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L’ARCOBALENO NASCOSTO IN UN BIGLIETTO DEL METRÒ

articolo di Benedetta Torsello (5as)

Il cittadino milanese esce di casa la mattina e già sa che dovrà correre più del suo vicino se vuole arrivare a sedersi in metropolitana. Perché lui ha fretta, ha fretta geneticamente, non ne ha di tempo da sprecare: è milanese. Così, quando arriva il treno e si aprono le porte, non importa se c’è qualcuno che deve scendere e pare un salmone contro una fiumana di persone che salgono, no, l’importante è sedersi. E subito dopo aver conquistato un seggio, via, viso immerso nello schermo dell’ultimo modello di smartphone e cuffiette. Fortunatamente qualche nostalgica di un tempo che ormai fu ancora esiste, così scelgo di tenere il mio smartphone in tasca, ed osservo. Al mio fianco, i lineamenti di una signora ne tradiscono l’origine orientale, ed il continuo guardare l’orologio e muovere le gambe, ne rivelano l’essersi perfettamente ambientata nella città.

MILANO OGGI È COSÌ, TUTTI CORRONO, LAVORANO, VIAGGIANO. POCHI SI RICORDANO CHE A VOLTE, SERVE ANCHE IL TEMPO PER SORRIDERE.

Mi accorgo che il cittadino milanese al giorno d’oggi è internazionale. Solo sul mio vagone, posso indovinare almeno una decina di diverse nazionalità. L’uomo fermo davanti a me ascolta un video in inglese, anche se i tratti del suo viso rivelano che inglese non è, e quando risponde al telefono parla perfettamente italiano. Non capisco la lingua, ma vedo un padre di fronte a me che cerca di trattenere il figlio, fornito di lecca lecca rosso a forma di cuore, dal salire in piedi sul sedile. Io li guardo e sorrido.

Ormai mancano poche fermate alla mia, quando compare una tribù di quattro bimbe di non più di quattro anni dal viso angelico e l’animo pestifero. Al seguito, due mamme dall’aria più esausta che mai. Mi alzo, lascio sedere le bimbe. Loro decidono che tre sedili per quattro non sono abbastanza, e riempiono la carrozza di urla. Sui volti di qualche vicino compare una smorfia, qualcuno si sposta. Io non posso far altro che sorridere, e cercare di ritagliarmi un francobollo su qualche parete per evitare di cadere alla prossima fermata. Trovo un posto vicino a una giovanissima coppia, troppo intenta a baciarsi per accorgersi di me. Mi appoggio al muro, ma è un tratto di snodo e l’elettricità statica rende i miei capelli una vera e propria criniera.

Rifletto: Milano oggi è così, tutti corrono, lavorano, viaggiano. Pochi si ricordano che a volte, serve anche il tempo per sorridere. Mi perdo nell’arcobaleno che mi circonda, quante storie celate dietro quei volti che mi vorrei far raccontare! “Fermata Sesto Rondò - Fermata Sesto Rondò”. Sono arrivata ormai, dovrò salutare quelli che per anche solo qualche minuto, sono stati i veri e propri colori che hanno rallegrato la mia vista. Scendo, e sorrido.

riqualificaMI

LA GRANDE MELA AVVOLTA DA UN NUOVO EDEN

articolo di Ilenia Manno (5aa)

Green park: natura, persone, emozioni.

Avete mai passeggiato per i sentieri di un parco in primavera? Probabile. Avete mai contemplato una città come New York dall’alto, senza i rumori dei taxi e delle macchine che vi sfrecciano accanto? Solo se siete fortunati. Bene, ora ditemi…avete mai fatto entrambe le cose nello stesso momento?

“Il paradiso è sotto i nostri piedi, così come sulle nostre teste.” Henry David Thoreau

Nonostante sembri impossibile o quanto meno inverosimile, nella Grande Mela esiste una struttura che ci permette di farlo. La High Line, interamente visitabile dal 2014, è un parco lineare realizzato dalle ceneri di una vecchia ferrovia sopraelevata, la West Side Line, situata nella parte più occidentale di Manhattan e salvata dalla demolizione da “Friends of the High Line”, associazione fondata da Joshua David e Robert Hammond. Lo scheletro, ma anche il cuore dell’intera struttura, è costituito dai vecchi, ma ancora affidabili, binari. Seguendo il loro percorso, ci si accorge di come gli architetti responsabili del progetto siano stati in grado di creare qualcosa di speciale e del tutto in contrasto con il tipico scenario newyorkese che come ben sappiamo è costituito perlopiù da grattacieli.

Sull’onda di questo progetto che, come c’era da aspettarsi, è stato sostenuto con entusiasmo soprattutto dagli abitanti del posto, James Ramsey di Raad Studio ha proposto di ricreare la stessa magia ma questa volta nel sottosuolo. La Lowline infatti mira all’utilizzo di una vecchia stazione dei tram, ormai in disuso, per regalare a un quartiere particolarmente urbanizzato situato nella Lower East Side di New York City, un’area verde grande come un campo da football. L’idea, senza dubbio ambiziosa, sarebbe quella di sfruttare la naturale luce del sole trasportandola nel sottosuolo attraverso l’utilizzo di un “remote skylight”, ovvero di un lucernario remoto: i raggi del sole passerebbero infatti attraverso una cupola in vetro e verrebbero indirizzati verso un collettore parabolico; essi sarebbero poi diffusi nello spazio sottostante, rendendo inutile qualsiasi fonte di luce artificiale. Questa tecnologia inoltre, renderebbe possibile la fotosintesi, permettendo a piante e alberi di crescere liberamente grazie anche all’utilizzo di speciali valvole e tubature idrauliche con le quali sarà possibile rifornire d’acqua il giardino in qualsiasi momento.

In pieno stile americano, questi due progetti si propongono di dare un nuovo volto alla città simbolo della tecnologia e dell’innovazione, concentrando aree verdi là dove il cemento aveva preso il sopravvento. Il loro obiettivo? La riqualificazione di due aree della Grande Mela ormai abbandonate, ma in due modi opposti e complementari: se una si sviluppa letteralmente sotto terra infatti, l’altra si snoda per le vie di Manhattan, a 10 metri dalla superficie. Ma allora come è possibile che due progetti così diversi funzionino entrambi? Che cooperino in sinergia con lo scopo di rendere unica una città già di per sé così sbalorditiva?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo aspettare che anche il secondo progetto venga realizzato…intanto ci accontentiamo di immaginare, come aveva fatto il filosofo e scrittore statunitense Thoreau, che il paradiso possa essere non solo sopra le nostre teste ma anche sotto i nostri piedi.

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ti mostriamo alcuni dei nostri risultati..

Elaborazione fotografica di Giorgia Cazzaniga (4as)

Elaborazione fotografica di Matteo Belfiore (4as)

Elaborazione fotografica di Gabriella Variati (4as)

Elaborazione fotografica di Camilla Tiraboschi (4as)

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HOW TO SURVIVE ABROAD

articolo di Eun ho Woo (5aa), Leonardo Gandolfo (5aa), Luca Cattapan (3aa), Alberto Limonta (5ae)

The skills you need to enjoy to the fullest your time abroad

It is a difficult experience but one that really changes you for good, turning you into a completely different person.

With the arrival of cheap and convenient ways of travelling, studying abroad has become more popular than ever. School administration offices are now swarming with students looking for opportunities to satisfy their curiosity by immersing themselves in the world’s varying cultures.

At our school, we have had quite a few students who have ventured outwards and have tried this life altering experience. We’ve collected some tips from the students who have tried such journeys and were willing to share with us how to survive an exchange program. Every one of them has visited a different country, each with its unique and captivating culture. Therefore, they all have something different to tell.

Leonardo – Australia: When I first arrived in Australia an employee of the exchange organization asked me whether it was harder leaving my life in Italy for 5 months and then returning to it, or building a new one during those 5 months and then leaving it forever. That made me think about the importance of enjoying every single moment and how hard it is to understand a completely different culture in such a short time. Therefore, a skill I had to develop was the capability to grasp every single opportunity I was given, and not to waste any time during my stay.

Foto di Leonardo Gandolfo (5ba)

Luca – Italy: Going on exchange is an amazing opportunity to have. You enjoy full immersion into the rich culture of your host country by living amongst the people and attending a local school. You get the chance to learn about the ideas, values and opinions of people on the other side of the world and of course learn a new language. However, exchange doesn't come without its difficulties and it certainly isn't a holiday. For instance, getting across the world by yourself or going into a school where you can't understand the classes. But these events give you the skills to deal with similar situations later in your exchange and life. Perhaps the three most prominent of these are determination, openness and the ability to seize the moment. Overall exchange is an amazing experience, which you might never get the opportunity for again, so if you ever get the chance don't even think twice about going because it is definitely worth it.

A skill I had to develop was the capability to grasp every single opportunity I was given, and not to waste any time during my stay

Alberto – Costa Rica: When you are living a year abroad, you learn many new abilities because having to live alone and away from home makes you rediscover who you really are. One of the first things you need to learn while abroad is the ability to adapt quickly. You need to be able to respect the local culture and laws, even if you have to make sacrifices, because in the end, this is what makes you grow. Abroad, you’ll find courage, learn from your mistakes, immerse yourself in the countries language and learn new ways of socializing. It is a difficult experience but one that really changes you for good, turning you into a completely different person.

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SCELTE DI VITA... "DAI BANCHI AL CORTILE"

Articolo di Alam Shahrion, Ferrario Edoardo, Fortunini Fabio, Massa Manuel (4ba)

Venerdì 18 Novembre abbiamo avuto il piacere di conoscere ed intervistare Luca D’Angelone, ex allievo, diplomatosi in elettrotecnica lo scorso luglio ai Salesiani di Sesto. Appena finiti gli studi, Luca ha deciso di mettersi al servizio dei più piccoli: i ragazzi delle medie.

Buonasera Luca, potresti spiegarci in che cosa consiste il tuo lavoro? Il mio servizio è diviso in due parti: alla mattina svolgo un lavoro più burocratico, in pratica sono il “segretario” del Preside, mentre al pomeriggio mi occupo di aiutare una settantina di ragazzi di prima media nello spazio studio.

Quindi lavori tutto il giorno? Non trovi faticoso dover seguire così tanti ragazzi?

Sono impegnato tutto il giorno, ma non lo trovo faticoso. Il lavoro da segretario mi piace, mentre con un collega condivido l'attività pomeridiana quindi, nonostante ci voglia tanta pazienza, non sono solo; inoltre sono felice di essere considerato dagli studenti più come un amico che come un professore, anche se nei primi giorni i ragazzi mi davano del lei (ride).

Da settembre ad oggi com'è cambiato il tuo rapporto con i ragazzi?

In un primo momento gli studenti mi vedevano come un adulto, vista la differenza di età, perciò tendevano ad essere un po’ distaccati. Con il passare delle settimane, però, i ragazzi hanno iniziato a fidarsi di me e a capire che sono lì per aiutarli: questo mi fa enorme piacere. Vengono inoltre a scambiare due chiacchiere durante gli intervalli, raccontandomi i loro piccoli, ma grandi, aneddoti.

“è qui che mi hanno insegnato i valori che ho deciso di condividere e trasmettere ai più piccoli, gli stessi che volevo continuare a vivere.”

Cosa ti ha spinto ad accettare questa proposta di lavoro e di servizio? Poco prima della fine della scuola, don Gabriele Cimardi mi ha presentato questa opportunità. Pur non sapendo con precisione cosa fosse il servizio civile, ho accettato. Ho avuto perciò la grande fortuna (o forse sarebbe meglio parlare di grande dono) di affrontare l’esame di maturità con una prospettiva splendida per il “dopo”.

Che cosa mi ha portato ad accogliere questa offerta? Ripensando a quel momento trovo due motivazioni forti: in primo luogo il desiderio di rendermi il più possibile autonomo dalla mia famiglia almeno per alcune delle mie esigenze. La mia decisione però è stata anche una scelta fatta col cuore. Mi sono trovato così bene in questi cinque anni qui ai Salesiani, da non voler abbandonare la scuola: la considero come una seconda casa in quanto è qui che mi hanno insegnato i valori che ho deciso di condividere e trasmettere ai più piccoli, gli stessi che volevo continuare a vivere.

Esperienze di vita... Rugbisti nel corpo e nella mente

articolo di Villa Luca Edward (4ba)

L’Accademia zonale di Milano è un luogo in cui trenta ragazzi tra i sedici e i diciotto anni giocano a rugby, si allenano e vivono come dei professionisti, senza trascurare l'educazione. Gli atleti, che vengono da molte città del nord Italia (Piacenza, Milano, Firenze, Brescia), vivono dalla domenica sera al venerdì pomeriggio all'Istituto Leone XIII, una delle scuole più attrezzate dal punto di vista sportivo del capoluogo lombardo: si praticano infatti rugby, basket, nuoto, calcio e pallavolo.

I ragazzi del rugby alternano, per un totale di circa quindici ore nell'arco della settimana, allenamenti pomeridiani di tre ore (palestra e campo) ad allenamenti mattutini (un'ora di palestra prima della scuola). Il tempo trascorso a giocare è molto poiché le richieste da soddisfare, sia fisiche che tecniche, sono in continuo aumento.

Vivere come un professionista, tuttavia, non comporta solo questo. La federazione organizza infatti numerosi incontri: con nutrizionisti, poiché l'alimentazione è fondamentale per un atleta, con psicologi, per migliorare la prestazione mentale in campo e con arbitri. Queste e molte altre sono le attività che formano un rugbista a trecentosessanta gradi!

quando la fatica, le verifiche a scuola e la stanchezza si accumulano si inizia a perdere la motivazione. Ma la forza mentale è una delle capacità che l'Accademia vuole insegnare

Ma i ragazzi dove trovano il tempo per studiare con tutti questi impegni? Ogni giorno dalle 14.30 alle 16.30 gli atleti si dedicano anche a questo con il supporto di tutor specializzati, ma se le due ore pomeridiane non bastano si lavora di sera, dopo l’allenamento, anche a costo di dormire pochissime ore. L'accademia, infatti, insiste sull'importanza della scuola e vuole essere sempre al corrente della situazione didattica del ragazzo.

Uscire di casa per un sedicenne e affrontare una realtà che è completamente diversa da quella degli altri adolescenti non è sempre facile: dopo un po' di tempo, quando la fatica, le verifiche a scuola e la stanchezza si accumulano si inizia a perdere la motivazione. Ma la forza mentale è una delle capacità che l'Accademia vuole insegnare poiché, a livello professionistico, è fondamentale per essere un atleta completo.

Il rugby non è uno sport violento, ma la quantità di infortuni è molto elevata: ogni settimana ci sono almeno tre ragazzi in infermeria con diversi traumi, che variano da semplici affaticamenti muscolari a rotture di spalle o ginocchia. Queste ultime, ovviamente, prevedono una ripresa più impegnativa: essa infatti richiede sia uno sforzo fisico consistente, per curare i legamenti rotti e recuperare la muscolatura persa, sia un grande impegno mentale, in quanto l'obiettivo principale diventa la guarigione dall’infortunio subito.

Che cosa può spingere un ragazzo a non arrendersi davanti a tutte queste difficoltà? La determinazione a non rinunciare alla realizzazione di un sogno, non gettando la spugna prima di “fare meta”.

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Tra graffiti e colori: il nuovo volto delle periferie

articolo di Benedetta Di Franco, Matilde Menghini e Camilla Tiraboschi (4as)

Street art: fenomeno dinamico, sempre in trasformazione, intrattenimento e messaggio, arte nel senso più profondo del termine.

Come afferma l'artista foggiano Agostino Lacuraci “Definire la street art è impossibile”. Essa è un fenomeno dinamico, sempre in trasformazione, è intrattenimento e messaggio, arte nel senso più profondo del termine.

Arte o vandalismo?

L'arte di strada è una manifestazione sociale, artistica e culturale oggi diffusa in tutto il mondo. Molto spesso, viene però etichettata come atto di vandalismo perché, al posto delle classiche tele, vengono utilizzati mezzi pubblici, edifici storici e artistici o monumenti.

Perché è nata la Street art?

La Street art è nata come espressione dell’arte “fuori dal comune”, completamente in contrasto con l'arte che troviamo solitamente nelle gallerie o in esposizioni.

Ogni writer è spinto da motivi personali: criticare il sistema politico, esprimere le proprie emozioni ed esperienze, riappropriarsi di spazi pubblici o spingere a riflettere sulle difficoltà della società attuale.

La Street Art a Milano

Milano divenne una delle capitali della Street Art nei primi anni del Duemila.

Da nord a sud, dal centro alle periferie, è possibile trovare muri che, un tempo grigi, oggi raccontano storie. Ne è esempio il “Giardino delle Culture” di Millo in Via Morosini.

Foto di Matilde Manghini (4as)

Foto di Camilla Tiraboschi (4as)

Tra i Navigli e le Colonne di San Lorenzo si estende invece una lunga e colorata tela di cemento che termina nella ricostruzione storica di "Milan Street Hi-story", appartenente alla Basilica di S. Lorenzo.

Il cuore della street art milanese è però la zona Isola-Garibaldi con la sua atmosfera underground, che comprende il sottopassaggio ferroviario a cura del progetto di riqualificazione “Escoadisola”, e i murales dei locali come il Frida o il Wasabi.

Foto di Benedetta Di Franco, Matilde Manghini e Camilla Tiraboschi (4as)

Dal generale al particolare

Il "Frida" è un complesso che comprende un bar e un negozio vintage, la cui parete principale è interamente coperta da graffiti, realizzati da diversi artisti come Willow e Zibe.

Filippo Bruno, in arte Willow, è il tipico "graffitaro" dai personaggi coloratissimi. Nelle sue opere ci presenta una sorta di mondo parallelo popolato da microrganismi intenti a conversare tra loro.

Zibe, invece, è un artista messicano che si contraddistingue per il suo logo, "Arnold", il giovane protagonista della serie TV "Il mio amico Arnold" andata in onda negli anni '80, la cui immagine è utilizzata per non dimenticare coloro che appartengono al rango più basso della società.

Siete curiosi di scoprire questi “musei a cielo aperto” ma le lunghe camminate tra le vie di Milano vi spaventano?

Poiché il Comune ha messo a disposizione per gli artisti 72 muri in 100 luoghi, l'associazione culturale Rainlab ha avviato “Milano Street Art Map”, un progetto che ha lo scopo di segnalare all’interno di una mappa interattiva tutti gli esempi dell'arte di strada. In questo modo, anche coloro che soffrono della cosiddetta “poltronite acuta”, possono calarsi nel mondo dei writers.

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“La musica danza, danza la musica”

articolo di Elisa Diaferio (3ba) e Carlotta Ravettino (3au)

Quando uno spartito incontra il movimento del corpo, dà voce alle emozioni.

Nel mondo contemporaneo, la musica è ovunque e riveste un ruolo fondamentale nella vita di molti adolescenti. C’è chi la ascolta immedesimandosi nella canzone scelta in base all’umore della giornata, chi la utilizza per rilassarsi e chi la sente come divertimento. Un filo conduttore unisce tutti questi impieghi: la capacità della musica di creare emozioni molto diverse tra loro.

Come rendere visibili i sentimenti nati dall’incontro con le 7 note? Con la danza!

Noi siamo due liceali che condividono la stessa passione. Terminate le lezioni in classe, scappiamo in sala da ballo dove diamo voce e corpo al nostro sentire. Chi siamo? Elisa e Carlotta. Con una doppia intervista vi raccontiamo il nostro rapporto con la musica e la danza.

Da quanto balli e come hai iniziato?

Elisa: Ballo danza moderna da sei anni però ho iniziato con un anno di hip-hop. É stata mia mamma a consigliarmi di partecipare alla lezione di prova perchè, in casa, mi vedeva ballare sempre.

Carlotta: Ballo da dieci anni danza moderna e da tre ho aggiunto anche la danza classica. Cosa mi ha ispirato? Da piccola vedevo in televisione i film di Barbie: le ballerine presenti, bellissime e leggiadre, mi incantavano. Mia madre, vedendomi così affascinata, decise di iscrivermi.

Cos'è per te la danza?

Elisa: La danza è una forma d'arte che mi permette di essere me stessa. In passato mi ha aiutato a essere meno timida, a non avere paura del giudizio degli altri; oggi mi aiuta ad esternare sentimenti ed emozioni che non riesco ad esprimere a parole. Direi però che è soprattutto uno sfogo: in quell'ora e mezza mi sento libera, come se non esistesse altro oltre a quel momento.

Carlotta: La danza ricopre un ruolo importante nella mia vita, in quanto mi permette di non pensare a problemi e preoccupazioni. Quando ballo mi sento libera, non ho paura di essere “osservata” dagli altri e sono me stessa al 100%. Secondo me danzare non significa eseguire meccanicamente i movimenti, ma cercare di mettere il proprio essere in ciascun passo e, cosí facendo, emozionare le persone che mi guardano. Ed inoltre, la danza mi rende felice e appagata.

Per chi balli?

Elisa: Ballo soprattutto per me stessa, per sentirmi libera, ma anche per la mia famiglia, perché è grazie a loro che appartengo a questo mondo fantastico.

Carlotta: Io ballo per me stessa poiché la danza è l'unico momento in cui mi sento protagonista: posso liberarmi dalle preoccupazioni ed essere spensierata.

“Gli ostacoli non vanno aggirati, ma affrontati con forza e determinazione per superarli e arrivare all'obiettivo finale.”

In questi anni di studio, che cosa hai imparato dalla danza?

Elisa: In questi anni ho capito che la danza, oltre che essere un momento di sfogo personale, è parte della mia vita, è un pezzo della mia anima: non so cosa farei senza danza. È sempre con me, anche quando non sono a lezione. Quando vado in vacanza nei villaggi, sento la musica e non posso non ballare: se fosse per la mia timidezza, resterei seduta a guardare, invece mi butto in pista e riesco a divertirmi con gli altri.

Carlotta: Credo che la danza mi abbia insegnato uno degli aspetti più importanti della vita: non mollare di fronte alle difficoltà. Ho sperimentato sulla mia pelle cosa significhi questa frase quando, lo scorso anno, mi sono stirata un muscolo facendo una figura. Inizialmente avevo tanta paura di non riuscire a tornare quella di prima perché ogni minimo movimento mi causava dolore. Ma nonostante la fatica, con impegno e forza di volontà, mi sono messa in gioco e col tempo sono ritornata in piena forma. Quello che voglio dire a tutti è di inseguire sempre i propri sogni anche se ciò richiede sacrificio. Gli ostacoli non vanno aggirati, ma affrontati con forza e determinazione per superarli e arrivare all'obiettivo finale.

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FRUIT LEATHER

articolo di Brivio Lorenzo (4aa)

“Acquistando con la testa e non con la pancia!”

Ho letto bene? 3500 kg? Ma 3500 kg di cosa?

Sono proprio 3500 i chili di frutta e verdura che restano invenduti al mercato di Rotterdam, buttati come spazzatura a fine giornata.

Per limitare questo spreco, e ricavarne anche qualcosa, dei giovani designers neolaureati alla Willem De Kooning Academie di Rotterdam hanno inventato il Fruit Leather, un materiale organico ricavato proprio dagli scarti della frutta e della verdura seguendo un procedimento particolare: una volta eliminati i semi e altre parti solide, i frutti vengono tagliati, schiacciati, fatti bollire per eliminare la carica batterica e infine fatti asciugare su una superficie particolare. Il risultato è molto simile alla pelle, quindi è possibile realizzare accessori, mobili e vestiti. Per ora è stata creata una borsa con questo materiale, ma in futuro...chi lo sa? Attualmente l’obiettivo dei giovani designers è quello di rendere il materiale più resistente perciò vorrebbero collaborare con diverse aziende in modo da aumentare le capacità tecniche e la gamma di prodotti realizzabili.

E’ di sicuro importante investire su questo progetto: il Fruit Leather, infatti, potrebbe risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti organici poiché, a partire dalla sua produzione, verrebbe innescato il circolo virtuoso del riciclo; ora invece molti contadini e rivenditori smaltiscono illegalmente a causa dei costi elevati.

Anche noi nel nostro piccolo possiamo ridurre lo spreco. Come? “Acquistando con la testa e non con la pancia!”

LANA DI PINO

articolo di Simone Genovese (4aa)

Ho letto che lo spreco di materiale organico è uno dei principali problemi che affligge il nostro pianeta. Questo non riguarda solo gli alimenti , ma anche cose più inusuali e alle quali abitualmente non si pensa come… gli aghi di pino.

Questi infatti sono ritenuti inutili e non sfruttabili e la dimostrazione sta nel fatto che, ogni anno, solo nell’Unione Europea, vengono tagliati oltre 600 milioni di arbusti sempreverdi.

Lo spreco, tenendo conto che queste piccole “foglie” rappresentano il 20–30 per cento della massa di un albero, è veramente consistente, nell'ordine dei diversi miliardi annui.

“Spesso ciò che da altri è considerato inutile può, con un po' di inventiva, rivelarsi utile.”

Fortunatamente oggi qualcuno si preoccupa di questa enorme falla nel processo di lavorazione dei pini: una brillante designer inglese si è interrogata su come fosse possibile arginare il problema ideando una tecnica che, in seguito a numerosi processi, trasforma questi piccoli aghetti in prodotti tessili, materiali compositi e componenti della carta. Come si attua il processo di trasformazione?

Innanzitutto la massa di aghi subisce una iniziale frantumazione e macerazione per ricavarne un impasto modellabile. Il passo successivo è la cottura a vapore di quest’ultimo per poi procedere ad una compressione che dona robustezza e compattezza al materiale. Il risultato della lavorazione porta i numerosi aghi di pino, destinati allo scarto, ad una seconda vita dando vita a sgabelli, tappeti e molto altro. Questo permette di unire l'utile al dilettevole: non solo viene riciclato del materiale organico ma, anziché spendere denaro per smaltirlo, si ha un utile dalla vendita dei prodotti ottenuti.

Tutto ciò è possibile grazie alle proprietà della materia prima: gli aghi di pino infatti sono ricchi di cellulosa e di lignina che rappresenta un’ottima alternativa alle fibre vegetali importate, come cocco e cotone.

Un'importante lezione ci arriva dalla geniale designer: utilizzare la creatività per il riciclaggio.

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Fotografare... FINESTRE

Cosa si cela dietro una finestra? Occhi curiosi guardano attraverso oblò aperti sul cielo o vetri che riflettono attimi di vita quotidiana. Ogni finestra è una cornice che inquadra frammenti di bellezza.

Foto di Marta Visdomini (4as)

Foto di Riccardo Porta (4as)

Foto di Miriam Piacentini (5aa)

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articolo di Alessandro Belotti (4ba) e Martina Stratta (4as)

Troppe volte ci siamo chiesti se fosse davvero utile e produttivo trascorrere le vacanze leggendo un libro. È una perdita di tempo o un’attività che potrebbe portare i suoi frutti?

Leggere è un modo per ritrovare se stessi, per cambiare e magari per imparare a scegliere, con consapevolezza, la nostra strada, quella da seguire per realizzare i nostri sogni.

Spesso ci dimentichiamo che i libri sono sempre stati i nostri compagni di vita, fin dall’asilo. Con loro siamo cresciuti, sia psicologicamente che culturalmente. Ci hanno fatto divertire, incuriosire e volare con la fantasia, perché in fondo è questo il potere dei libri: rapire e trasportare chi legge in una nuova dimensione. Come dice Fabrizio Caramagna, celebre studioso e scrittore “leggere è entrare nel mondo attraverso un altro ingresso”.

La lettura, però, non va vissuta come una regola che ci viene inesorabilmente imposta da qualcun altro. Questa attività dovrebbe essere invece vista come uno svago: leggere è un modo per ritrovare se stessi, per cambiare e magari per imparare a scegliere, con consapevolezza, la nostra strada, quella da seguire per realizzare i nostri sogni.

Sono molte le persone che hanno fatto di questa affermazione una regola di vita. Tra queste c’è Lisa Bu, amministratrice delegata di TED, noto sito di divulgazione di idee. È proprio attraverso la lettura infatti, che questa donna ha saputo trovare il coraggio per imporsi su chi l’aveva sempre scoraggiata e per decidere, ascoltando solo se stessa, cosa voleva veramente diventare. Grazie ai libri, ha soddisfatto quella sete di consigli che i genitori non le avevano saputo dare, ha trovato la giusta motivazione per studiare all’estero, per crearsi una vita indipendente e per accogliere ciò che la vita aveva da sempre avuto in serbo per lei.

Per concludere, si potrebbe dire che ognuno di noi dovrebbe imparare ad apprezzare gli stimoli che ci danno le persone con più esperienza di noi, magari proprio di quelle persone che ci consigliano un libro: è proprio apprezzando la lettura infatti che si ha la possibilità di vivere “mille altre vite” oltre la nostra. Inizi anche tu questa avventura con noi?

Ti coNsiglio questo libro...

articolo di Gabriella Variati (4as)

  • Titolo: La fine dell'Eternità
  • Autore: Isaac Asimov
  • Data di pubblicazione: 1955
  • Genere: Romanzo di fantascienza

"Nel sopprimere i guasti della Realtà, l'Eternità ne soffoca anche i trionfi. È affrontando le grandi prove che l'umanità può elevarsi alle grandi altezze."

Viaggi nel tempo e libertà...sono questi i temi principali del romanzo. Gli Eterni, coloro che osservano, studiano e modificano il tempo sono uomini che, considerati idonei, abbandonano per sempre il loro secolo natio per servire e operare nell'Eternità. Tra questi c’è Andrew Harlan, il protagonista, un giovane tecnico il cui ruolo è di viaggiare nelle diverse epoche per effettuare i cosiddetti “mutamenti di Realtà”. Lo scopo? Evitare le grandi catastrofi tra cui guerre nucleari, carestie e pestilenze.

Ciascuno di questi mutamenti è calcolato al dettaglio ma qualche conseguenza inaspettata c'è sempre: numerose opere d'arte, libri e persone potrebbero infatti essere cancellate dalla realtà per sempre!

Gli Eterni cambiano la Storia, cercano di eliminarne i periodi bui, ma inevitabilmente finiscono con il privare l'umanità del libero arbitrio decidendo cosa sia giusto e cosa sbagliato. Essi sono pronti infatti a cancellare dalla Storia milioni di persone per salvarne miliardi, ma tutto ciò è considerato lecito per permettere all'umanità di vivere pacificamente. Questo sistema è messo a rischio quando Andrew si innamora di Noys, una temporale ovvero una persona che vive in un determinato momento storico. Egli sa bene che la personalità della ragazza è unica ed è impossibile da replicare in altre epoche storiche. Quindi per salvare l'amata, i cui ricordi, personalità e carattere cambierebbero radicalmente dopo il mutamento, deciderà di mettere a rischio l'esistenza stessa dell'Eternità.

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IL PROFUMO DELLA ROSA

articolo di Anita Comi (4as) e Francesca Verdino (5aa)

“Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo” dice la giovane Giulietta al suo amato Romeo. Ma se sostituissimo la parola “rosa” con “donna” non ne conserveremmo comunque l’essenza? E da cosa e da dove allora tanta diversità nel modo in cui esse vengono trattate?

La donna non sembra essere considerata totalmente un essere umano in ogni paese del mondo e prova ne è che, secondo un rapporto ONU del 2010, ben 70% di esse è stata vittima di violenza. Nel 2011 sono emersi inoltre dati allarmanti: 100 stupri giornalieri in India, in Sudafrica il 25% degli uomini ammette di aver compiuto violenza nei riguardi di una donna e 3000 sono le donne afghane che si sono tolte la vita in seguito ad episodi di violenza subita. Ma è inquietante quanto risulta evidente dalle statistiche dell’IRIB World Service nel 2015: fra i primi dieci paesi che detengono il triste primato di violenze sulle donne compaiono Canada, Francia, Germania, Regno Unito, Svezia e Stati Uniti.

La società orientale e quella occidentale, con modalità differenti, sembrano in difficoltà nel riconoscere quanto la donna sia in grado di lasciare la sua impronta nella storia che comunque ha visto nei secoli la presenza di regine, inventrici e personalità importanti mentre ora pare essere sotto sguardi connotati al più bieco maschilismo.

La donna orientale è protetta, occlusa dal maschio in modo ossessivo e questo provoca una limitazione della sua libertà isolandola dalla società. Tratti distintivi sono rappresentati dagli indumenti pensati per celare il volto ed ogni fattezza sotto Burqa, Chador, Hijab, Niquar che molte polemiche scatenano nelle nostre società.

A dare invece un tratto distintivo alla donna occidentale, proprio dal punto di vista della moda, ci ha pensato Coco Chanel che diffuse un nuovo modello di donna libera dall’abbigliamento imponente e costrittivo tipico della Belle Epoque con l’introduzione dei pantaloni per signora. Nonostante tali conquiste, ancora nel mondo occidentale le donne sono continuamente esposte al giudizio sia maschile che femminile. Anche la pubblicità diffonde un modello di “donna perfetta” a cui molte vorrebbero assomigliare.

Malala Yousufrai e Aung Saan Suu Ky sono esempi fra tutti, e da paesi per noi lontani, di come sia possibile ridare dignità all’universo femminile, a qualsiasi mondo appartenga. Pakistana premio Nobel per la pace 2014 la prima, ha detto che un bambino, un insegnante e una penna possono cambiare il mondo. Birmana e premio Nobel per la pace anche la seconda, ha permesso che la sua voce, in nome del suo popolo, non fosse zittita.

Oscar Wilde affermò, più di cento anni fa: “Date alle donne occasioni adeguate ed esse saranno capaci di tutto”. Di accudire le nuove generazioni, di andare oltre agli stereotipi e le restrizioni imposte. Capaci soprattutto di cambiare il mondo.

È questa tenacia l’essenza, il profumo di rosa della donna?

Nella redazione di look@MI n°2 hanno inoltre lavorato: Impaginazione grafica Eleonora Pistani (4as). Ricerca Immagini interne al giornale Eleonora Pistani (4as) e Miriam Piacentini (5aa). Foto di copertina di Miriam Piacentici e Federico Cilfone (5aa). Modelli in di copertina Icho Nobuya, Valentina Brioschi, Edna Fumagalli (4au) e Sebastiano Motta (5bm). Correzione bozze e ideazione civette: Ilenia Manno (5aa), Emanuele Mattavelli (5bm), Pietro Chierichetti (5aa), Marco Sironi (4ab). Progetto coordinato dal professore Davide Torzi. Referente per la rubrica viverMI, ascoltaMI professoressa Chiara Redaelli. Referente per la rubrica raccontaMI e donnaforMI professore Piero Zocche. Referente per la rubrica fotografaMI e streetMI professoressa Federica Gorza. Referente per la rubrica teachMI professoressa Michela Di Rocchi. Referente per la rubrica leggerMI, riqualificaMI, riciclaMI, appMI professore Davide Torzi. (look@MI n°2 è stato chiuso in data 22 dicembre 2016)

Istituto E. Breda Opere Sociali Don Bosco Sesto San Giovanni

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