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Ada Sibelius ha dodici anni, non ha mai conosciuto sua madre e vive con il padre David, un genio dell’informatica che dirige un importante laboratorio nella Boston degli anni Ottanta, dove si lavora su ELIXIR, un programma per replicare il linguaggio umano. Per Ada David è tutto, la sua infanzia trascorre tra la casa e il laboratorio del padre, e la sua fantasia è affascinata dall’esattezza di formule e codici. Ma quando la mente di David inizia a vacillare, Ada viene affidata a una collega, Liston, che la cresce insieme ai suoi trefigli. Ada scopre così la vita normale da cui è stata protetta fino a quel momento, e cerca di adattarsi senza tradire quel padre eccentrico e sfuggente, sulla cui identità inizia a emergere più di un dubbio. Anni dopo, ormai adulta e professionista insoddisfatta nella Silicon Valley, Ada riprende la ricerca della verità su di sé e sulla propria famiglia, una verità nascosta in un codice enigmatico che David le ha affidato. Dopo I cieli di Philadelphia, Liz Moore torna con un libro profondo e appassionante che si legge d’un fiato. E ci parla dell’infinito potere dell’amore, capace di infondere una misteriosa tenerezza persino al rapporto tra uomo e tecnologia, e di travalicare i limiti e le inesattezze della vita.
A Oconee, piccola contea agricola degli Appalachi, Holland Winchester, la testa calda del paese, è svanito nel nulla. Sua madre è sicura che sia morto perché, il giorno della scomparsa, ha sentito degli spari provenire dalla fattoria vicina. Anche lo sceriffo Will Alexander è certo che Holland sia stato ucciso, tuttavia non riesce a trovare né il corpo né un testimone. Ma in quella torrida estate degli anni Cinquanta c’è qualcos’altro che agita la vita della comunità: la Carolina Power, una compagnia elettrica, sta acquistando tutti i terreni della valle per costruire una diga. E così una terra che è già stata strappata ai Cherokee dai colonizzatori sta per essere nuovamente sottratta ai suoi abitanti. Sullo sfondo di una comunità condannata a sparire seguiamo, attraverso cinque differenti voci, una narrazione tellurica che ci racconta una storia di amore e verità sommerse.
Ottobre 1914. A bordo di una nave che solca il Mediterraneo, Midhat vagheggia la futura vita in Francia. Di quel Paese, cosí lontano dalla sua Nablus in Palestina, non ha che immagini fumose, fantasie ricavate dai libri di scuola. Per volere di suo padre Haj Taher, ricco mercante di tessuti, Midhat frequenterà la facoltà di Medicina di Montpellier; qui sarà ospite di un professore di antropologia, il Docteur Molineu. Quando giunge nella città occitana, seppur pieno di aspettative, Midhat non può sapere che ad attenderlo c’è l’amore. Presto, infatti, incontra una giovane francese e, fin dai primi istanti, prova per lei un’attrazione speciale. Durante i mesi successivi, però, Midhat non riesce a capire se la confidenza dell’amata sia l’espressione di un sentimento ricambiato o piuttosto della rilassatezza dei costumi occidentali. Se dopo qualche tempo la possibilità di un avvenire insieme sembra finalmente a portata di mano, in seguito una terribile scoperta spinge Midhat, furioso e indignato, a lasciare Montpellier con il primo treno per Parigi. Nella capitale la sua vita cambia radicalmente: smette di studiare Medicina, frequenta i salotti dei suoi connazionali, tra discussioni filosofiche e commenti sulle crescenti tensioni in patria, e conosce molte donne, godendo appieno della libertà parigina. Ma la realtà torna a cercarlo quando, qualche anno dopo, rientra in Palestina e suo padre gli impone di rimanere. Per l’elegante, romantico, sognatore Midhat, ormai noto a tutti come il Parigino, riadattarsi a Nablus, integrarsi in quella comunità chiusa che lo considera uno straniero, è difficile quanto lo era stato acclimatarsi in Francia. Tanto piú che ora nuove responsabilità lo costringono a rinunciare per sempre alle speranze della sua giovinezza. Ma un giorno quel passato mitizzato abbandona i ricordi per tornare alla luce e rivelare una dolceamara verità. Attraverso le vicende di Midhat, personaggio ispirato alla figura del suo bisnonno, Isabella Hammad ripercorre gli eventi che hanno segnato la Palestina all’inizio del secolo scorso in questo incredibile romanzo d’esordio che ha il respiro della Storia, il fascino della saga familiare, l’intensità delle grandi storie d’amore. «Il Parigino è una lettura sublime: lieve, misurata, straordinariamente intelligente, di insolita compostezza e, in una parola, bellissima. È realismo nella tradizione di Flaubert e Stendhal. Isabella Hammad ha un talento raro e Il Parigino è un prodigio». Zadie Smith
La vita che conoscevo racconta le storie di Francesca e di Fabio, dalla nascita al loro primo incontro, dal trasformarsi dell’amicizia in amore, fino all’arrivo di una figlia. Francesca e Fabio insieme conoscono gioia e pienezza, affrontano crisi e ostacoli di ogni genere, rischiando di perdersi. Una sera, improvvisamente, il filo che li lega si spezza senza rimedio. La morte di Fabio genera un cambio di prospettiva, la necessità per Francesca di guardare più in profondità dentro di sé, per affrontare un’esistenza completamente diversa da quella di “prima”. Il senso di solitudine e di mancanza la avvolge come una nebbia, dandole l’impressione di essere invisibile e di procedere annaspando. Tuttavia, lentamente, quel filo perso in un groviglio inestricabile sembra poter disegnare una vicenda diversa, un nuovo orizzonte da ricostruire con pazienza, guardando avanti, “da ora in poi”. La vita che conoscevo è un libro di grande potenza emotiva che costruisce il romanzo come storia di famiglia, diario e lettera d’amore, sfumando magistralmente la narrazione nella biografia e unendo il racconto di due vite in un’unica esperienza di trasformazione.
La bella Kim Cassels, che cambia uomini e vestiti con disarmante facilità, la misteriosa Inakeen e Mo, che ha appena aperto il proprio salone di bellezza a tema tropicale, la maestra Olga, Barry, eterno commesso di un grande negozio di catena, l’enigmatica rock star decaduta Gil Courtney, sono solo alcuni degli elusivi e indimenticabili personaggi che attraversano le pagine di questo libro davvero unico, bellissimo e spiazzante. Ambientato interamente nella East Belfast dei nostri giorni, Dolce casa ha rivelato il talento di Wendy Erskine, definita unanimemente come una delle migliori scrittrici di short stories della letteratura contemporanea in lingua inglese. I percorsi e le storie dei protagonisti di Dolce casa, si intrecciano, o forse no, tra le strade e i quartieri di una delle città più tormentate e peculiari d’Europa: leggere i racconti di Wendy Erskine porta il lettore non solo in una Belfast affascinante e sorprendente, ma in un mondo al medesimo tempo familiare e sconosciuto, in cui lo scorrere dei giorni assume improvvisamente una prospettiva nuova e differente e ogni certezza, piccola o grande, viene messa in discussione.
Scritto tra il 1900 e il 1901 ed eletto il miglior romanzo del Novecento danese, La caduta del re ripercorre le vicende di Mikkel Thøgersen sullo sfondo della Danimarca a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento. Studente svogliato e sognatore, Mikkel diventa mercenario, soldato, pellegrino e infine compagno di prigionia del re Cristiano II. La sua storia procede parallela a quella del sovrano assurto a simbolo del declino della corona di Danimarca: Cristiano II, il re indeciso che, secondo la leggenda, navigò per un’intera notte avanti e indietro tra lo Jutland e la Fionia, incapace di affrontare il destino. Un romanzo immortale che parla di armi e cavalieri, onore e dubbi, di cieli sconfinati, fiordi e brughiere, di passione, odio e gelosia, passando dalla crudeltà sanguinosa alla dolcezza estatica, con un tocco sorprendentemente moderno. Morte e amore, tragedia e idillio si avvicendano in un’opera maestosa e suggestiva, tradotta per la prima volta in italiano. Traduzione e introduzione di Bruno Berni
Un uomo di mezza età ritorna nella sua città natale, Stoccolma, dopo anni di lontananza. E qui, stanco dell’incomprensione e dell’ipocrisia che logorano i rapporti umani, trova rifugio nella solitudine, che abbraccia come fosse una vecchia amica. Promeneur solitario, segue la metamorfosi del paesaggio attraverso le stagioni, allenandosi al silenzio e riscoprendo il piacere di ascoltarlo. Un pianoforte suona in lontananza, i libri gli fanno compagnia, e mentre l’oscurità lo avvolge rendendolo invisibile, vissuto e immaginazione si intrecciano, fino a comporre l’ordito di una poesia. Intimo, perturbante, Solo è una meditazione sul ritiro dal mondo: una condizione che è sì un destino maledetto, ma al contempo genera ispirazione e, come tale, viene rivendicata quale segno distintivo dell’artista, linfa vitale per il proprio rinnovato impegno. Il diario di una vita solitaria diventa così una riflessione sul processo creativo e un’acuta disamina delle contraddizioni della modernità. Traduzione e introduzione di Franco Perrelli
Si può raccontare il più atroce dei dolori, la perdita di un figlio? Forse no. Nel marzo del 2015, la poetessa danese Naja Marie Aidt riceve una telefonata. Carl, il figlio venticinquenne, è morto. Non si sa né come né perché: la madre e il lettore non riescono a fronteggiare l’angoscia che li travolge. Un incidente, un malore, un suicidio? Di pagina in pagina l’autrice mette ordine nella propria disperazione, raccontando cosa è accaduto al ragazzo. È il viaggio di una madre dentro di sé, un viaggio alla scoperta della morte. Un esercizio di consapevolezza di natura maieutica: dare alla luce la morte di una persona a cui si è data la vita. Come si può? La prima reazione della poetessa è il silenzio. La sua penna si inaridisce. Compone linee scarne, rifiuta le maiuscole e la punteggiatura, ricopia lemmi e definizioni dal vocabolario, riporta versi e stralci di grandi autori del passato che sono sopravvissuti a lutti devastanti: da Cicerone a Mallarmé, da Whitman a Roubaud. E così, a poco a poco, qualche lettera riempie il vuoto. La disposizione delle parole sulla pagina si fa sempre più ordinata e il lettore apprende ciò che è accaduto. Un libro che ha raggiunto decine di migliaia di lettori, ottenendo nel 2020 il Gran Premio dell’Accademia di Danimarca.
Un paio di scarpe da donna intraviste nella folla in un pomeriggio di marzo. Tanto basta a Philip, agente immobiliare sulla quarantina, per dare avvio a un assurdo inseguimento al ritmo dei passi di una sconosciuta. Un atto trasgressivo e proibito, iniziato quasi per gioco, che diviene presto un’ossessione. Così, di colpo, Philip abdica alla propria vita, abbandona gli impegni, i doveri, ogni ruolo sociale, e si smarrisce, non senza ebbrezza, in un’esistenza interamente consegnata all’istante. Trentasei ore nella vita di un uomo, scandite un gesto alla volta da un narratore che tenta di decrittare le ragioni di un comportamento apparentemente inspiegabile. Ne nasce un’indagine serrata, tra immedesimazione ed enigma, con il respiro di una requisitoria sullo sguardo maschile, sulla dipendenza dalla tecnologia e sulle ambiguità della passione.
Chiusa nell’armadio della sua stanza, Juliet legge il diario di bordo che suo marito Michael ha scritto nell’anno trascorso in barca a vela insieme a lei e ai loro due bambini. Il viaggio è stata un’idea di Michael, che si è indebitato per acquistare la barca, e Juliet ha acconsentito, piena di dubbi. Comincia così un lungo e incalzante dialogo a due voci: Juliet ripercorre la memoria degli eventi, e Michael racconta il presente, inconsapevole e ottimista, certo che quella sia l’unica possibilità per recuperare il matrimonio, salvare Juliet dall’insoddisfazione, dare un’altra vita ai bambini. E all’inizio pare funzionare: a bordo dello yacht i vecchi problemi vengono spazzati via, la famiglia si trasforma in un perfetto equipaggio e la barca e il mare diventano la casa sempre desiderata. Ma il destino è in agguato, a strappare alibi e certezze, e a svelare il senso della vita anche a costo di perderla. Amity Gaige parla al nostro desiderio più profondo di essere amati e di sentirci liberi, senza compromessi; e parla di famiglia e matrimonio, rivelandoci che le gabbie più anguste sono quelle nascoste nella nostra mente. La sposa del mare illumina momenti di felicità irripetibile, lampi di saggezza e conforto che indicano la strada per essere davvero noi stessi. Questo libro è per chi vorrebbe cercare la libertà nel blu pavone del cielo caraibico, per chi ha avvolto la sua vita nei versi delle poesie di Anne Sexton, per chi cerca le coordinate di un errore su una carta nautica, e per chi è animato da un’inspiegabile felicità al pensiero di essere stato bambino, quando bastava un tuffo in acqua per diventare il mare.
Per lungo tempo camminare a Parigi ha significato «prendere confidenza con l’infinità del mondo». Mercati grandi come quartieri, stazioni dalle enormi volte d’acciaio e un fitto reticolo di vicoli dove a ogni passo si celava la vertigine della scoperta. Era, quella Parigi, una città in grado di trasfigurare letterariamente ogni sguardo, e cambiare il corso di una vita. Accadde al pittore americano Edward Hopper, che nella capitale francese tornò più volte per forgiare il suo stile unico. E accadde a Nadja, giovane donna spavalda e spaesata che in un pomeriggio stanco d’ottobre incontrò su un boulevard l’uomo che l’avrebbe trasformata in un mito poetico, per poi abbandonarla sull’orlo della pazzia: André Breton. E accadde anche a Walter Benjamin, che con uno dei suoi scritti più mirabili la elesse definitivamente capitale del XIX secolo. Con disegni dall’immediata e durevole forza evocativa, e una prosa traboccante commozione, Frédéric Pajak appaia figure storiche e destini privati, convoca Charles Baudelaire e Frida Kahlo, grandi artisti e illustri sconosciuti, per comporre un inno d’amore a una città che «ha stremato di gioia e dolore migliaia di anime».
Readerforblind Edizioni
Prehistorica Editore
Dall’autrice di Isola, un racconto epistolare che rifonda il mito della grande madre per arricchire di poesia e femminile intimità il discorso contemporaneo sull’ambiente e sul suo futuro. In principio il nostro pianeta era ricoperto da un’unica, felice distesa d’acqua, ma poi eruppe la terra, che squarciò la coltre primigenia separandola nelle tante sorelle chiamate oggi «mari» o «oceani» da noi umani, noi «creature». Da allora quelle sorelle, divise dalla terra ma anche dalla sensibilità e dal carattere di ciascuna, cospirano e mandano avanti un piano ingegnoso per sommergere tutto e tornare all’unità perduta. In una narrazione epistolare che ha la poesia e la tenerezza dell’intimità, Siri Ranva Hjelm Jacobsen rifonda il mito della grande madre e dà voce alle nostre acque, protagoniste dei cambiamenti climatici in corso sulla Terra, per raccontare la nascita e il declino dell’umanità.
Il primo libro tradotto in Italia della scrittrice mauriziana Ananda Devi
Il catalogo delle edizioni Abbot
Il catalogo delle edizioni Johan&Levi