LA CHIESA DI VETRO

La chiesa di vetro: povertà, rigore e bellezza

Erano gli anni Cinquanta e Milano cresceva senza regole, sotto la spinta della corsa verso il benessere economico.

L’arcivescovo Montini si accorse che la guerra aveva distrutto chiese e parrocchie e inoltre nascevano nuovi quartieri; lanciò allora una campagna per le nuove chiese a Milano e dintorni con l’obiettivo di conciliare modernità, rigore, austerità: fu chiamato progetto Chiese Povere, per il quale cercò la collaborazione dei migliori architetti e dei loro allievi.

Due giovani trentenni, senza esperienza nell’architettura sacra, Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti, coadiuvati dall’ing. Aldo Favini, proposero un progetto rivoluzionario che fu accettato. Ne venne fuori uno degli esempi più importanti di architettura ecclesiale moderna, primo impiego del calcestruzzo armato, di elementi prefabbricati, di ferro e di vetro; Montini ne fu entusiasta: arte sacra, povertà e rigore, bellezza senza inutili sprechi.

Allora Baranzate era una frazione agricola e la chiesa sorgeva su una piccola altura circondata dai campi; venne consacrata il 7 novembre del 1958 dallo stesso cardinal Montini

Gino Cosentino (1916-2005)

Si formò con Arturo Martini all'Accademia di Belle Arti di Venezia .

Nel 1958 realizzò la Via Crucis nella nascente Chiesa di Vetro di Baranzate.

La Via Crucis di Baranzate è un’esperienza emozionante che contrappone alla fragilità della scatola muraria (in vetro) la solidità “ciclopica” dei muri di recinzione in pietra grossa. Sui muri in pietra grigia sono appoggiate le formelle in serpentino di Cosentino, degli altorilievi che fanno nascere dalla pietra figure sbozzate quel tanto che basta per accoppiare all’armonia dei volumi l’espressione di sentimenti intensi. La “Chiesa di Vetro” ha colpito l’immaginazione del tempo per la novità. Il muro in pietra, di per sé bellissimo, e le sculture di Cosentino restano un capolavoro e sono in piena armonia fra di loro. È possibile descriverli tecnicamente; non è facile descrivere il loro modo di essere senza cadere nella banalità: il muro in pietra, che, come le mura di una città micenea, ha in sé la storia della costruzione, la faticosa conquista della solidità, e le sculture di Cosentino, con la pietra profondamente scavata, con pieni e vuoti, luci e ombre, interrotte non appena la figura arriva, nell’armonia della composizione, ad esprimere un sentimento, hanno in comune la forza di qualcosa che nasce ed esiste per sempre e da sempre.

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