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I SALVATI E I SOMMERSI Un capolavoro ingegneristico nel posto sbagliato

Cosa accadde il 9 ottobre 1963? Quale evento viene ricordato da quella targa?

"Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa" (10 ottobre 1963)

Sai chi è la donna nella foto? Si chiama Tina Merlin e le parole che hai appena letto sono sue. Per comprenderne il senso devi conoscere cosa è accaduto nella sua terra (che poi è anche la nostra) il 9 ottobre del 1963.

Il Vajont è un fiume che nasce in Friuli e si getta nel Piave all’altezza del paese di Longarone, in provincia di Belluno.

Nel 1929, l’ingegner Carlo Semenza ha un progetto ambizioso: costruire qui la più alta diga a doppio arco del mondo che fa parte di un progetto ancora più ampio che comprende un sistema di dighe, la cosiddetta Banca dell’acqua.Insieme a lui lavora Giorgio Dal Piaz, stimato docente di geologia, forse il più famoso in Italia in quegli anni.

LA BANCA DELL'ACQUA

Dopo aver studiato il territorio, scelgono la valle che ospiterà la diga. Si trova racchiusa tra due monti: il Toc e il Salt. Ai loro piedi sorgono i paesi di Erto e Casso e qualche chilometro più là c’è Longarone. Vi abitano poche migliaia di persone, tenaci e abitudinari montanari, diffidenti per natura di fronte alle novità.

La loro vita scorre lenta, scandita dal ritmo delle stagioni. Invece, il progresso incalza: non solo il progetto della diga è pronto, ma nel 1943, la Sade (Società Adriatica dell’elettricità) ha deciso di trasformare in realtà il sogno dell’ing, Semenza.

Il progetto viene approvato, nonostante la commissione che doveva giudicarne l’ idoneità sia composta da un numero insufficiente di persone.

Inizia la fase degli espropri: contadini e pastori che abitano la valle non ci stanno e si oppongono: per placare gli animi e garantire l’ordine pubblico si apre una nuova stazione dei Carabinieri a Erto.

Le proteste sono inutili, nessuno può fermare il progresso. Ma siamo in piena Seconda guerra mondiale e bisogna fermarsi.

La guerra finisce nel 1945, ma i lavori nel Vajont iniziano nel 1957. Per due anni, più di 400 operai lavorano senza sosta e, anche grazie al denaro dello Stato, terminano la diga. Inizia l'invaso.

A questo punto, in seguito ad un'altra perizia, lo stesso Dal Piaz sembra fare un passo indietro, affermando che "il progetto fa tremare le vene e i polsi". Ma si procede comunque.

Non solo i lavori iniziano senza le autorizzazioni necessarie, ma man mano che procedono, tra gli abitanti del posto la preoccupazione cresce: la terra trema e nei terreni circostanti si aprono un numero sempre maggiore di crepe e fenditure.

E’ il caso di controllare: ma bisogna fare in fretta perché la nazionalizzazione dell’energia elettrica e alle porte e la SADE ha fretta di vendere l’impianto funzionante allo stato italiano al miglior prezzo possibile.

Iniziano le prove di invaso e arriva l’acqua a ricoprire tutto. Raggiunge un livello di 600 metri sul livello del mare e, nel frattempo, il geologo austriaco Leopold Muller viene incaricato di eseguire altre indagini.

Muller scopre ciò che tutti gli abitanti sospettano e che la SADE finge di non sapere: sul versante del monte Toc si trova una frana, lunga circa due chilometri e profonda centinaia di metri a forma di “M” (qualcuno, ironizzando, la chiamò la M di Muller!).

Anche il figlio di Semenza, Edoardo. giunge alle stesse conclusioni: la roccia era solida e compatta solo in profondità, ma in superficie la montagna era fragilissima. di quanti metri cubi di roccia si sta parlando? Difficile dirlo, ma sicuramente in quantità sufficiente da costituire una seria minaccia per i paesi sottostanti.

E cosa ci si aspettava di trovare? In friulano Toc vuol dire “marcio” e Vajont, “viene giù”. Il problema è che, nonostante la minaccia che incombe sugli abitanti, si procede: niente può fermare il progresso.

Il 4 novembre del 1960 una frana precipita nel lago artificiale e Muller ribadisce che niente e nessuno avrebbe potuto fermare la montagna.

Si deve correre ai ripari e, per questo, si realizza un modellino per verificare quale fosse il livello massimo (e quindi di sicurezza) dell’acqua all’interno della diga.

Nella relazione si dirà che "la quota 700 metri può considerarsi di assoluta sicurezza nei riguardi anche del più catastrofico evento" (3 luglio 1962).

Intanto, a Erto e Casso si sentono strani rumori e veri e propri boati: è la montagna che si muove, ma niente riesce a fermare la volontà della Sade di aprire l’impianto.

Il 1963 è un anno importante: è arrivata l’Enel, ora è lo Stato a gestire l’impianto e decide di portare il livello dell’acqua a 715 metri…

715? Ma il livello massimo (quello SICURO) non era 700?

E gli effetti di quell'innalzamento non tardano ad arrivare: il monte scivola di ben 22 centimetri.

Nessuno lo ammette, ma il panico serpeggia tra gli addetti ai lavori, tanto che l’ing. Biadene (che aveva sostituito Semenza, morto nel ’61) chiede un sopralluogo al geologo Penta, che però declina l’invito perché indisposto.

Bisogna decidere in fretta il da farsi, ma si sa che la fretta è una pessima consigliera. Infatti si decide fa ciò che Muller aveva detto categoricamente di non fare: abbassare velocemente il livello dell’acqua. Paradossalmente l’acqua puntellava la roccia, togliendola le si toglieva l’unica cosa in grado di sostenerla.

Intanto gli abeti, i pini e i larici che crescevano lungo il pendio della montagna erano inclinati. Si stavano piegando, come se le radici non avessero più un sostegno.

L’asfalto sulle strade cedeva, ma l’Enel faceva prontamente riparare le buche.

Il sindaco di Longarone lancia l’allarme, ma come altre volte in questa vicenda, gli dicono di stare tranquillo e non creare inutili allarmismi.

DORMITE BENE!

8 ottobre: il livello dell'acqua sale e nella notte il monte TOC si è mosso. L'ing. Biadene ordina di procedere con lo svaso dell'acqua sotto i 700 metri.

Il 9 ottobre è una bella giornata d'autunno, quando l'ing. Biadene invia al direttore dei lavori della diga,Mario Pancini, una lettera che si chiude "...che Iddio ce la mandi buona".

Ore 22.15: il geometra Giancarlo Rittmeyer, di turno alla diga con gli operai, telefona a Biadene.

Questo il contenuto della chiamata: Rittmeyer: “Ingegnere, qui non si vede alcun franamento”Biadene, augurandogli la buonanotte, gli consiglia di dormire con un occhio solo. Rittmeyer chiede poi alla telefonista di chiamare Longarone, per avvisarli che potrebbe esserci una piccola frana, con una lieve fuoriuscita d’acqua. La centralinista, Maria Sacchet Capraro, interviene: "Scusate... Qui a Longarone possiamo stare tranquilli?". “Dormite bene", risponde il geometra.

ORE 22:39

Vi ricordate di Tina Merlin?

Nata nel 1926 in provincia di Belluno, diventa giornalista dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Caparbia e coraggiosa fu l'unica voce che si levò in difesa di quel pugno di case che erano Erto, Casso e Longarone. La tragedia del Vajont, ad ascoltare lei (e non solo), si sarebbe potuta evitare e la vita di 1910 persone non sarebbe stata interrotta improvvisamente.

Testimone dell'intera vicenda, dai primi espropri a quella terribile notte, aveva denunciato attraverso alcuni articoli ciò che stava accadendo nella valle già a partire dal 1959. Ma fu messa a tacere e processata a Milano per "divulgazione di notizie false": fu assolta perché ciò che aveva pubblicato era vero. La sua inchiesta sul Vajont è un'inchiesta lunga una vita, alla quale continuò a lavorare anche, e soprattutto, dopo la tragedia. Lei sapeva quello che poteva accadere, lo aveva scritto perché i timori degli ertani erano tutt'altro che infondati.

Per tutti gli altri quella manciata di montanari erano soltanto risentiti perché avevano espropriato le loro terre. Ma non si può fermare il progresso per pochi ettari di terra, bisogna sacrificarsi per il bene di tutti.

Ha continuato a dare voce ai superstiti, ma soprattutto ha dato voce ai 1910 che l’acqua e il fango avevano spazzato via.

Cosa è accaduto dopo il disastro?

Dopo un’indagine lunga quattro anni, nel 1968 si apre il processo che finirà nel 1971 e che vedrà due colpevoli di omicidio colposo: l’ing. Alberico Biadene (che sconterà una pena di due anni di carcere) e l’ispettore del Genio civile Francesco Sensidoni (che in prigione non ci finirà affatto).

Per molti sembrò una beffa: due soli colpevoli e una pena che sfiora il ridicolo a fronte delle 1910 vittime.

E i sopravvissuti? Stremati dal processo e desiderosi di riprendere la loro vita, accetteranno degli esigui risarcimenti.

Dei tre paesi distrutti dall’onda, solo Longarone verrà ricostruito lì dov’era sempre stato.

LONGARONE OGGI

Gli abitanti di Erto vengono fatti trasferire a Maniago, Ponte nelle Alpi (dove nasce il quartiere “Nuova Erto”) e un nuovo quartiere (completato negli anni ‘70) appena sopra la Erto vecchia. Nel 1966 viene costituito un nuovo comune, chiamato Vajont, a 40 km da Erto e Casso, vicino a Maniago.

IL COMUNE DI ERTO E CASSO

Per molti si trattò dell’ ultimo affronto: la burocrazia aveva distrutto ciò che l’onda aveva lasciato in piedi.

“Ho un debito verso gli ertani: raccontare la loro storia.

Oggi, dopo vent'anni in cui l'Italia e gli italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati, uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrerà una delle tante «casualmente» accadute. Forse più «pulita» di quelle che accadono oggi. Ma non è così. Assomiglia molto a quelle di oggi. È contrassegnata dallo stesso marchio: il potere.” (Tina Merlin)

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