, altri vogliono salirci servendosi di una donna, i nudi sono un chiarissimo riferimento a Mighelangelo.

Il massacro di scio

Il Massacro di Scio venne esposto al Salon di Parigi nel 1824 ed è attualmente conservato al Louvre, l'episodio raffigurato nel quadro rimanda ad un episodio storico realmente accaduto in quegli anni. Documenta il massacro compiuto dai Turchi il 1822 contro i Greci nell'isola di Scio ( che volevano conquistare la propria indipendenza ). I turchi trucidarono circa 20 mila persone, e deportarono i superstiti come schiavi. L'episodio fece scalpore in tutta Europa. Da qui la scelta di Delacroix di dedicare un quadro all'avvenimento, per usare la sua pittura come come spunto di denuncia contro gli orrori della guerra. In primo piano è collocato lo schieramento di prigionieri attentamente sorvegliati da un soldato turco a cavallo, l'unica persona della scena a mostrare una certa vitalità. Tutti gli altri, infatti, giaciono in uno stato di miseria, e attendono rassegnati la deportazione. Al centro un uomo agonizzante, sta esalando gli ultimi respiri, troviamo inoltre un'anziana greca pure seduta a fianco al cadavere di un'altra donna, alla quale è aggrappato il giovanissimo figlio che tenta invano di succhiare il suo seno. Una donna nuda, infine, è legata al cavallo del soldato turco, pronto ad assassinare la madre della rapita.

La libertà che guida il popolo

“La Libertà che guida il popolo” nel quale sono rappresentati alcuni cittadini in rivolta, che marciano insieme sotto la bandiera tricolore. Il dipinto, divenuto poi manifesto del romanticismo, aveva lo scopo di celebrare il giorno del 28 luglio 1830, quando il popolo parigino si ribellò al potere monarchico. Delacroix stesso, che si era arruolato nella Guardia Nazionale, si divertì ad auto-ritrarsi: lo si può vedere a sinistra del quadro, nell'uomo che indossa il cappello a cilindro. Il dipinto rappresenta la lotta per la libertà dei parigini, incitati da una figura femminile che ha carattere di allegoria: essa indica la patria e insieme la libertà. È una figura classica, ispirata alla Nike o alle divinità greche, è ritratta in una posa di esortazione, a metà fra l' essere una dea e una donna del popolo. La donna indossa il berretto, simbolo di libertà e stringe nella mano destra la bandiera repubblicana francese e nella sinistra un fucile. Tutti i soggetti rappresentano qualcosa: la donna la libertà, il bambino il coraggio, il ragazzo che guarda la donna la fede negli ideali e i cadaveri in primo piano la morte.

La morte di Sardanapalo

Sardanapalo, meglio noto con il nome di Assurbanipal, vissuto tra il 668 e il 626 a.C., fu l’ultimo grande re assiro. Secondo la leggenda, egli, assediato dai rivoltosi che cercavano di rovesciare il suo potere, resosi conto dell’imminente sconfitta, decise di morire con tutte le sue concubine, i suoi schiavi, i suoi cani e i suoi cavalli preferiti. Quindi, dopo che gli uomini ebbero sgozzate le donne, il coppiere del re appiccò il fuoco alla pira che avrebbe bruciato tutto. La storia è ovviamente di grande drammaticità e Delacroix la rappresenta con una composizione molto ardita e dinamica. Lo sviluppo formale avviene secondo la diagonale che va dall’angolo inferiore sinistro all’angolo superiore destro. Al sommo di questa diagonale, sdraiato su un grande letto, vi è il re, che osserva senza scomporsi la cruenta scena che gli si presenta, in attesa dell’imminente fine. Su tutto domina il colore rosso, che come squilli violenti, appare tra i toni gialli e quelli verdi cupi, per enfatizzare la sensualità drammatica che l’immagine trasmette.

"Carroziere ferito che abbandona il compo di battaglia"

Thèodore Gericault Esposto al Salon del 1814, esso è connesso alla disfatta napoleonica. Tuttavia la lontananza dal campo di battaglia, la mancanza di ogni espressione di sofferenza nel volto del soldato ferito e l'attenzione tutta rivolta alla perfezione formale denunciano la dipendenza del dipinto dal sistema compositivo neoclassico. Un corazziere ferito, posto sotto un cielo ostile di dense nuvole nere e tra i bagliori lontani del fuoco della battaglia, guardingo, con la testa volta all'indietro mentre cerca con gli occhi qualcosa di cui ha timore, scende per un pendio appoggiandosi al fodero della spada. Con la destra tiene il cavallo impaurito di cui frena il movimento. Il soggetto, non ritratto quale vincitore, ma come vinto, non come eroe, ma come semplice uomo che cerca di aver salva la vita, è la rappresentazione della caduta delle certezze e delle grandi aspirazioni napoleoniche, il presagio della fine di un'epoca.

"La corsa dei cavalli berberi"

Lungo la via del corso durante le feste del carnevale romano, gli animali vengono lansciati al galoppo senza cavaliere. I cavalli “scossi” venivano raggruppati proprio sotto l'obelisco di piazza del Popolo accanto al quale venivano costruite delle tribune dalle quali le persone più ricche e potenti della città potevano assistere da vicino alla partenza della gara. Nei momenti che precedevano la partenza, i cavalli erano tenuti dai barbareschi (gli odierni stallieri) con difficoltà perché aizzati e infastiditi da spilli inseriti in palle di pece che venivano attaccate sulla loro groppa. Quando si udivano gli spari a salve, tutti sapevano che la Corsa era cominciata. I cavalli venivano lanciati lungo via del Corso verso piazza Venezia, dove un grosso drappo sospeso in aria segnava la fine del percorso. L'arrivo e la “cattura” dei cavalli scossi, intimoriti e per nulla propensi a fermarsi di fronte ai barbareschi sono ricordati come momenti estremamente spettacolari per quella folla vogliosa di emozioni forti. Tanti nobili, reali, artisti e viaggiatori accorrevano a Roma per la corsa e ne lasciarono traccia nei loro scritti fino all'unità d'Italia quando, nel 1874, Vittorio Emanuele IIdecise di abolire per sempre questo evento a causa della morte di un giovane ragazzo, che assisteva alla corsa e fu travolto e ucciso. Questo fatto segnò così l'inizio del declino del Carnevale romano.

la zattera della medusa

La zattera della Medusa divenne la metafora di un naufragio che simbolicamente vide coinvolta tutta la nazione francese, 2 luglio 1816 una nave francese, la Medusa, naufragò nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste africane. A bordo c’erano circa 400 persone. Le scialuppe risultarono insufficienti, così venne costruita una zattera su cui vennero ammassati 149 naufraghi rimasti senza mezzo di salvataggio. La zattera restò in balia delle onde per 12 giorni, durante i quali i moribondi vennero buttati in mare e la fame, la sete e la disperazione diedero origine a episodi di cannibalismo. Géricault ne La zattera della Medusa colse l’attimo in cui i naufraghi videro lontana all’orizzonte la sagoma di una nave: era il brigantino Argus, che trasse in salvo solo 15 supersititi. quadro, esposto al Salon nel 1819, scatenò vivaci proteste, per la durezza con cui l’accaduto era stato esposto. Bisogna ricordare il periodo storico in cui questa tela nacque. La Francia aveva da poco lasciato alle spalle due periodi storici che l’avevano profondamente segnata: la Rivoluzione Francese, l’Impero napoleonico. Le figure compongono due impianti piramidali. La zattera, ormai alla deriva, si solleva sulle onde, mostrando quanto l’uomo sia piccolo rispetto alla forza della natura. All’orizzonte si scorge la sagoma di una nave: il quadro esprime dunque disperazione e insieme speranza, sentimenti contrastanti ma frequenti nella poetica romantica.

Gli alienati

Gli alienati di Géricault sono uomini e donne affetti da alterazioni psichiche, delle ossessioni che riguardano un solo aspetto del comportamento: l’invidia, il furto, la mania del Comando Militare, la dipendenza dal gioco d’azzardo e la pedofilia. Il primo ritratto a partire da sinistra mostra l’Alienata con la monomania dell’invidia, che presenta una donna anziana dagli occhi piccoli e iniettati di sangue. Il secondo quadro mostra l’Alienato con la monomania del furto, in cui prevalgono i toni del verde, gli occhi vuoti e l’aspetto trasandato. Nel terzo quadro viene rappresentato l’Alienato con la mania del comando militare, lo sfondo quasi nero accentua la solitudine dell’uomo. Il quadro seguente mostra l’Alienata con la monomania del gioco; lo sguardo è perso nel vuoto, come se si rivolge al pensiero del gioco d’azzardo. L’ultimo riquadro presenta l’Alienato con la monomania del rapimento dei bambini, forse il meno noto tra i cinque ritratti. Géricault penetra a fondo la psiche del personaggio, facendogli indossare un abito fanciullesco.

Napoleone

Realizzato da Ingres, mostra come imperatore Napoleone, con il costume che indossava per la sua incoronazione, seduto su una trono con braccioli ornati con palle d'avorio. Nella mano destra tiene lo scettro di Carlo Magno e nella sinistra la mano della giustizia. Sulla sua testa una corona di alloro dorato. Indossa anche una tunica ricamata in oro satinato e un mantello rivestito di velluto viola decorata con api d'oro. La spada incoronazione è nel fodero e sorretto da una sciarpa di seta. Il soggetto indossa scarpe bianche ricamate in oro e riposa su un cuscino. Il tappeto sotto il trono mostra un aquila imperiale.

La grande Odalisca

La grande Odalisca fu un dipinto realizzato nel 1814 per Carolina Munnat, sorella di Napoleone, moglie del re di Napoli, la donna rivolta di spalle, con con il visto rivolto verso lo spettatore, il prezzioso scacciamosche di piume, il narghilè, la tenda azzurra con ricami floreali. La posa della donnaricorda la raffigurazione di Venere.

Giove implorato da teti

Sull’opera: “Giove implorato da Teti”. A destra, sul gradino basso, reca la scritta “Ingres. Rome”. L’artista ha tratto il tema della presente composizione dal primo canto dell’Iliade, dove Teti chiede e ottiene da Giove di ostacolare i greci per far sì che Achille torni a combattere. Teti con una mano tocca le ginocchia e l'altra a gli sfiora il mento; il seno posato sulla coscia della divinità, mentre Hera osserva la scena.

Abbazia nel quercio

fredrich, tema delle rovine non è frequente nella pittura settecentesca di periodo preromantico. In quest’opera di Friedrich, si intravedono degli alberi scheletrici e un muro con una finestra in stile gotico, ultimo resto di un’antica abbazia distrutta e trasformata in cimitero. In basso si intravedono dei monaci con una bara sulle spalle, che stanno probabilmente accingendosi a seppellire un loro confratello morto. Ma qui non è il gusto dello scenografico ad ispirare l’opera di Friedrich, bensì il senso della morte e del disfacimento, che non riguarda solo le persone, ma anche le cose che loro fanno, quali gli edifici, che sembrano dover sfidare i tempi ed invece anch’esse inesorabilmente si polverizzano. Un lavoro lento che compiono il tempo e la natura, quest’ultima quasi inesorabile nel riprendersi le pietre e i materiali che le erano stati tolti per plasmare gli edifici.

Il viandante sul mare di nebbia

Il tema delle rovine non è frequeste nella pittura settecentesca di periodo preromantico. Il protagonista di questo celebre dipinto è un viaggiatore solitario che, ritratto di spalle ed esattamente al centro del quadro, ammira un panorama mozzafiato sull’orlo di un precipizio roccioso. La nebbia inghiotte le montagne proprio come fosse un mare, facendo sì che la linea dell’orizzonte e quella del cielo si mescolino fra loro. Il vento che scompiglia i capelli dell’uomo e il cappotto verde scuro che indossa danno allo spettatore l’idea di una giornata invernale. Oltre al vento, le nuvole e la nebbia danno un profondo senso di movimento, come se quel “mare di nebbia” fosse in continua agitazione. I colori poi sono di grande effetto e creano un forte stacco tra l’uomo, caratterizzato da tinte scure, e lo sfondo, caratterizzato invece da tinte chiare.

Un uomo e una donna davati alla luna

È un dipinto romantico realizzato nel 1819 dal pittore Caspar David Friedrich. È conservato a Berlino. Viene considerato una delle più importanti rappresentazioni della pittura romanticatedesca sviluppatasi nel primo Ottocento. Il dipinto rappresenta un paesaggio con due alberi, simbolo di ciò che crea l'uomo durante la sua vita, in mezzo ai quali compaiono due figure isolate di spalle, un uomo ed una donna che ammirano la luna nel cielo. Il quadro vuole far riflettere sul destino di solitudine dell'uomo. I colori sono freddi e neutri.

Martina Affinito IV classico

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