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a quale comandamento abbiamo obbedito? Riflessione sulla celebrazione della Messa nella fase due.

Sono cristiano e non poter partecipare alla Messa mi pesa parecchio. Quando ieri sera ho capito che si sarebbe dovuto aspettare ancora, ci sono rimasto male. Ma sono rimasto ancora più amareggiato poco dopo, leggendo la nota della Cei. Ho provato un disagio che lì per lì non sapevo spiegarmi, sentivo che in quelle righe c’era qualcosa che stonava col percorso che abbiamo fatto come Chiesa in questo periodo, ma non riuscivo ad afferrare bene cosa.

Forse era quel passaggio sulla compromissione dell’esercizio della libertà di culto, che mi sembrava esagerato e poco rispettoso di chi davvero viene vessato o perseguitato per la sua fede. Ma non era quello.

Forse era l’uso di verbi come “esigere”, quel gonfiare il petto non al cospetto di un dittatore sanguinario ma di un provvedimento preso nel corso di un’epidemia. Ma non era neppure quello.

[…] Cos’era allora?

Mi domando cosa è stato questo periodo per noi cristiani, che senso ha avuto questo digiuno eucaristico per la Chiesa. E’ stato un passaggio? E’ stato camminare accanto a chi ha dovuto percorrere un sentiero di sofferenza? Siamo usciti come Gesù dopo l’ultima cena, abbiamo attraversato con lui il torrente Cedron? O siamo rimasti fermi ad aspettare? Questo tempo che non comprendiamo ci sta portando verso un cambiamento? O confidiamo che il prima possibile torni tutto com’era prima, che noi tutti torniamo come eravamo prima?

Perché abbiamo accettato di sospendere la celebrazione della Messa con il popolo? Per un decreto? O perché il popolo cristiano sentiva di dover stare accanto ad un popolo di sofferenti, e fare di tutto perché quelle sofferenze non fossero ancora maggiori? A quale comandamento abbiamo obbedito, al comandamento dell’Amore o al comandamento di Giuseppe Conte?

Rispettare le leggi non è poi così male, ma se ci ha mossi solo l’ossequio ad un decreto siamo dei miserabili e nessuna fase due, come essa sia, potrà mai salvarci. L’obbedienza l’abbiamo scelta o l’abbiamo subita?

Perché se non abbiamo agito con la libertà dei figli di Dio, la libertà di culto ci giova a poco.

Se invece ci ha mossi la premura per il prossimo, possiamo affrontare il nocciolo della questione: il legame tra Eucaristia e servizio, tra l’ultima cena e la lavanda dei piedi, “la Chiesa del grembiule”, per usare le parole di don Tonino Bello.

A questo legame fa riferimento la nota dei vescovi italiani: “Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”.

Ecco, io avevo capito che avevamo rinunciato a celebrare insieme la Messa per spirito di servizio, perché la premura per i più deboli ci imponeva di non diffondere il contagio, perché non era questione di voler fare i martiri ma piuttosto si correva il rischio di diventare “kamikaze”, untori magari pure asintomatici che avrebbero esteso l’epidemia e aumentato i dolori.

All’origine di questa astinenza c’era una logica di servizio, e l’Eucaristia ne era la guida: lo era stavolta nell’assenza del Sacramento e non nella sua presenza. Ma la stella polare del nostro agire era, indiscutibilmente, il corpo di Gesù spezzato. E in questa logica io ho vissuto una Chiesa veramente unita, attraversata da un filo che partiva dal mio parroco che quel corpo spezzava sull’altare celebrando la Messa in quarantena, senza il popolo ma per il popolo, e che arrivava fino alla donna delle pulizie nel reparto di terapia intensiva, che avrebbe potuto mettersi in malattia e invece era rimasta al suo posto.

Oggi no, abbiamo cambiato idea?

Le circostanze ci dicono che il peggio è passato ma che l’epidemia non è ancora finita, gli scienziati ritengono – io credo in coscienza – che l’astinenza vada prolungata un altro po’. Ma d’improvviso abbiamo invertito il ragionamento: rivendichiamo l’Eucaristia come un diritto (ma non era il dono di Dio?), argomentiamo che ci serve a illuminare il nostro servizio.

Ma se per rompere il digiuno dobbiamo cancellare l’attenzione al più debole che ci impone di non radunarci, come potrebbe da una nostra partecipazione all’Eucaristia scaturire il servizio al prossimo? Quel servizio lo abbiamo rinnegato in partenza. E questo è pericoloso: perché se la cena del Signore non ci porta a cingerci i fianchi e a lavare i piedi agli altri, l’alternativa è finire dritti nel buio della notte insieme a Giuda.

A quante Eucaristie prima del coronavirus non abbiamo permesso di trasformarci, quante volte abbiamo spezzato il corpo di Cristo e poi non abbiamo spezzato le nostre vite per gli altri. Io penso che il lockdown ci abbia costretti a rimetterci in discussione di fronte al Sacramento, e che quando torneremo a riceverlo lo faremo più consapevoli. Sono convinto che questa distanza che viviamo non abbia minacciato la nostra dimensione comunitaria, ma che al contrario l’abbia esaltata. Intravedo in questo tempo così terribile tanti germogli di novità.

Spero che anche i nostri vescovi abbiano occhi per scorgerli, mani per prendersene cura, cuore per restare insieme a chi soffre, intelligenza per capire dove Dio sta conducendo la barca della Chiesa.

di Francesco Pini

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Sergio Guttilla
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