Giovanni Pascoli San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855 – Bologna, 6 aprile 1912

G. Pascoli e le sorelle Ida e Maria, Mariù

Giovanni Pascoli è una delle “tre corone” della poesia italiana di fine ‘800. Enrico Thovez, in un celebre saggio del 1910 (“Il pastore, il gregge e la zampogna”) identifica nel “pastore” Carducci, nel “gregge” Pascoli, nella “zampogna” D’Annunzio. Pascoli è un poeta non decontestualizzabile da un’atmosfera fin de siècle: leggendolo si percepisce che il ‘900 non è ancora del tutto cominciato e l’800 non è ancora del tutto concluso. Il poeta di San Mauro di Romagna è ancora ottocentesco nel suo non saper rinunciare alle ambizioni di Vate – pur all’interno di un orizzonte tutto sommato provinciale – e al conseguente utilizzo di una retorica talora ampollosa, stucchevole, “decorativa” (come in “Odi e Inni”). Tuttavia, è – spesso senza volerlo – precursore di tanto ‘900. Pensiamo alla linea che idealmente unisce Pascoli, Saba, Penna. Guido Gozzano assorbe dai toni pascoliani un certo modo di adattare l’orecchio a percepire sensazioni, e il registro prosastico, cioè il pedale basso e il suono smorzato. I Futuristi non avrebbero potuto gridare nei megafoni le loro parole in libertà se prima Pascoli non le avesse “liberate”, mostrando la possibilità di isolarle, di farle vibrare, di sfruttarne appieno il valore fonico-espressivo (ad esempio le onomatopee). Né, quindi, Ungaretti. Né Montale. Né poi gli ermetici, senza i processi analogici, lo sperimentalismo metrico-sintattico e l’attitudine misticheggiante di Pascoli.

Su un piano di più immediata evidenza, Pascoli prosegue per la via additata da Carducci, con cui intrattiene un rapporto dialettico di continuità e, a un tempo, di rottura: afferrare con chiarezza gioiosa la realtà oggettiva della natura. Ma, appunto, Pascoli oltrepassa gli stilemi parnassiani e il tono magniloquente della poesia epico-storica di Carducci. Infatti, per giungere alla chiarezza rompe gli schemi pratici e usuali della visione comune, e quindi – vichianamente – retrocede allo stadio primitivo della sensibilità, allo sguardo dell’infanzia. La parola, cioè, è colta alla radice della cosa, nel moto della sua prima immagine, nell’alone infinito di una unità che precede la distinzione razionale dei cinque sensi. Ecco il linguaggio analogico che aderisce al flusso della vita, alla sua metamorfosi perenne, alla sua trascorrente labilità fenomenica. Sono celeberrime le riflessioni sulla poesia de “Il fanciullino” («Marzocco», gennaio 1897) che identificano nell’infanzia l’“età poetica”. La poesia è conoscenza aurorale, analogica, intuitiva, tutta istinto e sensibilità primigenia. Il poeta vede con meraviglia, come per la prima volta, con sguardo vergine. Pascoli riprende il mito platonico del “Fedone”: dentro ciascun uomo sopravvive un fanciullino trepidante (una voce segreta) che vive il mondo attraverso i canali dell’immaginazione e della sensibilità. Il fanciullino «parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle» e scopre tra le cose relazioni e somiglianze insolite. Dunque l’infanzia: che per Pascoli significa la campagna, la famiglia, la memoria. Inizialmente la poetica del fanciullino si traduce nella osservazione stupita e commossa delle cose minime, in un contesto naturalistico e rurale che non nasconde la sua impronta “georgica” (“Myricae”, 1891).

Quadro Storico

Test

Myricae (1891)

Poesia delle piccole cose, come le umili tamerici

Il fanciullino (1897)

Canti di Castelvecchio (1903 e 1906)

Castelvecchio Barga

Dal punto di vista tematico, i Canti di Castelvecchio si avvicinano a Myricae nell'attenzione riservata al mondo naturale ma rispetto a Myricae, la prospettiva è però in parte diversa: se nella prima raccolta Pascoli descriveva un microcosmo misterioso e perturbante qui si privilegia il ciclo naturale delle stagioni, con l’alternarsi delle diverse stagioni. La scelta per Pascoli ha valore simbolico: all'eterno ritorno del mondo naturale, che si rinnova e rinasce, si contrappone il tema pascoliano della morte e l’angoscia della vita individuale (come ne La mia sera).

Primi poemetti (1904) e Nuovi poemetti (1909)

Pascoli riprende e amplia i temi portanti della sua poetica, dando vita a una raccolta più organica, che il critico Giorgio Bàrberi Squarotti ha definito «romanzo georgico». Quasi tutti i componimenti sono unificati dalla stessa cornice. I personaggi si muovono su uno sfondo agreste, tra contadini che si svegliano all'alba per la semina e campane che suonano l'Avemaria serotina. La raccolta è dedicata a Maria Pascoli, sorella del poeta, ed è espressamente presentata come un «invito alla campagna».

Poemi conviviali (1904)

Anselm Feuerbach, Il simposio di Platone

Odi e inni (1906)

La grande proletaria si è mossa (1911)

Quale e quanta trasformazione! Giova ripeterlo: cinquant'anni fa l’Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di sé, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio dell’avvenire. In cinquant'anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava.

Poemi del Risorgimento (1913)

da ENCICLOPEDIA TRECCANI: Pàscoli, Giovanni

Poeta (San Mauro, od. San Mauro P., 1855 - Bologna 1912).

Con la sua ricerca linguistica audacemente sperimentale, P. aprì la strada alla rivoluzione poetica del Novecento. Con la raccolta Myricae, la poesia italiana sembra scrollarsi di dosso le incrostazioni della tradizione per far riemergere le cose, la natura, fino ai più umili animali e alle più piccole piante, come se fossero stati appena scoperti dall'occhio umano. La metrica, la musica stessa del verso appare più libera, piena di echi e di rinvii che si prolungano nell'animo del lettore. I colori, gli odori e i suoni si mescolano per creare paesaggi e atmosfere che assumono un potere incantatorio, quasi ipnotico. In una prosa del 1897, Il fanciullino, P. definiva il suo modo di intendere e di fare poesia: il segreto era di affidarsi a uno sguardo nuovo come quello di un bambino che riscopre la realtà, ovvero ricrea il mondo liberandolo dalla patina delle abitudini. Quello sguardo è la poesia stessa dotata di sensi più sottili e audaci in grado di accedere al mistero che circonda la realtà e al dolore che minaccia anche le forme più splendenti.

Quarto dei numerosi figli di Ruggero e di Caterina Vincenzi Alloccatelli Vincenzi. Dal padre, Ruggiero, amministratore della tenuta La Torre dei principi Torlonia, lungo il Rio Salto, fu mandato a studiare, dopo la prima elementare, a Urbino, nel collegio Raffaello, tenuto dagli Scolopi. Qui egli si trovava con i fratelli Luigi e Giacomo, più grandi di lui, e Raffaele, quando lo raggiunse la notizia della morte del padre, ucciso in un agguato il 10 agosto 1867, mentre tornava in calesse da Cesena, dove si era recato per affari. L'assassino restò impunito, anche se non mancarono i sospetti, a lungo coltivati da Pascoli. L'anno dopo morirono la sorella maggiore, Margherita, e la madre, seguite dai fratelli Luigi (1871) e Giacomo (1876). Dal 1873, vinta una borsa di studio, Giovanni si era trasferito a Bologna a studiare lettere, allievo di G. Carducci, entrando in un periodo di sbandamento spirituale e d'irrequietezza. Amico di Angelo Costa, aderì ai primi movimenti socialisti e si legò agli ambienti dell'estremismo. Per aver partecipato, nel maggio 1876, a una manifestazione ostile nei confronti del ministro dell'Istruzione, R. Bonghi, perse la borsa di studio; dal 7 sett. al 22 dic. 1879 fu addirittura in carcere, accusato di attività sovversive.

Ripresi nel 1880 gli studi interrotti, P. si laureò nel 1882 con una tesi su Alceo; subito dopo fu nominato professore di lettere latine e greche nel liceo di Matera; nel 1884 fu trasferito con lo stesso incarico a Massa, dove chiamò presso di sé le sorelle Ida (n. 1863) e Maria (n. 1865); dal 1887 al 1895 insegnò al liceo di Livorno.

Dal 1895 al 1897, P. insegnò come professore straordinario grammatica greca e latina nell'università di Bologna; dal 1897 al 1903, come ordinario, letteratura latina a Messina; nel 1903 fu trasferito a Pisa, dove insegnò grammatica latina e greca sino al 1905, quando fu chiamato a succedere al Carducci sulla cattedra bolognese di letteratura italiana.

Nel 1905 prende il posto di Carducci all'Università di Bologna

Il prestigioso trasferimento, accettato come risarcimento tardivo, non rimase senza conseguenze per l'opera stessa del poeta. Più volentieri peraltro che alle relazioni intellettuali e all'insegnamento universitario, da lui sentito come un peso, P. applicava il suo ingegno allo studio e al lavoro poetico, a cui amava dedicarsi soprattutto in quella casa di Castelvecchio (oggi Castelvecchio P. nel comune di Barga) in Garfagnana, dove s'era sistemato nell'estate del 1895 e che soltanto nel 1902 aveva potuto acquistare.

Qui si ritrovava con Maria, la sua Mariù (procurandogli un grande dolore, Ida s'era sposata il 30 settembre di quello stesso anno 1895, mentre egli aveva rinunciato ai propri propositi matrimoniali), appena glielo permettevano i doveri dell'insegnamento, e qui venne seppellito, pur essendo morto a Bologna.

A Castelvecchio Maria restò sino alla sua morte (1953), gelosa custode delle memorie e delle carte del fratello (poi accessibili agli studiosi nell'archivio di casa P.), di cui lasciò un'importante biografia, Lungo la vita di G. Pascoli (post., 1961, con integrazioni di A. Vicinelli).

Contrariamente a quanto indurrebbe a supporre la cronologia delle sue pubblicazioni, la poesia pascoliana alternò sin dal primo momento temi minori e minimi a temi vasti e complessi; ma negli ampi cicli di ispirazione patriottica e nazionale che negli ultimi anni il poeta andava progettando, e in parte realizzò, influì certamente il fatto che egli si ritenne obbligato a raccogliere - contro la sua più genuina natura - l'eredità del Carducci, anche in quanto poeta della storia e della gloria nazionale (Le canzoni di re Enzio, pubbl. tra il 1908 e il 1909, e i Poemi italici, 1911, poi nel vol. post. Poemi italici e canzoni di re Enzio, 1914; gl'incompiuti Poemi del Risorgimento, pubbl. post. da Maria nel 1913 insieme con l'Inno a Roma e l'Inno a Torino, composti in latino e da P. stesso volti in italiano). È a questo improbabile vate che bisogna pensare, per capire come il socialismo umanitario a cui P. era approdato dopo il sovversivismo giovanile potesse svolgersi nella presa di posizione imperialista dell'orazione La grande proletaria si è mossa, pronunciata a Barga nel 1911, in occasione della guerra libica. Analogamente, avevano giocato un ruolo decisivo nella composizione dei Poemi conviviali (1904) l'invito a collaborare al Convito di A. De Bosis e le sollecitazioni di G. D'Annunzio. Dopo i tentativi giovanili (pubbl. da Maria nel vol. di Poesie varie, post., 1912, nuova ed. 1913), l'aspetto del poeta che per primo s'impone all'attenzione del lettore è indubbiamente quello di una grande sostenutezza formale incongruamente posta al servizio della riscoperta di cose «comuni» e «quotidiane». L'incongruità risulta stridente in rapporto alle esperienze eccezionali consegnate alla poesia nello stesso giro d'anni da D'Annunzio e, sia pure in maniera meno evidente, anche se riferita alla vena civile e alla magniloquenza di Carducci. Proprio in quanto «ultimo figlio di Virgilio», secondo una celebre definizione dello stesso D'Annunzio, P. si trova invece perfettamente a suo agio tra seminati e uccelli, tra opere e operai dei campi e dei villaggi, ma non per questo compie una ricerca meno audacemente sperimentale, anche in fatto di metrica, rendendo ulteriormente rigorosa la poesia barbara carducciana e, per tale sua maggiore fedeltà ai modelli classici, pervenendo a soluzioni molto più avanzate. Il suo è un polemico classicismo a oltranza, di cui il gusto antiquario dei Poemi conviviali (1904; nuova ed. 1905) e il latino dei Carmina (2 voll., post., 1914) costituiranno le prove più vistose. Ma lo stesso ambizioso ideale di emulazione, senza l'obbligo dei troppo diretti riferimenti tematici, vive già compiutamente nei versi della prima raccolta, nell'umile mondo delle «cose» della «campagna», dove «arbusta iuvant humilesque myricae», come recita il motto del libro, liberamente tratto dai versi iniziali della quarta egloga di Virgilio (Sicelides Musae, paulo maiora canamus. Non omnis arbusta iuvant humilesque myricae «Muse di Sicilia, solleviamo il tono del canto. Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici»), che in vario modo il poeta avrebbe utilizzato anche a contrassegno delle successive raccolte. Gli «occhi velati ma attenti» del poeta modernamente non possono che cercare, tra lo stupore e lo sgomento, le ragioni d'una pena segreta, mentre al nitore classico vengono restituite anche le sensazioni più sfuggenti, in una poesia che, a prescindere dalla realtà sulla quale si sofferma, si rivela capace, come quella antica, di recuperare, se non il parlato, un più ampio spettro tematico e una maggiore naturalezza. E poco male se, coerentemente con le convinzioni espresse nella prosa Il fanciullino (pubbl. sul Marzocco, 1897), la naturalezza viene per un paradosso riconquistata con un metodico abbassamento o quasi una regressione alla espressività infantile, sempre all'insegna di un'illusione di aderenza assoluta alle cose.

Artista essenzialmente analitico, come tutti i simbolisti, il simbolista involontario P. vede e ama soprattutto i particolari, che trascrive con superstizioso rispetto della precisione, immerso in un'auscultazione ansiosa della realtà, che tendenzialmente degrada il linguaggio a onomatopea o viceversa a una pura nomenclatura, quasi magicamente sostitutiva della materiale datità degli oggetti designati.
Poesia pura ante litteram, svincolata dai temi convenzionali e problematicamente rapportata alla tradizione di ascendenza petrarchesca.
Formatosi in una cultura dominata dal pensiero positivista, P. esprime nuove esigenze spirituali, sulla linea di tanti altri poeti e narratori italiani tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento. L'estrema piccolezza e labilità dell'uomo e dello stesso mondo è un dato della ragione; compito della poesia, egli dice, è farlo diventare un dato di sentimento; far diventare «coscienza» quello che è semplicemente «scienza».
Ma per conto suo P. non compone il dissidio: la sua poesia «cosmica» nasce appunto dall'urto tra scienza e coscienza, tra l'uomo che sa di dover morire, e che tutto con lui morrà, e il fanciullino che non vuole rassegnarsi, che «non sa» morire.
death

Il tema della morte, in cui confluisce quello della tragedia familiare (si pensi ad alcune delle più note poesie come Il giorno dei morti, X agosto, La cavalla storna), acquista in P. con gli anni un'importanza determinante.

La morte è il «mistero» di fronte al quale non si può che arretrare impauriti, che provare sgomento come il bimbo del buio e cingere il proprio mondo di una siepe, concentrando lo sguardo e l'anima sulle cose concrete che ci sono d'intorno e dalle quali si può trarre una consolazione simile a quella d'una poesia inavvertita dai più.

Tutto questo travaglio spirituale è naturalmente alle radici anche di quella parte dell'opera pascoliana che potrebbe sembrare più lontana dalla sua vita privata; cioè dei carmi in latino con la loro istituzionale ufficialità.

In realtà, come nelle traduzioni tecnicamente perfette dai classici, così nelle opere originali d'argomento classico, in latino e in volgare, P., oltre a spingere alle estreme conseguenze il suo sperimentalismo, mette alla prova la sua profonda identificazione sia sentimentale sia culturale con i poeti del mondo antico.

Le poesie latine, i Carmina, a prescindere da un gruppo di epigrammi e di componimenti in metri lirici, constano essenzialmente di poemetti d'argomento romano, ispirati sia alle vicende politiche (Res romanae) sia alla storia letteraria di Roma (Liber de poetis), e d'argomento cristiano (Poemata christiana): questi ultimi, che costituiscono un gruppo a sé e rappresentano, in modo approssimativo dal punto cronologico, ma rigorosamente dal punto di vista spirituale, un'evoluzione del gusto poetico del P. latino, contengono alcune delle pagine più belle di tutta la produzione pascoliana.

Ed è stato bene osservato che anche i Poemi conviviali - prendano essi lo spunto da Omero o da Platone, da Esiodo o da Apuleio o da Plinio - sono nella loro essenza, a prescindere dalla ricchissima e squisita decorazione a mosaico, la ricostruzione di una paganità pervasa dagli oscuri presagi della futura morale cristiana.

Il poeta «fanciullino», che è sempre pronto a stupire di tutto, a scoprire il grande nel piccolo e il piccolo nel grande e nelle cose le «somiglianze e relazioni più ingegnose»; che non ha altro fine e altro bisogno se non quello di esprimere ingenuamente il suo candido stupore; questo romantico «fanciullo» è, e vuole essere, anche «predicatore».
Created By
M. Pia Lo Vullo -
Appreciate

Credits:

Created with text of oilproject, enciclopedia Treccani, Wikipedia, Wikisource, RAI, youtube, Classici Italiani

Report Abuse

If you feel that this video content violates the Adobe Terms of Use, you may report this content by filling out this quick form.

To report a Copyright Violation, please follow Section 17 in the Terms of Use.