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Designers for Bergamo Un tributo alla città attraverso immagini e interviste ai grandi protagonisti di DimoreDesign

Puntata 28

MARCO FERRERI INCONTRA VILLA GRISMONDI FINARDI

MARCO FERRERI

“Sposa Garibaldi” - Installazione presso Villa Grismondi Finardi

Il design fa diventare i limiti opportunità.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio

Giacinto Di Pietrantonio: Come, quando e dove inizia la tua avventura creativa? In Italia, o all’estero?

Marco Ferreri: Avendo fatto il Liceo Artistico a Cuneo, potrei dire all’estero citando Totò che diceva di essere stato all’estero per avere appunto fatto il militare a Cuneo.

G.D.P.: Sei di Cuneo?

M.F.: No, di Imperia, ma essendo Cuneo la città più vicina dove c’era il Liceo Artistico... In realtà c’era anche a Savona, cittadina che non mi piaceva troppo e dunque ho scelto Cuneo, dove mi sono anche molto divertito.

G.D.P.: A causa di Totò?

M.F.: No, grazie ai cuneesi, non solo quelli al rum... Poi al Liceo conobbi altri studenti che, diplomati, mi dissero che sarebbero andati a studiare a Milano, decisi di andare con loro a vedere. Fu così che mi iscrissi alla Scuola Politecnica di Design diretta da Di Salvatore dove insegnavano Munari, Tovaglia, Silvestrini e altri professori bravissimi. Mi iscrissi contemporaneamente sia a questa scuola che ai corsi serali della Facoltà di Architettura del Politecnico. L'Università serale era il massimo dell’apprendimento libero, tempi lunghi e divertimento.

G.D.P.: Perché?

M.F.: Perché la sera c’era più libertà di pensiero intellettuale e questo aiutava a seguire le fantasie e a realizzare i propri sogni. Alcuni miei compagni di allora sono diventati cuochi straordinari, grandissimi skipper e naturalmente anche architetti e designer.

G.D.P.: Ricordi il tuo primo progetto?

M.F.: Cose che facevo da bambino che passavano attraverso le sperimentazioni più varie, anche la martirizzazione di animali... Seguivo i comandamenti della scienza senza esserne cosciente: osserva, sperimenta, impara. Costruivo piccoli stampi per il pongo per fare più soldatini a cavallo per i miei eserciti, costruivo fionde e cerbottane, guardavo le moto e sognavo, cose così, in libertà, soprattutto d’estate in campagna da mia zia. Aiutavo mio padre a fare dolci, cercavo sistemi per spirottare più velocemente, o immaginavo pasticcini che non avessero bisogno dei pirottini. Ma soprattutto ero molto curioso, di come funzionavano le cose e curioso delle persone.

Penso sia nato dall’attenzione verso i comportamenti delle persone rispetto alle cose il desiderio di fare il designer, in fondo il design è solo la risposta a queste osservazioni. Insomma, quando ho iniziato a fare design professionale, mi sono accorto che forse lo facevo da sempre.

G.D.P.: Sapresti dare una definizione del design?

M.F.: Cito uno dei miei maestri, Elio Cenci che editava la rivista “Design”, il cui sottotitolo era, “Strumento per migliorare la qualità della vita”, e non credo che pensasse solo alla vita del designer...

G.D.P.: Come è nata l’idea della Casa 3D?

M.F.: Grazie a uno dei giri in moto di aggiornamento professionale che facevo insieme a Denis Santachiara e Miro Zagnoli in cui andavamo a cercare persone che fanno progetti innovativi. In uno di questi viaggi conobbi Enrico Dini della Dinitech che allora aveva immaginato la macchina più grande per realizzare case e cose in 3D. Poco tempo dopo in occasione della mia mostra in Triennale ho disegnato e proposto a Dini di realizzare quella che sarebbe stata la prima casa al mondo in 3D, da lì con mille peripezie siamo riusciti a realizzarla e a esporla in Viale Alemagna.

Nella casa 3D non è interessante solo il sistema costruttivo, innovativo e pioniere, che consente di realizzare nello stesso tempo non solo la struttura ma anche spazi per gli impianti e mobili.

A mio parere del “manufatto” è fantastico il linguaggio, la finitura della tecnica, allora agli albori, che ha come risultato un’estetica arcaica, da grotta da dove reiniziare la nuova storia della casa. Finita la mostra ho portato la casa in campagna, dopo qualche anno causa infiltrazioni d'acqua e gelo è crollata. Mi è dispiaciuto, ma concettualmente questo rudere contemporaneo è eccezionale. Fortissimo. È un oggetto dell'oggi che rappresenta il tempo breve e i suoi limiti.

G.D.P.: Dunque cerchi di volgere a tuo vantaggio errori, difetti, imprevisti?

M.F.: Si, perché in alcuni processi i difetti possono diventare delle qualità, come appunto nella casa 3D. Quello che ha permesso di realizzarla è che il cemento solidificava in fretta, ma questa stessa ragione faceva sì che quel tipo di cemento non potesse essere utilizzato nel processo costruttivo normale.

Il design fa diventare i limiti opportunità.

G.D.P.: In questo senso è anche la tua precedente partecipazione alla Biennale Architettura 2004 con l’installazione “Storie di Oggetti” realizzata insieme a Paolo Inghilleri?

M.F.: Si in quel caso gli oggetti in mostra erano oggetti del quotidiano e sotto ognuno vi era scritta la storia, il rapporto che avevano con persone che li avevano posseduti, il loro valore non era materiale ma era solo valore per ciò che rappresentavano. Noi occupavamo la prima sala d’ingresso alla mostra che era anche l'unico passaggio per i materiali di esposizione e allestimento di tutte le altre sale della mostra e ci veniva chiesto di garantire fino all’ultimo minuto il passaggio degli allestitori, trasportatori e materiali.

Allora ho inventato un’installazione elastica utilizzando come contenitore degli oggetti un mega collant che si adattava, contenendoli, alle diverse misure degli oggetti.

La Golden Lady ci fece da sponsor realizzando dei collant lunghi sei metri, quando dovevano passare carrelli, trasporti, eccetera le vetrine collant venivano tirate lasciando lo spazio per merci e persone per poi tornare al loro posto.

G.D.P.: Ciò succede spesso nel tuo lavoro?

M.F.: Ho avuto un grande maestro, Bruno Munari, che su queste cose era bravissimo e che sicuramente mi ha influenzato. Tuttavia, non è sempre così, oggi più che mai l'innovazione dipende da più persone che danno il massimo se lavorano felici e condividono il punto di arrivo del progetto.

G.D.P.: Cos’è la forma?

M.F.: La forma è un risultato, viene da sé, non sono molto interessato ad essa, mi interessa di più il processo è lui che disegna la forma.

G.D.P.: Quindi non progetti delle forme.

M.F.: La forma non è mai una partenza, ma un punto d’arrivo. È l’errore della democrazia che dice di essere un sistema perfetto, partendo dal disegno della parola democrazia, mentre bisogna partire dal significato dalle cose che fanno sì che democrazia sia una cosa democratica.

G.D.P.: Ci sono dei progetti a cui sei maggiormente affezionato?

M.F.: Beh, la libreria che ho fatto con Mimmo Rotella. È un piccolo totem, le opere di Mimmo sono il soggetto stampato sulla superficie di questo oggetto. Ma non sono state riprodotte e basta, non è decoro, ho usato e messo a punto una tecnica (sublimazione del colore) che permette di “strappare” ulteriormente le opere e di stamparle in trasparenza lasciando intravvedere la superficie di stampa fatta di lamiera zincata la stessa dei manifesti stradali su cui venivano incollati i manifesti che poi diventavano “decollage”. In questa nuova tecnica di stampa delle lamiere che mi piace chiamare “ultradecolage” penso di aver reso fluidi, integrati e leggibili il pensiero dell’artista del designer. Sono contento.

G.D.P.: Hai lavorato sono con Rotella o anche con altri artisti?

M.F.: Bruno Munari, Alessandro Mendini, Davide Mosconi, Gabriele Devecchi, Angelo Mangiarotti, Dario Ghibaudo... sono sempre stato vicino al mondo dell’arte, ma ti racconto di un “ritratto” che ho fatto di Gualtiero Marchesi, grande artista della cucina. Ho filmato zenitalmente le mani di Gualtiero che preparavano i piatti, nell’installazione le immagini sono poi state proiettate, da sotto, sul piano in vetro smerigliato di un tavolo e le persone che vi si avvicinavano vedevano come preparare il piatto e avevano la sensazione di essere loro a farlo, didattica emozione.

G.D.P.: Tempo fa hai detto che la tua generazione di mezzo ha patito il fatto di essere venuta dopo maestri Sottsass, Mendini, Magistretti, Castiglioni, Munari, Mari.... per cui vi siete trovati in una sorta di limbo?

M.F.: È vero abbiamo recepito che bisogna pagare le tasse, che bisogna essere rispettosi dei maestri, che se una cosa è già stata fatta non va rifatta, eccetera, siamo stati una generazione in attesa, incapace di fare squadra, mentre i giovani, che ora magari non sono più giovani, sicuramente sono stati più cinici e intraprendenti.

G.D.P.: Sei stato sgambettato?

M.F.: Rispetto allo sgambetto hai due possibilità, o cadi o lo eviti e cambi strada. Ho cambiato spesso strada.

G.D.P.: Parliamo dell’esperienza bergamasca con la tua partecipazione alla mostra DimoreDesign. Come hai affrontato questo rapporto antico-moderno?

M.F.: Le persone, intelligenti e fantastiche, che abitano la casa e che l’hanno ereditata, mi hanno fatto vedere e sentire stratificazioni di storie, arredi, oggetti e vita.

Per quanto riguarda l'inserimento dei miei oggetti nella casa mi sono limitato a raccontare i miei oggetti ai proprietari e ho lasciato che fossero loro (Alessandra) a decidere dove posizionali. Dei racconti mi ha colpito è che agli inizi del novecento il nonno dei proprietari urbanizzò i terreni circostanti la villa costruendo molte abitazioni residenziali e battezzando le nuove vie di collegamento tra le case con nomi di garibaldini. Bergamo è chiamata Città dei Mille avendo fornito quasi un quinto dei partecipanti alla spedizione e fra questi l'unica donna Rose Montmasson, detta Rosalia, moglie poi ripudiata di Francesco Crispi.

Questo sentire Garibaldino mi ha fatto venire in mente un’installazione in omaggio di Rosalia, una donna che con i suoi ideali ha contribuito a fare l’Italia, così ho realizzato l'installazione “Sposa Garibaldi”, un velo di tulle bianco lungo 300 metri che da una finestra della villa proseguiva nel parco muovendosi nel vento.

BIO

MARCO FERRERI (1958) Nasce ad Imperia e si laurea in architettura nel 1981 al Politecnico of Milano, città in cui vive e lavora. Ha lavorato con Marco Zanuso, Angelo Mangiarotti e Bruno Munari. La sua ricerca progettuale spazia dal disegno industriale alla grafica, dall'architettura all'allestimento.

I suoi oggetti sono raccolti in importanti collezioni di design quali la “Permanent Design Collection” del Museo d’Arte Moderna di New York, la collezione permanente di design dell’Israel Museum di Gerusalemme, la Collezione del Fondo Nazionale d’Arte Contemporanea di Parigi e in importanti collezioni private.

I suoi lavori sono stati presentati alla IX Biennale di Architettura di Venezia e alla I Biennale Internazionale di Architettura di Beijing in Cina. Nel 2010 la Triennale di Milano gli ha dedicato una grande mostra monografica dal titolo “Marco Ferreri_progettarepensieri”.

Ha tenuto lezioni in importanti università italiane e straniere e insegnato al Politecnico di Milano, all’Accademia di Belle Arti di Brera, alla Libera Università di Bolzano e all’Università degli Studi della Repubblica di San Marino.

Nel 2020 l’ADI gli ha assegnato il Compasso d’Oro alla carriera.

www.marcoferreri.wordpress.com

VILLA GRISMONDI FINARDI

Raccontare la storia di Villa Grismondi Finardi significa avventurarsi nella scoperta delle radici più intime del panorama intellettuale italiano dal settecento in avanti. Il Conte Luigi Grismondi, la moglie Paolina Secco Suardo, il matematico Mascheroni e il garibaldino Giovanni Finardi sono solo alcuni degli eccentrici personaggi che hanno frequentato le stanze di questa dimora negli anni. La Villa, rimodulata con il passare dei secoli, si presenta attualmente come un incrocio tra il settecentesco luogo di villeggiatura e l’antica abitazione rurale bergamasca. Il suo androne d’ingresso, dove si conservano affreschi sacri di epoca medievale, l’ampio e ombroso giardino, così come la collocazione della dimora nel quartiere “liberty” della città, la rendono una testimone eccezionale delle epoche passate e un luogo che con la sua quiete è capace di farci immergere in un’atmosfera d’altri tempi.

Intervista a cura di Giacinto Di Pietrantonio | Testi a cura di Leone Belotti | Fotografie: Ph. Installazioni a Villa Grismondi Finardi © Ezio Manciucca Ph. Opera “Storie di oggetti” © Marco Ferreri | Editing di Roberta Facheris