STORIA XIX secolo

Il Risorgimento

Il congresso di Vienna (1814-15), che elevò a criterio supremo la restaurazione dei sovrani “legittimi”, pose l’Italia sotto l’influenza austriaca.

Europa 1815
Italia 1815

L’assetto della penisola risultò il seguente:

  • sotto il dominio dell’Austria furono posti il Lombardo-Veneto, il Trentino, Trieste e parte dell’Istria;
  • il regno di Sardegna tornò a Vittorio Emanuele I;
  • il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla andò a Maria Luisa d’Austria;
  • il principato di Massa e Carrara a Maria Beatrice d’Este;
  • il ducato di Modena e Reggio a Francesco IV d’Austria-Este;
  • il granducato di Toscana a Ferdinando III di Asburgo-Lorena;
  • lo stato pontificio a Pio VII;
  • il regno delle Due Sicilie a Ferdinando I.

In questo quadro, il Piemonte rimase l’unico stato italiano relativamente autonomo dall'influenza austriaca. A distinguersi per una politica di restaurazione accentuatamente reazionaria fu il regno delle Due Sicilie. La Restaurazione non cancellò, almeno in parte, l’opera di rinnovamento civile e amministrativo introdotto nel periodo francese.

L’età della Restaurazione vide anche in Italia la cultura politica dominata da tre principali correnti:

  • la tradizionalista-assolutistica,
  • la liberale moderata e quella
  • nazionalista-rivoluzionaria, di matrice romantica.

Le correnti estreme, per un verso reazionarie e per l’altro rivoluzionarie, trovarono un loro tipico veicolo nelle società segrete, la maggiore della quali diventò la carboneria, a struttura elitaria.

Santorre di Santarosa-moti del 1821

Per impulso dei moti scoppiati in Spagna, nel 1820-21 si ebbero moti anche nel regno delle Due Sicilie e in Piemonte sotto la guida di Santorre di Santarosa.

I rispettivi sovrani furono indotti a concedere costituzioni; ma la reazione prese infine il sopravvento. Il fallimento dei moti favorì la politica dell’ala più intransigente della Restaurazione.

Silvio Pellico
Carlo Felice di Savoia, ascende nel 1821 al trono di Piemonte
Pio VII

Nel Lombardo-Veneto vennero condannati Silvio Pellico e Federico Confalonieri; in Piemonte, dove nel 1821 era asceso al trono Carlo Felice, si ebbero processi e condanne a morte; a Napoli vennero impiccati gli ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati. La politica repressiva continuò nel regno dopo l’avvento al trono nel 1825 di Francesco I.

Solo la Toscana di Leopoldo II si sottrasse all’ondata reazionaria.

La nuova stagione rivoluzionaria europea del 1830-31 favorì lo scoppio nel 1831 di nuovi moti nell’Italia centrale i quali, partiti da Modena, si conclusero con l’impiccagione di Ciro Menotti e la repressione a opera dell’Austria. I moti misero in luce la debolezza dell’azione rivoluzionaria delle società segrete.

Ciro Menotti

Al fallimento dell’azione settaria vennero date due risposte diverse.

  • L’una fu quella di Giuseppe Mazzini, che nel 1831 fondò la Giovine Italia, con un programma basato sull’unità italiana e sulla repubblica democratica come fine e l’insurrezione popolare come mezzo;
  • l’altra fu quella dei liberali monarchici moderati e gradualisti.

Fra il 1831 e il 1845 l’azione mazziniana fu ricca di fermenti ideali, ma andò incontro a una serie di insuccessi, fra cui nel 1844 quello, pur non promosso direttamente da Mazzini, della spedizione dei fratelli Bandiera in Calabria.

Gli insuccessi mazziniani favorirono le correnti del liberalismo moderato, che presero piede specie in Lombardia, Toscana e Piemonte.

Nel regno sardo si sviluppò la corrente “neoguelfa” di Cesare Balbo e di Vincenzo Gioberti, la quale teorizzò la funzione unificatrice del papato in contrapposizione alla corrente “neoghibellina”, che opponeva papato e unificazione italiana. Dal canto loro i lombardi Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari, peraltro privi di una seria influenza politica, sostennero un disegno di federalismo repubblicano e democratico. Il piemontese Massimo D’Azeglio denunciò con vigore nel 1846, dopo il fallimento del moto di Rimini, la sterilità dei metodi mazziniani.

Mentre le Due Sicilie rimanevano con Ferdinando II sotto la cappa di un rigido reazionarismo e il papato di Gregorio XVI costituiva un esempio di malgoverno retrivo, il Lombardo-Veneto conosceva un notevole sviluppo economico e una buona amministrazione di stampo burocratico, la Toscana di Leopoldo II mostrava le maggiori aperture alle istanze del liberalismo moderato e il regno di Sardegna, sul cui trono sedeva dal 1831 Carlo Alberto, pur in un quadro di rigido conservatorismo politico, promosse riforme in campo amministrativo ed economico. Il sovrano, entrato in urto con l’Austria per questioni doganali, assurse negli anni Quaranta a campione di un nuovo spirito di indipendenza. La rivoluzione del 1848 in Francia costituì la premessa di una serie di rivolgimenti rivoluzionari che si diffusero in Europa e investirono anche l’Italia. Con un’improvvisa svolta politica, Pio IX, salito al pontificato nel 1846, aveva avviato una politica di riforme a Roma, seguito dalla Toscana e dal Piemonte. Nel 1848 a Napoli, Ferdinando II, nel quadro di una grave crisi interna, fu indotto a concedere la costituzione, imitato da Carlo Alberto, Leopoldo II e Pio IX. Scoppiata a Vienna, la rivoluzione si estese in marzo a Venezia e a Milano, liberatasi nel corso di una grande insurrezione (cinque giornate di Milano, 18-22 marzo). Sperando di poter attuare la formazione di un regno dell’alta Italia e temendo uno sviluppo democratico-repubblicano a Milano, Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria (prima guerra di indipendenza), inizialmente appoggiato anche da Firenze, Roma e Napoli, che però in un secondo tempo ritirarono le loro truppe. Ma il 25 luglio 1848 i piemontesi furono sconfitti da Radetzky a Custoza. A Venezia i democratici resistettero guidati da Daniele Manin. Anche in Toscana fu organizzato un governo democratico. A Roma, dopo la fuga a Gaeta di Pio IX, i democratici presero il potere e nel 1849 proclamarono la repubblica con a capo un triumvirato, di cui diventò membro Mazzini. Per impulso dei democratici, in Piemonte Carlo Alberto riprese nel marzo 1849 la guerra, subendo però a Novara una sconfitta definitiva, che lo indusse ad abdicare a favore del figlio Vittorio Emanuele II. Ebbe allora inizio un’azione di repressione generalizzata. Gli austriaci riportarono sul trono Leopoldo II in Toscana. La repubblica romana, difesa da Giuseppe Garibaldi, venne soffocata nel luglio dalle truppe francesi di Luigi Napoleone. Venezia capitolò in agosto. Tra il 1849 e il 1860 il processo risorgimentale venne dominato per un verso dal liberalismo piemontese, con a capo Camillo Cavour, e per l’altro dal repubblicanesimo democratico di Mazzini. Il contrasto, si risolse infine con la vittoria politica del primo. Dopo il 1849, mentre nel resto dell’Italia imperversava la reazione, in Piemonte, nonostante la sconfitta subita, Vittorio Emanuele II restò fedele allo Statuto albertino e al liberalismo. I tentativi di Mazzini nel 1851-53 di rilanciare l’iniziativa dei democratici fallirono sistematicamente. Per contro Cavour seppe dare una guida ferma ed efficace al liberalismo piemontese. Entrato nel governo d’Azeglio nel 1850, nel 1852 diventò primo ministro. Il regno preservò con lui le libere istituzioni, diventando la patria degli esuli perseguitati. Economicamente conobbe un notevole sviluppo, anche in campo industriale. Grandi furono inoltre i progressi delle ferrovie. Fu altresì migliorata l’efficienza delle istituzioni. Nel 1855 Cavour inviò truppe in Crimea in appoggio a quelle di Francia e Inghilterra in lotta con la Russia, così da poter sollevare, al congresso di Parigi del 1856, che pose fine alla guerra, la questione italiana e sottolineare il ruolo guida del Piemonte nel processo di rinascita nazionale. Nel 1857 la fondazione della Società nazionale, a cui aderì Garibaldi, pose le premesse perché molti democratici si volgessero verso il Piemonte. L’indebolimento di Mazzini, che nel 1853 aveva fondato il Partito d’azione, venne gravemente accentuato dall’insuccesso della spedizione di Carlo Pisacane nel sud (1857). Cavour, indirizzato verso l’espansione del regno e la creazione di un regno dell’alta Italia, nel 1857 ruppe le relazioni diplomatiche con l’Austria e nel 1858 strinse accordi a Plombières con Napoleone III. Nel 1859 scoppiò la seconda guerra di indipendenza che portò i franco-piemontesi alle vittorie di Magenta, Solferino e San Martino. L’Italia centrale insorse. Ma in luglio Napoleone III, cedendo alla pressione dei clericali francesi e per timore di una reazione prussiana, decise unilateralmente l’armistizio di Villafranca, inducendo Cavour per protesta alle dimissioni. La Lombardia venne ceduta dall’Austria al Piemonte, tramite la Francia. Non così il Veneto. Cavour tornò al potere nel gennaio del 1860. In seguito a plebisciti, si ebbe l’annessione al Piemonte della Toscana, dell’Emilia e dei ducati. Nizza e Savoia furono cedute, quali compensi per l’alleanza, alla Francia. Il regno delle Due Sicilie entrò in grande fermento. E nel maggio del 1860 Garibaldi, con un migliaio di seguaci (le camicie rosse), segnando così la ripresa politica delle forze democratiche, partì da Quarto per la Sicilia, che conquistò rapidamente, stabilendovi la propria dittatura. Cavour, già ostile all’impresa per motivi politici e internazionali, di fronte al suo successo accettò il fatto compiuto, operando per assicurarne i frutti al Piemonte monarchico. Il re borbone, Francesco II, dimostrò una totale incapacità politica. Sbarcato in Calabria, Garibaldi entrò in settembre a Napoli, mentre le truppe piemontesi occuparono l’Italia centrale. Nella battaglia del Volturno (ottobre), i borbonici furono completamente disfatti. Garibaldi, in nome delle esigenze dell’unità nazionale, accettò, contro il parere di Mazzini, l’annessione del Mezzogiorno al Piemonte, incontrando Vittorio Emanuele a Teano (ottobre). Il 17 marzo 1861 il parlamento italiano proclamò re d’Italia Vittorio Emanuele II, sanzionando così la raggiunta unità nazionale (pur senza il Veneto e Roma) e la vittoria politica dell’iniziativa liberal-monarchica cavouriana, che fece nascere la nuova Italia dall’unione al Piemonte monarchico delle altre regioni, nei confronti di quella democratico-repubblicana mazziniana, che avrebbe voluto che le istituzioni del paese finalmente unito nascessero da una Assemblea costituente eletta dal popolo.

L’Italia nell’età liberale

L’Italia unita si trovò a dover affrontare i problemi complessi dell’unificazione amministrativa ed economica e, in campo internazionale, l’ostilità dell’Austria e della Chiesa. Il paese era fortemente arretrato, con uno sviluppo industriale assai limitato e gran parte dell’agricoltura, specie nel sud, in uno stato di debolezza cronica. Dopo la morte di Cavour nel giugno 1861, la classe politica si divise in una Destra, formata dai liberali moderati cavouriani, e in una Sinistra, costituita dai liberali progressisti. Il regime politico assunse un carattere accentuatamente oligarchico, con un suffragio assai ristretto (circa il 2% della popolazione). Volendo sanzionare l’egemonia piemontese e temendo i pericoli delle accentuate diversità regionali, la Destra al potere instaurò nel nuovo regno un centralismo burocratico di tipo francese. Nel 1862 Garibaldi tentò di liberare Roma, ma venne fermato dalle truppe regie, ferito sull’Aspromonte e posto agli arresti. Dietro pressioni della Francia, intesa a ottenere la rinuncia alla conquista di Roma, il governo trasferì nel 1865 la capitale da Torino a Firenze. Nel 1866 l’Italia si alleò con la Prussia contro l’Austria. Pur avendo subìto clamorose sconfitte a Custoza e nella battaglia navale di Lissa, essa ottenne, grazie alle vittorie prussiane, il Veneto dall’Austria (terza guerra di indipendenza). Nel 1867 Garibaldi rinnovò il tentativo di liberare Roma, ma fallì per l’opposizione delle truppe francesi a Mentana. Scoppiata la guerra franco-prussiana nel 1870, non essendo più in grado la Francia di proteggere Roma, questa venne occupata dalle truppe italiane il 20 settembre ed elevata a capitale del regno. Pio IX denunciò lo stato italiano come usurpatore; e in conseguenza i cattolici proclamarono la loro astensione dalla vita pubblica (non expedit). Lo stato liberale allora regolò in maniera unilaterale i rapporti con la chiesa, a cui venne assicurata piena indipendenza, con la legge delle guarentigie (1871). L’unità nazionale era ormai completata, ma persistevano gravi problemi interni. Nel 1872, in uno stato di isolamento politico, morì Mazzini. Gravissima si presentava la situazione nel sud: i contadini, che avevano sperato invano in un’ampia riforma agraria, alimentarono nel primo decennio della storia unitaria un massiccio brigantaggio, sfruttato da borbonici e papalini, e represso spietatamente dall’esercito nel corso di una vera e propria guerra civile. Le terre dell’asse ecclesiastico e dei demani comunali erano finite per lo più nelle mani delle classi agiate. L’industria meridionale, incapace di reggere alla concorrenza nel quadro di una legislazione liberistica, quasi scomparve. Nel paese si costituì un blocco sociale dominante formato dalla borghesia settentrionale e dai grandi proprietari meridionali. Studiosi come Pasquale Villari, Leopoldo Franchetti, Sidney Sonnino e Giustino Fortunato portarono l’opinione pubblica a conoscenza della questione meridionale. L’opera della Destra fu in ogni caso imponente. Nel 1865 l’unificazione legislativa era ormai un fatto compiuto. La rete ferroviaria ebbe grande sviluppo. Le finanze pubbliche, a prezzo di un implacabile fiscalismo che gravò specie sulle masse popolari (tassa sul macinato), vennero risanate grazie agli sforzi di Quintino Sella, che portò il bilancio al pareggio. Il malessere agrario era diffuso e vi furono ripetuti disordini nelle campagne. Nel 1876 la Destra cedette il potere alla Sinistra guidata da Agostino Depretis che, rimasto al potere quasi ininterrottamente dal 1876 al 1887, si rese interprete delle esigenze di allargamento delle basi del sistema politico. Depretis invitò gli esponenti della Destra a “trasformarsi” e a convergere con la Sinistra (trasformismo). All’opposizione intransigente si collocarono allora i repubblicani, i radicali, gli anarchici e i socialisti. Importanti le riforme: nel 1877 fu approvata la legge Coppino sull’istruzione elementare obbligatoria (rimasta poi largamente disattesa); nel 1879 fu abolita la tassa sul macinato; nel 1882 una riforma elettorale portò il corpo degli elettori dal 2,2 al 6,9%, escludendo però ancora le masse contadine. Per strappare l’Italia all’isolamento internazionale, nel 1882 fu firmata la Triplice Alleanza, in funzione antifrancese, con Prussia e Austria. Le agitazioni irredentistiche nel Trentino e a Trieste, ancora sotto la dominazione austriaca, vennero perciò frenate. Nel 1882 Depretis avviò il paese verso una politica coloniale largamente fallimentare, alimentata dalle speranze di alleviare le tensioni sociali interne. L’occupazione di Massaua nel 1885 provocò un conflitto con l’Etiopia conclusosi con la sconfitta di Dogali (1887). Morto Depretis, salì al potere Francesco Crispi (1887-91), un ex mazziniano divenuto monarchico e fervente nazionalista e colonialista. Ammiratore di Bismarck, Crispi portò il paese a un guerra commerciale con la Francia nel 1888. Un trattato con l’Etiopia assicurò all’Italia l’Eritrea (1890). Una serie di riforme rinnovò le amministrazioni locali, rinsaldò il controllo centrale, stabilì un nuovo codice penale abolendo la pena di morte, sancì il riconoscimento del diritto di sciopero, ma introdusse anche una legge di pubblica sicurezza di segno autoritario. Crispi improntò il suo governo a un acceso anticlericalismo. Nel 1892 salì al potere Giovanni Giolitti (1892-93), il cui ministero cadde dopo lo scoppio del movimento dei Fasci siciliani, determinato da motivi di acuto disagio sociale che egli non intese reprimere con lo stato d’assedio, e in seguito al grave scandalo della Banca Romana. Nel 1893 tornò al potere Crispi, che procedette a una violenta repressione in Sicilia. Egli riprese altresì la politica coloniale, ma presso Adua gli italiani subirono nel 1896 una sanguinosa sconfitta a opera dell’Etiopia, che determinò nel paese un’ondata di agitazioni contro il governo, costretto quindi a dimettersi. Nel frattempo, negli ultimi tre decenni del secolo era andato formandosi il movimento operaio e contadino. Dopo una prima fase di influenza anarchica e di moti falliti promossi dai seguaci di Michail Bakunin, presero a svilupparsi le organizzazioni operaie e il socialismo, che trovò esponenti prestigiosi in Andrea Costa, Filippo Turati e Antonio Labriola. Nel 1891 fu fondata la prima Camera del lavoro a Milano, e nel 1892 sorse il Partito socialista. A Crispi succedette Antonio Di Rudinì (1896-98), che dovette affrontare una situazione interna divenuta difficilissima per il sommarsi di un’acuta crisi economica e dei conflitti politici e sociali. I moti di Milano, causati dalla fame, furono sanguinosamente repressi nel 1898 dal generale Bava Beccaris con centinaia di arresti nelle file dell’opposizione socialista e cattolica. Quando il generale Luigi Pelloux (1898-1900), nominato primo ministro, tentò di attuare una svolta reazionaria con il consenso del re Umberto I (1878-1900), in parlamento si sviluppò l’ostruzionismo guidato dai socialisti; e i liberali progressisti Giuseppe Zanardelli e Giolitti promossero un’energica azione di opposizione in difesa delle libere istituzioni. Dopo il successo elettorale delle opposizioni e l’assassinio di Umberto I a opera dell’anarchico Gaetano Bresci nel 1900, a un breve governo di Giuseppe Saracco succedette nel 1901 un governo Zanardelli, per volontà del nuovo sovrano Vittorio Emanuele III, deciso a chiudere la parentesi reazionaria della cosiddetta “crisi di fine secolo”. Negli ultimi due decenni del secolo fu allargata nel nord la base, assai ristretta, dell’industrializzazione. Intorno al 1880 la rete ferroviaria era completata. Per favorire l’industria nazionale, fu varata (1878 e 1887) una legislazione protezionistica, che giovò agli agrari meridionali con l’imposizione del dazio sul grano. Il Mezzogiorno rimase in preda a un accentuato sottosviluppo, la crisi agraria provocò agitazioni contadine, specie nella Bassa padana e nel Sud e indusse oltre due milioni di contadini a emigrare. Per esigenze anzitutto militari, lo stato promosse la nascita di un’industria siderurgica (fondazione della Terni). Il vero e proprio decollo industriale dell’Italia si ebbe tra il 1896 e il 1914, e coincise largamente con il periodo di governo di Giolitti. Nel 1911 si contavano 4.400.000 addetti all’industria, largamente concentrata nel nord e specie nel “triangolo industriale” (Milano-Torino-Genova). L’agricoltura capitalistica aveva sede soprattutto nella pianura padana. Nel 1906 sorse la Confederazione generale del lavoro e nel 1910 la Confederazione italiana dell’industria. Ministro degli Interni nel 1901, Giolitti si dimostrò favorevole a nuovi e più dinamici rapporti nelle relazioni di lavoro, assicurando la neutralità dello stato nei conflitti di natura economica. Nominato nel 1903 presidente del consiglio, Giolitti, che formò il suo secondo ministero (1903-1905), invitò significativamente il capo dei socialisti riformisti, Turati, a entrare nel governo; ma ottenne un rifiuto. Le elezioni del 1904, seguite a un grande sciopero generale, rafforzarono Giolitti. Accanto allo sviluppo del movimento operaio e socialista, si ebbe quello del movimento cattolico, diviso in clerico-moderati, inclini ad appoggiare i liberali contro i socialisti, e “democratici cristiani” di tendenze progressiste, in concorrenza con i socialisti nell’organizzazione dei contadini e delle masse lavoratrici specie agricole e ostili ad accordi politici con i liberali. Dopo due brevi governi di Alessandro Fortis (1905-1906) e di Sidney Sonnino (1906), Giolitti formò il suo terzo governo (1906-1909), che coincise con un periodo di crisi economica e di agitazioni sociali. Le elezioni del 1909 videro un forte rafforzamento dei socialisti e, in misura minore, dei radicali e dei repubblicani e l’appoggio dei clericomoderati in numerosi collegi ai liberali. Dopo un secondo ministero Sonnino (1909-1910) e un ministero presieduto dal giolittiano Luigi Luzzatti (1910-1911), Giolitti formò il suo quarto governo (1911-1914). Nel 1910 intanto era sorta l’Associazione nazionalista italiana, che organizzò il movimento antiliberale, antisocialista e imperialista. Il nuovo ministero Giolitti (1911-14) fu caratterizzato da eventi di grande importanza: nel 1912 fu introdotto il suffragio quasi universale maschile, che portò il corpo elettorale a oltre 8 milioni, anche per allargare il consenso alla guerra di Libia (1911-12), che suscitò un’ondata nazionalistica sostenuta dai cattolici. In Romagna il socialista Benito Mussolini e il repubblicano Pietro Nenni diressero violente agitazioni di protesta. La guerra esasperò il confronto interno al Partito socialista, portando nel 1912 all’espulsione del riformista Leonida Bissolati e l’estremista Benito Mussolini a una posizione di leadership. Per fronteggiare le elezioni del 1913, le prime celebrate con la nuova legge elettorale, e contrastare i socialisti, i liberali strinsero accordi (patto Gentiloni) con i cattolici, i quali, abbandonato definitivamente l’astensionismo, ottennero, con i socialisti, un rilevante successo, che ne dimostrò la capacità organizzativa. Dimessosi nel 1914 Giolitti, che non considerò soddisfacenti i risultati elettorali, si ebbe la formazione di un governo guidato dal liberale di destra Antonio Salandra (1914-16). In seguito a confitti di lavoro sanguinosamente repressi, nel giugno del 1914 nelle Marche e in Romagna si svilupparono moti insurrezionali (“settimana rossa”), che provocarono una violenta repressione militare.

Created By
M. Pia Lo Vullo -
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Credits:

Created with images by Leo-setä - "Garibaldi"

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