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La verità vi farà liberi Fake news e giornalismo di pace. 16 film per capire meglio

La trama, gli interpreti, il contesto storico e sociale dei film proposti dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e dalla Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) in occasione della pubblicazione del 52° Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, dedicato al tema “«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Notizie false e giornalismo di pace”. Le sedici proposte di visione con le schede dei film ragionate pubblicate con cadenza settimanale in questi mesi fino al 13 maggio.

“The Post”, il buon giornalismo che si batte per la verità

Si parte con “The Post” di Steven Spielberg che rilegge una delle pagine della storia statunitense del XX secolo, attraverso il coraggio e l’ostinazione di due figure del mondo dell’informazione. Parliamo del Katharine Graham (Meryl Streep, che ha ottenuto la candidatura agli Oscar 2018 per il ruolo), prima donna alla guida del quotidiano “The Washington Post”, e Ben Bradlee (Tom Hanks), direttore del giornale, i quali hanno sfidato intimidazioni e poteri forti pur di dare la notizia, di rendere note informazioni sensibili sulle azioni (dubbie e spregiudicate) del proprio Governo durante la Guerra del Vietnam. La vicenda ha luogo nel 1971, quando “The Washington Post” recupera e decide di pubblicare sulle proprie colonne numerosi documenti sul Vietnam, i cosiddetti “Pentagon Papers”, a rischio di insabbiamento.

Senza sciogliere troppo gli snodi della vicenda, della trama, scritta in maniera puntuale e incalzante da Liz Hannah e Josh Singer, il film “The Post” costituisce una riflessione acuta e profonda su una questione di ieri ma ancora centrale nella società contemporanea, ovvero il giornalismo libero e responsabile. Spielberg coglie il cortocircuito di un momento storico preciso, di un cambio di passo nel mondo dell’informazione, riuscendo però ad allargare il campo verso una riflessione di più ampio respiro. Così, attraverso i personaggi di Katharine Graham e Ben Bradlee – resi in maniera vigorosa dal duo Streep e Hanks – il regista tratteggia figure umanamente e professionalmente forti, capaci di mettersi in gioco per affermare il primato della buona notizia, senza lasciarsi condizionare dalle possibili conseguenze delle loro azioni. Pubblicare quei documenti a lungo secretati diventa una questione più che d’onore di deontologia, di etica. È infatti il non piegarsi alle logiche della convenienza o della corruzione il filo rosso che lega i fotogrammi del racconto, in un testo cinematografico che scorre fluido e inteso, anche se non privo di qualche momento di sosta o incertezza. (per approfondire)

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, il coraggio di abbandonarsi alla fiducia

Passato in Concorso alla 74a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia e uscito nelle sale italiane dall’11 gennaio, il film “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh è uno dei titoli forti della corsa ai premi Oscar 2018, cerimonia che si terrà domenica 4 marzo. Un film di certo non facile, di taglio problematico, perché scandaglia il dolore e la disperazione di una madre dinanzi alla violenza e all’uccisione della figlia; un delitto che però non trova colpevoli, ma solamente silenzi e omertà. Un film urlato, ruvido, aspro, ma capace di offrire un ritorno di senso nel percorso di maturazione della protagonista, che attraversa il male ma non si lascia contaminare da esso.

Veniamo alla storia: Mildred Haynes (Frances McDormand) è una donna sui cinquant’anni che vive nella cittadina di Ebbing nel Missouri, nel cuore rurale degli Stati Uniti. Ha perso sua figlia, vittima di un’aggressione con violenza. Ferita e provata dall’accaduto, Mildred è costretta a subire anche l’inerzia delle forze dell’ordine, incapaci di individuare i responsabili. Nessuno sa, nessuno ha visto nulla. Presa da rabbia e disperazione allora la donna decide di scrivere dei messaggi, delle domande, su tre cartelloni stradali subito fuori dalla cittadina di Ebbing. Riuscirà a scuotere le coscienze? A infrangere l’assordante silenzio?

Possiede una grande forza espressiva la sceneggiatura del film, firmata sempre dal regista Martin McDonagh, capace di alternare momenti bui, drammatici, con inserti di umorismo, che vira però verso il noir. “Il punto di partenza” – ha dichiarato McDonagh – “è molto triste, ma la storia è ricca di momenti comici e commoventi. Credo che sia questo il modo in cui vedo la vita. Vedo la tristezza, ma la mia tendenza è sempre quella di stemperarla con l’ottimismo, con l’umorismo, per quanto nero, e con la lotta contro la perdita della speranza”. Aspetto centrale nella riuscita del racconto è l’interpretazione del personaggio di Mildred, affrontato con energia e sensibilità da una sempre brava Frances McDormand, così come dei due poliziotti incaricati delle indagini, dai profili meno luminosi ma ugualmente rilevanti, cui prestano il volto gli altrettanto bravi Woody Harrelson e Sam Rockwell. (per approfondire)

“Dunkirk”, raccontare la storia per fare memoria

Uscito al termine della stagione estiva nel 2017, “Dunkirk” (2017) di Christopher Nolan si è imposto subito nello scenario cinematografico internazionale per la sua imponente e suggestiva messa in scena, per la modalità di narrazione, lanciandolo a contendersi i principali premi del settore. È, infatti, in corsa con 8 candidature, tra cui miglior film, per la 90a edizione dei Premio Oscar. Una scommessa vinta per il britannico Christopher Nolan, che ha sposato il progetto come regista, sceneggiatore nonché produttore. Era molto tempo che Nolan voleva girare questo progetto su una pagina di storia del Regno Unito, nella cornice della Seconda guerra mondiale, poco nota al grande pubblico. Forte dei suoi film di grande impatto e con ottimi riscontri al botteghino – tra cui “Memento” (2000), la trilogia su Batman (2005-2012), “Inception” (2010) e “Interstellar” (2014) –, Nolan ha messo in piedi un progetto di alto profilo.

Inquadriamo anzitutto la vicenda. Siamo all’inizio della Seconda guerra mondiale, nel 1940, esattamente tra il 26 maggio e il 4 giugno, quando si infiamma la battaglia di Dunkerque. Le forze britanniche cercano di arrestare l’assalto della Germania nazista e finiscono isolate sulla costa francese, nella cittadina costiera di Dunkerque. Con l’incalzare dei tedeschi, ben poche speranze rimangono per le truppe inglesi. Nel mentre, parte una disperata operazione di salvataggio dei tanti soldati ammassati sulla spiaggia.

Tenendo conto del nutrito filone bellico nella storia del cinema, Christopher Nolan si è accostato all’evento con una carica di novità narrativa ed espressiva. Ha evitato di finire nello stereotipo consolidato, cercando invece di trovare una prospettiva di racconto efficace, attenta e comunque avvincente. Così la storia ci viene presentata da tre differenti punti di osservazione: terra, mare e cielo. Il regista conduce lo spettatore a seguire storie di piloti, di truppe sulla spiaggia e anche di figure eroiche in mare. Nel far questo, però, decide di non servirsi di interpreti di primo piano, per evitare che si “mangino” la storia e la narrazione. Inoltre, riduce al minimo i dialoghi, mentre amplifica la dinamica degli eventi e il loro susseguirsi concitato.

Quello che stupisce molto è soprattutto l’uso della fotografia e della regia, che domina, avvolge e coinvolge il pubblico. Lo “immerge” nello scenario della battaglia, accanto ai soldati e ai patrioti in soccorso delle truppe. Un racconto trascinante, che evita la retorica e l’emotività. Nolan usa al meglio il cinema nel costruire un racconto secco, asciutto e molto vicino alla verità dei fatti. (per approfondire)

“Sole Cuore Amore”, il racconto degli “ultimi” sul posto di lavoro

Presentato alla XI edizione della Festa del Cinema di Roma e candidato ai David di Donatello nella categoria miglior attrice per Isabella Ragonese, il film “Sole Cuore Amore” (2017) di Daniele Vicari è una storia asciutta e intensa sulla vita di una giovane madre, spezzata dalle fatiche del lavoro per assicurare un sostegno alla propria famiglia. È la storia della trentenne Eli (Isabella Ragonese), che vive a Roma con il marito Mario (Francesco Montanari) e quattro figli. La sua è una vita serena ma difficile, perché in casa lavora solamente lei, visto che il marito è disoccupato e in continua ricerca di lavoro. Eli lavora 7 giorni su 7 in un bar, un posto di lavoro distante da casa, che la obbliga a lunghi viaggi sui mezzi pubblici. Il film scorre così tra le giornate in affanno della donna, che comunque non si sottrae all’impegno, al meccanismo perverso in cui è schiacciata. In più, il datore di lavoro non presta attenzione ai sacrifici della donna, dimostrando freddezza e distacco, finendo con il mettere spesso la giovane in difficoltà e sotto ricatto: la paura costante di perdere l’impiego.

Con “Sole Cuore Amore” Daniele Vicari mette a segno una nuova opera di impegno civile, dopo “Diaz” e il documentario “La nave dolce”; una fotografia della realtà sociale, di un’Italia ritratte anche nelle sue angolature problematiche. Qui al centro del racconto troviamo il tema del lavoro e della famiglia. In primis, c’è un immergersi con occhio indagatore nelle dinamiche del lavoro sommerso, del lavoro in nero, precario, un territorio sociale senza tutele e diritti, dove i lavoratori sono messi spalle al muro da “padroni” privi di comprensione. Eli si muove con il suo cappotto rosso per le vie di Roma, incedendo coraggiosa verso un lavoro grigio e usurante. È accesa però da una luce speciale, il coraggio di una madre che fa tutto per i propri figli, anche esporsi in maniera estrema a fatiche gravose, consapevole poi di una fragilità cardiaca latente.

C’è anche la seconda linea narrativa, appunto la famiglia, per la quale si fa tutto per mantenerla unita e protetta; una famiglia cui la donna contribuisce in maniera significativa, sproporzionata, mentre l’uomo sembra subire più la sconfitta emotiva del licenziamento. Un uomo, un padre, che vive con amarezza e impotenza un lavoro che non c’è, sentendosi un peso nell’economia della famiglia, un esempio fallato per i figli. Eli, invece, non si dà tregua, procede nelle sue giornate lunghe e tutte uguali, perché il suo obiettivo è di portare serenità in casa. Eli è una donna che regge sulle sue spalle tutta la famiglia, un peso che la opprime, ma che le conferisce anche la carica giusta per andare avanti. In lei troviamo, come accennato, un bagliore di fiducia nel domani nonostante tutto. E così la giovane madre procede nel suo calvario senza che nessuno riesca ad aiutarla, o meglio senza che nessuno riesca ad accorgersi di lei e dei suoi sforzi accorati. È un’invisibile.

Daniele Vicari dirige bene questo racconto duro e amaro, impreziosito dalla bravura di Isabella Ragonese. Un film di denuncia, teso a sollevare il velo di omertà sulle tante vite di invisibili sfruttati dalla società contemporanea, vittime di quella logica dello scarto di cui parla anche papa Francesco. Il regista predilige la formula del realismo, in tutti i suoi toni. Qualche immagine è forse troppo diretta, sbilanciata, rispetto alla compattezza narrativa, ma non possiamo non lodare il film nella sua interezza, soprattutto per il coraggio nel raccontare vite ai margini. (per approfondire)

“L’altro volto della speranza”, il racconto di un’accoglienza costruttiva

Ha vinto l’Orso d’argento per la miglior regia al 67° Festival di Berlino (2017) “L’altro volto della speranza” (“Toivon tuolla puolen”) di Aki Kaurismäki, un film che affronta con leggerezza il tema dell’immigrazione e dell’inclusione. A bene vedere, però, non è il primo film che il regista finlandese dedica a questi argomenti, soprattutto con il suo inconfondibile stile narrativo, teso a raccontare la dimensione sociale attraverso i toni della favola surreale, conditi da un umorismo brillante e graffiante insieme. Basta richiamare infatti “Miracolo a Le Havre”, opera vincitrice anche del Premio come miglior film europeo nel 2011, assegnato dall’Organizzazione mondiale cattolica per le comunicazioni SIGNIS.

Con “L’altro volto della speranza” Kaurismäki ci accompagna direttamente nella sua città, Helsinki. È la storia del commerciante Wilkstrom (Sakari Kuosmanen) che investe i propri risparmi per aprire una nuova attività, un ristorante. Lì si presenta un giovane profugo siriano, Khaled (Sherwan Haji), in cerca di occupazione. Ben presto il locale di Wilkstrom diventa crocevia di un’umanità in cerca di riscatto.

Nel racconto del regista, Helsinki diventa l’emblema della società europea di oggi, chiamata ad affrontare il problema dei flussi migratori; una società che si interroga su come prestare ascolto e accoglienza alla richiesta di aiuto che viene dai tanti migranti provenienti da zone infiammate dalla guerra o ferite dalla povertà. Una comunità europea che vive queste emergenze anche con viva preoccupazione o persino pregiudizio, con la paura di vedersi sopraffatti dall’altro nella propria sicurezza sociale. Il bello del film di Kaurismäki è quello di aiutarci a leggere questo fenomeno da un’angolatura non convenzionale, di certo non angosciante.

Il regista si serve del suo abituale registro ironico e surreale, invitando lo spettatore a entrare nelle pieghe problematiche della questione con sguardo libero e pulito. Con “L’altro volto della speranza” Kaurismäki prosegue questa mission culturale: un’esortazione a non lasciarsi vincere dalla paura o dal sospetto verso l’altro. Non servono né barriere né rifiuti preventivi, bensì gesti di comprensione e solidarietà verso chi vive esistenze ai margini. Come ricorda bene anche Alessandra De Luca su “Avvenire”: “Quando sembra che non ci si possa più proteggere dallo spettacolo degli orrori del mondo, quando le immagini di violenza, sopraffazione, dolore ci sovrastano attraverso media e social network, quando proteste e denunce hanno la stessa potenza di armi scariche, allora è il momento di vedere un film di Aki Kaurismäki. Non perché il regista finlandese scelga un cinema di puro intrattenimento, al contrario. Kaurismäki non ha mai smesso di dialogare con il mondo esterno, ma ha scelto di raccontare ingiustizie e misfatti a modo suo, con leggerezza e poesia, senza accuse, polemiche, rabbia e facili giudizi, sempre attento a una umanità fragile, ma capace di mettersi all'ascolto dell'altro, di comprendere, di accettare e amare" (“Avvenire”, 15 febbraio 2017).

Nell’epoca delle “fake news” c’è bisogno di racconti attenti e rispettosi della realtà, con il coraggio di non inciampare in falsificazioni o in un’informazione emotiva, parziale. È per questo che l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali e la Commissione nazionale valutazione film hanno scelto l’opera di Kaurismäki come titolo adatto a offrire uno sguardo di senso sul tema del Giornata mondiale delle comunicazioni 2018. (per approfondire)

“Miss Sloane”, il volto buio della politica e dell’informazione

Il grande pubblico ha conosciuto John Madden con “Shakespeare in Love” (1998), “Il mandolino del capitano Corelli” (2001) e “Marigold Hotel” (2011). Un britannico dalla mano sicura, abile nel raccontare figure di donne forti e dal temperamento deciso, pronte a battersi per i valori civili. Seppure di taglio differente, più spostato sul piano del thriller politico-istituzionale, anche “Miss Sloane. Giochi di potere” può rientrare in tale filone, presentando una protagonista determinata e risoluta, che sfida i poteri forti delle lobby americane e soprattutto le dinamiche dirigenziali a sfondo maschile.

La storia. Elizabeth Sloane (Jessica Chastain) lavora a Washington come lobbista, sempre al centro di partite di interessi rilevanti e accesi. Nel suo immaginario valoriale c’è posto solamente per la vittoria e per tutti le “armi” che possono concorrere a tale obiettivo. Una nuova sfida però l’attende, nel settore delle armi, e il gioco politico si profila particolarmente duro e spietato. A questo punto Elizabeth sarà chiamata a decisioni importanti, per la sua carriera e stessa identità personale.

Sceneggiato da Jonathan Perera, il film diretto da John Madden è un intricato gioco di ruolo tra personalità politiche e del mondo economico di primo piano nello scenario statunitense. Un mosaico di sopraffazione, spregiudicatezze, mercificazione ed egoismi, dove anche i media e l’informazione sono al servizio della “logica del serpente”, dinanzi al quale troviamo una protagonista che appare inizialmente consapevole delle regole della partita, ma progressivamente matura in lei un cambiamento, che incrina le sue convinzioni e certezze.

Elizabeth Sloane è una che punta forte, una donna che si muove in un mondo popolato di soli uomini, abituati a competere e dominare. Lei accetta le dinamiche del gioco e sembra anche controllarle, riportando continui successi nella sua pratica da lobbista. Ma quanto si è disposti a cedere per ottenere i propri interessi? Quanto di personale possiamo arrivare a mettere in gioco prima di accorgerci di essere ormai al limite?

Abbandonando i toni favolistici e persino zuccherosi cui ci aveva un po’ abituato nei precedenti film, il regista disegna un thriller politico e psicologico interessante e riuscito. A convincere, in particolar modo, nel complesso della narrazione – che però in alcuni momenti appare eccessivamente intricata – è soprattutto la caratterizzazione della protagonista. È proprio la figura di Elizabeth, sagomata con minuzia e forte personalità dalla brava Jessica Chastain – candidata al Golden Globe nel 2017 come miglior attrice per il ruolo –, a rimanere impressa nello spettatore, a stagliarsi dal racconto. Tutto ruota attorno a lei che esprime appieno le contraddizioni di un sistema claustrofobico e accecante, dove conta solo il profitto. Elizabeth segna la parabola dell’uomo convinto di poter vivere senza valori e regole, condannato però all’inevitabile caduta; una figura problematica e drammatica, che sembra sottrarsi in tempo a una cocente sconfitta. Una sconfitta non tanto sul piano professionale, quanto dal punto di vista dell’umano, come persona. (per approfondire)

Sfida educativa e verità

Non è solo una penna di talento Francesco Bruni (classe 1961), sceneggiatore dei film di Paolo Virzì così come del ciclo televisivo “Il Commissario Montalbano”, dai romanzi di Andrea Camilleri. Bruni ha infatti esordito alla regia con la pluripremiata commedia “Scialla!” (2011), seguita poi dal family drama come “Noi 4” (2014). Nel 2017 è tornato alla regia con “Tutto quello che vuoi”, ottenendo diversi riconoscimenti, tra cui i Nastri d’argento per la miglior sceneggiatura e il premio speciale a Giuliano Montaldo come interprete.

Ambientata a Roma, è la storia del ventenne Alessandro (Andrea Carpenzano), che non studia né lavora, ma si trascina in giornate vuote assieme agli amici di infanzia, bighellonando tra strade del quartiere e partite di videogiochi. Duri sono gli scontri con il padre, che lo vorrebbe coinvolgere nella sua attività commerciale. Un giorno riceve la proposta di tenere compagnia a un anziano poeta, Giorgio (Giuliano Montaldo), colpito da un principio di Alzheimer. L’incontro tra i due, oscillando tra momenti comici, persino esilaranti, ed episodi commoventi, si rivelerà un’esperienza preziosa soprattutto per il giovane.

L’idea alla base del racconto è abbastanza semplice e intuitiva, ovvero un incontro che salva e aiuta a riposizionarsi nella vita. Per Alessandro, in particolare, la figura del poeta Giorgio diventa un referente educativo, una figura capace di trasmettere conoscenza e amore per la vita, per un’esistenza condivisa. Alessandro si farà quindi coinvolgere dalla memoria della guerra, che torna forte dai ricordi dell’anziano, ma anche dal vibrante entusiasmo per l’oggi che il poeta esprime. Giorgio è un fiume di suggestioni, che passano dal realismo della vita nella cornice bellica al lirismo dei sentimenti, sia verso la donna amata ma anche per la propria professione, per l’uso del linguaggio e delle parole. Dalla fotografia iniziale, dunque, in cui vediamo un ragazzo e i suoi amici che si trascinano in un’esistenza dispersa nei media, inseguendo un sapere in pillole targato “Wikipedia”, giungiamo al ritratto di giovani sognanti e pronti a mettersi in gioco per la vita.

Convince l’andamento narrativo del film, sorretto dalla valida sceneggiatura scritta sempre da Francesco Bruni, un’opera che mette in campo un linguaggio giovane e frizzante, capace di regalare anche momenti di tenerezza e poesia. Intensa e ricca di sfumature l’interpretazione di Giuliano Montaldo, decano del cinema italiano. La figura dell’artista Giorgio è l’emblema del saggio da valorizzare e dal quale raccogliere i consigli per la vita; un richiamo alla società di oggi a non scartare gli anziani, ma a renderli sempre più partecipi nella dimensione familiare e sociale, perché portatori di memoria ed esperienza. (per approfondire)

Quando l’informazione si fa spettacolo

La sua comicità è molto conosciuta nel pubblico giovane, nei cosiddetti “Millennials” o “Generazione Z”. Maccio Capatonda – vero nome è Marcello Macchia, classe 1978 – ha trovato diffusa popolarità all’inizio della sua carriera nel piccolo schermo, in televisione, con la sua carica comica di taglio grottesco, attraverso diverse maschere che ironizzano sulla società italiana di oggi. Approdato poi al cinema con “Italiano medio” nel 2015, film da lui interpretato e diretto, ottiene consenso di critica e di pubblico con la sua seconda regia, “Omicidio all’italiana”, uscito nel marzo del 2017. Capatonda tratteggia infatti una fotografia dell’informazione oggi, della cronaca nera divenuta regina dei palinsesti televisivi. La sua è una riflessione critica e graffiante su come spesso si assista allo smarrimento del giornalismo e dei codici deontologici della professione per rincorrere qualche punto share e spazi in prime time. La storia: una donna anziana benestante muore improvvisamente in un piccolo paese dell’Abruzzo, Acitrullo. Il sindaco coglie questa imprevista opportunità per inscenare un misterioso omicidio. È l’inizio così di un viavai continuo di cronisti e operatori video sul territorio, in cerca di prove e di possibili responsabili. Ancora, molti turisti affollando le vie del paese, attratti dall’omicidio spettacolarizzato.

Maccio Capatonda convince in questa sua seconda regia, con un racconto semplice ma denso di provocazioni e umorismo. Il piccolo paese abruzzese, luogo-set del presunto omicidio, non è altro che lo specchio sociale di un giornalismo smarrito e di uno spettatore dedito all’esaltazione del macabro e alla superficialità. Capatonda non racconta ovviamente l’Italia tutta, bensì quella parte di società che si spinge in maniera preoccupante verso l’edonismo e la cultura dello scarto; che non esita a mercificare su una morte, se in palio c’è profitto.

Il regista, con la sua bruciante ironia, mette a nudo quei comunicatori pronti a tutto per vedere il pezzo e per schizzare alla ribalta della piccolo mondo televisivo, dove la curva dello share è tutto. Qual è dunque il limite ultimo tra cronaca e spettacolo? È questo l’interrogativo che Capatonda si/ci pone, muovendosi con uno stile comico fresco, a tratti grottesco o persino urticante. Nel cast si inseriscono bene attori dalla vis comica nuova o consolidata: da Herbert Ballerina, Gigio Morra e Fabrizio Biggio ai più conosciuti Sabrina Ferilli, Nino Frassica e Ninni Bruschetta.

È una piccola sorpresa questo film uscito quasi in sordina nel 2017, ma dalla capacità di saper cogliere un nervo scoperto della società e della professione giornalistica oggi, un tema posto al centro della riflessione comune grazie al Messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni. “Omicidio all’italiana”, seppur lineare e dalla svolgimento prevedibile sotto il profilo narrativo, trova un’eco forte per il suo confrontarsi con una chiave originale su aspetti complessi, come le fake news e le responsabilità della comunicazione. Un modo probabilmente adatto per agganciare un pubblico giovane, quello di Maccio Capatonda, a volte stanco e disinteressato nei confronti di tali argomenti. (per approfondire)

A scuola di verità e fiducia

“17 anni (e come uscirne vivi)” (“The Edge of Seventeen”, 2017) ha segnato l’esordio alla regia per Kelly Fremon Craig, autrice anche della sceneggiatura. Una storia adolescenziale fuori dagli schemi narrativi abituali, che cerca di cogliere con originalità il fermento emotivo dei giovani oggi in cerca di risposte, ma soprattutto di ascolto e tenerezza. Determinante diventa il ruolo giocato dalla scuola.

È la storia di Nadine (la brava Hailee Steinfeld), che urla tutto il suo disagio per i suoi 17 anni, chiusa in una famiglia anaffettiva, segnata dalla morte del padre, dove troviamo una madre, Mona (Kyra Sedgwick), distratta e concentrata sulle proprie debolezze, e un fratello chiuso nel sua corazza-orgoglio Darian (Blake Jenner). A scuola le cose non vanno meglio, perché Nadine trova difficoltà a legare con i compagni, aggirandosi sempre sola e pronta a “tormentare” con le proprie insicurezze il prof. Bruner (convincente Woody Harrelson).

Per una serie di equivoci e imprevisti mediali, la vita di Nadine sembra precipitare ancora più in basso. A instillare però fiducia e coraggio nell’affrontare il domani c’è accanto a lei proprio il suo insegnante, Bruner, che le ricorda l’importanza di affetti e dialogo.

È un film colorato, pop, frizzante “17 anni (e come uscirne vivi)”, che affronta temi seri mantenendosi in equilibrio sulla leggerezza. Si parla di ragazzi incerti, spaesati su quale strada percorrere nella vita, con poco o quasi nullo dialogo a casa, in famiglia. Ragazzi che coltivano l’audacia dell’amore libero, ma si rivelano anche lì impreparati e non consapevoli dei legami, delle sfumature dei sentimenti. Giovani dunque profondamente soli che trovano troppo rifugio nella piazza virtuale, dove mostrano volti di fragilità insieme a maschere di sfrontatezza.

Cosa ci regala di bello il film? L’importanza decisiva della scuola, che diventa soglia di incontro e salvezza per una giovane. Una scuole che agisce in sintonia con le altre agenzie educative della società, come famiglia e parrocchia. La presenza di un bravo educatore, appassionato al suo mestiere, pronto a mettere davanti a tutto il rapporto con gli studenti, permette alla protagonista Nadine di sentirsi compresa e accompagnata nel sentiero più difficile della propria esistenza. Il film di Kelly Fremon Craig si muove così con una narrazione fluida e accattivante, superando piccole scivolate di ingenuità, a favore di un respiro generale compatto e valido, virato in chiave positiva.

Nell’insieme “17 anni (e come uscirne vivi)” è film adatto per dibatti e occasioni educational, che ben si inserisce nella riflessione sul tema della 52a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, “La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace”. La comprensione della verità e il discernimenti in un mondo comunicativo e informativo disseminato da notizie mimetiche, viziate da falsità, si ottengono grazie a un dialogo aperto ed educativo, giocato in casa, in classe e in oratorio (per approfondire)

“Human Flow”, dare voce a chi è emarginato

Ai Weiwei, classe 1957, è da tempo conosciuto nel settore dell’arte, della multimedialità e per il suo impegno come attivista per i diritti umani. Nel 2017 il direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, Alberto Barbera, lo ha chiamato in Concorso per presentare il suo primo film come regista, “Human Flow”. Si tratta di un documentario che mette a fuoco i processi migratori che coinvolgono il pianeta in tante sue regioni, mettendo in evidenza tutta la carica problematica del tema. Obiettivo è raccontare e divulgare l’affanno e le difficoltà incontrate da milioni di persone in viaggio lontano da casa, per sfuggire a carestie, guerre, conseguenze violente dei cambiamenti climatici. È il desiderio di allargare lo sguardo oltre il problema della tenuta delle frontiere e delle politiche di integrazione. Ai Weiwei si occupa infatti dell’emergenza umanitaria.

Occorre pertanto rimarcare in primo luogo il valore dell’opera per l’impegno civile, mettendosi dalla parte dell’emergenza globale dei migranti e andando oltre le logiche del pregiudizio e dei numeri sull’accoglienza. Il film richiama l’attenzione dell’opinione pubblica tutta sulle storie e sui volti degli esuli: persone in fuga dai propri Paesi di origine perché senza più speranza e in cerca di nuova speranza, di un luogo di accoglienza dove ricominciare e ricostruire, tema di fatto centrale nei nostri giorni, sui tavoli della istituzioni politiche ma anche religiose e culturali.

Dal punto di vista stilistico-narrativo, “Human Flow” è un documentario che parte con grande ambizione, proprio perché realizzato da un videoartista. Ai Weiwei ha voluto dirigere un film su tematiche molto attuali e stringenti, mettendo insieme una produzione di grande caratura e andando a girare in più di 20 Paesi. La durata di 140 minuti non giova però nell’economia generale dell'opera. Ottime di certo le intenzioni, socialmente rilevanti, anche se il film rischia di perde un po’ di fluidità. Tuttavia, si tratta di un’opera importante e coraggiosa, che va valutata come consigliabile, problematica e adatta per dibattiti (per approfondire)

“L’insulto”, fotografia di un società fragile

Ha partecipato in Concorso alla 74a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia “L’insulto” (“The Insult”) di Ziad Doueiri, dove ha ottenuto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, di Kamel El Basha. In seguito, il film è entrato nel circuito dei grandi premi internazionali ottenendo la nomination ai Premi Oscar 2018 nella categoria miglior film straniero. Si tratta di una potente suggestione sulla fragilità di dialogo tra culture e religioni, soprattutto sul fronte mediorientale; un facilità di fraintendimenti e smarrimenti dove anche i media hanno un ruolo significativo.

La storia si snoda nel Libano di oggi, a Beirut, dove durante i lavori per il restauro di un edificio si accende una lite tra il cristiano-libanese Toni (Adel Karam) e il rifugiato palestinese Yasser (Kamel El Basha). In particolare, Yasser si rivolge alle autorità, sporgendo denuncia, e questo innesca un’amplificazione degli eventi, tanto da sfuggire di mano a tutti. I media, in tale circostanza, cavalcano il caso e lo trasformano in uno scontro interreligioso di portata nazionale.

Il film “L’insulto” tocca una serie di temi centrali nella società attuale. Anzitutto, la necessità di una buona informazione, lontana dalle logiche del profitto e dello scarto; un’informazione che sia capace di raccontare la realtà senza deformazioni o falsificazioni. Questo è il cuore del messaggio di #PapaFrancesco per la 52a Giornata delle comunicazioni. Ancora, il film ci pone dinanzi al tema del favorire un dialogo interculturale e interreligioso, in un mondo sempre più percorso da conflittualità e rivalità, dove soprattutto la religione è spesso utilizzata come terreno di odio e intolleranza anziché di incontro e pacificazione.

Ecco dunque che il film “L’insulto” intreccia con efficacia tali fili narrativi, mettendo in campo un racconto semplice ma al tempo stesso efficace e stratificato. L’opera ci conduce a prendere atto come un semplice accadimento, se gestito senza buonsenso e tolleranza, attraverso una falsificazioni degli avvenimenti, rischia un’escalation pericolosa e ingovernabile.

Il regista Ziad Doueiri compone il film con precisione e abilità, dando al racconto i toni serrati di un legal thriller. Non siamo però in un’aula di tribunale di stampo hollywoodiano, bensì in una regione tra le più contese e dilaniate del Medio Oriente, dove ogni parola assume un peso, diventa pietra. Doueiri si muove con padronanza del mezzo e della materia, ben supportato dagli interpreti. Meritata la Coppa Volpi a Kamel El Basha; forse il premio poteva essere condiviso anche con l’altro interprete. (per approfondire)

Un film, pertanto, che per i temi affrontati e il modo in cui gestisce il racconto è senza dubbio adatto per dibattiti e per approfondire il Messaggio del Papa: “La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace”.

“Sicilian Ghost Story”, l’importanza di fare memoria

Dopo aver conquistato critica e pubblico con “Salvo”, i due registi-sceneggiatori Fabio Grassadonia e Antonio Piazza tornano a parlare di giovani e mafia con “Sicilian Ghost Story”. Il film è stato scelto nel 2017 per inaugurare la 56a Semaine de la critique - Festival di Cannes, ottenendo molti consensi tra cui due Nastri d’argento e il David di Donatello come migliore sceneggiatura non originale. La storia viene direttamente dalla cronaca nera, dall’uccisione dell’adolescente Giuseppe Di Matteo nel gennaio del 1996, figlio del ex-mafioso Santino Di Matteo divenuto collaboratore di giustizia. Giuseppe è stato rapito e tenuto prigioniero per oltre due anni, prima di essere ucciso e sciolto nell’acido per occultarne il corpo. Un orrore di mafia che è entrato nelle cronache giornalistiche e nell’immaginario sociale del Paese, negli anni segnati da una forte tensione che ha trovato i suoi picchi tra 1992 e 1993, con gli assassinii di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e don Pino Puglisi.

Piazza e Grassadonia raccontano l’amara vicenda partendo da una storia di una tenera amicizia: Luna e GiuseppeJulia Jedlikowska e Gaetano Fernandez – sono due compagni di scuola, che si innamorano. A un certo punto però il ragazzo scompare, non si fa più vedere in classe. Luna allora si mette alla sua disperata ricerca, ma l’ambiente intorno a lei sembra ignorare la gravità dell’assenza.

Muovendo dai contorni del reale, il rapimento del giovane Giuseppe, il film di Piazza e Grassadonia alterna la narrazione con incursioni nel sogno, nel fantastico, sempre segnate da pennellate di nero. Obiettivo dei due autori è quello di accendere l’attenzione su una storia di mafia, ma anche aprire il racconto ai toni dell’educational e della memoria civile. È indovinata la scelta di affidare la ricerca della verità a una ragazza coetanea, Luna, che non si arrende davanti ai silenzi e alle omissioni della gente intorno, chiusa in un’inquietante omertà. Il film, nonostante alcuni momenti di debolezza, trova un suo percorso narrativo di senso, grazie anche allo stile suggestivo e incisivo dei due autori, che si dimostrano più maturi rispetto al successo internazionale di “Salvo”.

“Sicilian Ghost Story”, tra film denuncia e fiaba nera, si pone opportunamente nella riflessione della 52° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali per il modo lucido e incalzante di raccontare la ricerca della verità, andando al di là di paure e intimidazioni. Una verità scomoda, quella del film, che trova la forza per lanciare un messaggio di coraggio, una lezione di storia civile e sociale. Un film che lavora inoltre sulla possibilità che non vada perduta la fiducia nelle giovani generazioni, cui è affidato il rinnovamento del Paese. (per approfondire)

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