Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi è stata una della più grandi pittrici italiane considerata un'artista di scuola caravaggiesca per le sue pennellate che riprendono lo stile di Michelangelo Merisi. 8 luglio 1593 a Roma, Artemisia Gentileschi nasce. Impara fin da piccola a dipingere grazie al padre Orazio Gentileschi, con cui ha l'occasione di osservare capolavori dell'arte nuova. Era un'eccezione per quei tempi in quanto le donne non dipingevano, se non in casa e non erano ammesse nelle accademie.
Artemisia viene affidata ad Agostino Tassi, amico di famiglia, per insegnarle la prospettiva e l'architettura. Nel 1611 Agostino violenta Artemisia e nonostante lo abbia respinto, resta sopraffatta. Agostino per rimediare al disonore promette ad Artemisia un matrimonio riparatore ma spinta dal padre decide di denunciarlo. Ha così iniziò il processo che si protrae per vari mesi, Artemisia viene sottoposta allo 'schiacciamento dei pollici' tortura che le avrebbe impedito il conseguimento della sua carriera di pittrice, ella però non demorde. Nel 1612 il processo si conclude e vede vincitrice Artemisia, ad Agostino viene sottoposta una breve condanna. Sposata con Pierantonio Stiattesi si trasferisce a Firenze dove si mette a servizio della Gran Duchessa Cristina.

Nel 1614 Artemisia esegue a Firenze 'La Giuditta che decapita Oloferne' alla maniera di Caravaggio. Fu la prima donna ammessa all'Accademia del Disegno. Nel 1620 fugge a Roma dove dipinge per il Duca di Baviera e il Re di Spagna. Nel 1630 si trasferisce a Napoli dove dove esegue diverse opere. Nel 1637 parte per l'Inghilterra e nella corte di Carlo I lavora insieme al padre. Nel 1642 torna a Napoli dove si ritrova circondata da pittori, i quali le obbedivano in quanto artista stimata. Artemisia Gentileschi muore nel 1653

Susanna e i vecchioni è un dipinto a olio su tela (170x119 cm) realizzato nel 1610 da Artemisia Gentileschi. Fa parte della Collezione Graf von Schönborn, che si trova a Pommersfelden in Germania. Il quadro, firmato "ARTIMITIA/ GENTILESCHI", fu esibito dal padre Orazio come prova della maestria ormai raggiunta dalla figlia. Esso è stato pertanto oggetto di critiche. Molti hanno ritenuto che fosse opera di Orazio, firmata col nome di Artemisia solo per scopi promozionali. Altri ne hanno messo in discussione la datazione. Differentemente da altri lavori di Artemisia Gentileschi in cui si nota un forte influsso della pittura caravaggesca, questo quadro sembra essere differente: infatti non è presente il forte chiaroscuro che mette in risalto i personaggi tradizionalmente presente nei quadri di Caravaggio ed altri di Artemisia. Il quadro precede lo stupro subito da Artemisia, ed è stata avanzata l'ipotesi che l'uomo con i capelli scuri si possa identificare con Agostino Tassi. Colpisce molto l'essenzaialità;La scena è tenuta dai soli tre protagonisti disposti in modo marcatamente piramidale.

Il soggetto dipinto nel quadro è tratto liberamente dall’Antico Testamento, se precisamente dal Libro di Daniele: la storia narra che Susanna venne sorpresa mentre era al bagno da due uomini anziani, i quali erano conoscenti del marito; i due uomini, vedendo Susanna nuda, cominciarono a ricattarla, obbligandola a cedere alle loro richieste sessuali, oppure andranno a riferire al marito Daniele una bugia, dicendo di averla sorpresa con un amante. Susanna rifiutò la minaccia e nonostante i due uomini andarono a riferire a Daniele la bugia, egli successivamente riuscì a far emergere la verità.

L'Allegoria dell'inclinazione è un dipinto a olio su tela (152x61 cm) di Artemisia Gentileschi, databile al 1615-1616. Commissionato da Michelangelo Buonarroti e conservato nel soffitto della Galleria di casa Buonarrotti, a Firenze. Il quadro, realizzato dall’artista poco più che ventenne, non mostra ancora gli influssi della pittura di Caravaggio, (come il chiaroscuro ed il gioco di luci e ombre) che in seguito avrebbe rappresentato un modello di ispirazione per le opere più conosciute di Artemisia Gentileschi. Sono stati fatti diversi studi riguardo l’identità della donna protagonista della composizione, ma la stragrande maggioranza della critica tende a riconoscere in questo soggetto un autoritratto Artemisia Gentileschi quando aveva appena ventidue anni. La scelta di utilizzare se stessa come soggetto potrebbe indicare una sorta di celebrazione del proprio percorso artistico. Rappresenta l'allegoria della Inclinazione ovvero del talento naturale, la predisposizione per un'arte. Le fattezze della giovane, ricordano i tratti somatici di alcuni ritratti (come l'incisione di Jérome David) e presunti autoritratti della pittrice. La donna rappresentata raffigura una giovane donna nuda, che regge con ambo le mani una bussola, sospesa in aria, su una coltre di nubi celesti, mentre una piccola stella luminosa brilla in fronte al viso incorniciato da biondi capelli che sembrano voler ribellarsi a una sin troppo elaborata acconciatura. Il dipinto doveva avere una carica di conturbante sensualità ma poiché era considerata oscena una nudità integrale in quegli anni, allora Michelangelo Buonarroti il giovane, ordinò a Baldassarre Franceschini, detto il Volterrano di eseguire dei drappeggi moralistici che ne coprono le nudità (intorno al 1684).
Giuditta è stata realizzata tra 1612-1613 (158,8 x 125,5 cm) ed è conservato nel Museo nazionale di Capodimonte,a Napoli.La scena che viene rappresentata è il momento topico della storia, ovvero il momento in cui Giuditta decapita Oloferne con la spada, e l’ancella aiuta la sua padrona a compiere il delitto. Giuditta qui viene rappresentata sicura e priva di rimorsi, quasi come se stesse provando piacere nell’uccidere Oloferne; l’uomo cerca di divincolarsi dalla presa, aggrappandosi anche alla vestaglia dell’ancella in modo disperato, mentre alcuni fiotti di sangue macchiano il materasso sul quale è sdraiato. I colori utilizzati sono posti su tela in modo deciso, e saltano subito all’occhio il blu intenso della veste di Giuditta, in netto contrasto con il colore della sua pelle pallida ed in più troviamo anche il rosso scuro della veste dell’ancella. Una fonte di luce esterna illumina i tre protagonisti, mettendo completamente da parte il resto dell’ambiente circostante, dando la possibilità all’utente di concentrare il proprio sguardo sul delitto in corso.
La prima differenza che salta all’occhio rispetto alla versione del quadro conservata a Napoli è riscontrabile nelle dimensioni: questa è effettivamente più grande di svariati centimetri. La scena viene proposta da un punto più distante, permettendo di ammirare più elementi nella composizione: il materasso sul quale è sdraiato Oloferne è più spesso e dettagliato, si intravedono le gambe della vittima, poi mentre nel quadro napoletano le due donne che stanno operando l’omicidio sono vestite di blu (Giuditta) e rosso (l’ancella), qui Giuditta indossa un vestito leggermente elaborato color giallo, mentre l’ancella un modesto vestito bianco. I colori qui sono più chiari, quasi tendenti al giallo; una fonte di luce esterna, illumina i tre protagonisti, oscurando completamente qualsiasi elemento non pertinente alla scena. Oltre alle vesti delle donne citate in precedenza, merita attenzione anche il rosso scuro della coperta in cui è avvolto Oloferne.

Lavoro eseguito da Craici, Kissongo, Salihi

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