Quando sono in montagna e fuori piove, uno dei miei passatempi preferiti di sempre è costruire sul pavimento del soggiorno enormi castelli con le carte da gioco. Sono bravissima, eh! Ai tempi d’oro, quando non avevo quattrenni a tendermi agguati, utilizzavo anche tre mazzi, e guai a chi respirava! La soddisfazione più grande era posizionare le ultime due carte in cima al castello a mo’ di guglia, in equilibrio precario. Compiuta la delicata operazione, mi allontanavo di qualche passo per ammirare la mia fragile opera. Quelle due carte lì in alto catalizzavano tutta la mia attenzione: erano il coronamento della mia pazienza, il premio per le mie mani ferme.
Scommetto che anche voi provate una simile soddisfazione quando portate a termine un lavoro impegnativo!
Vi svelo un segreto: anche scrivere poesie è un lavoro assai impegnativo e di grande soddisfazione, che però rischia di venire vanificato da una conclusione frettolosa o superficiale.
Proprio come per il costruttore di castelli di carta, è il “gesto” che conclude l’opera a decretarne il successo.
Oggi imparerete a concludere la vostra poesia con versi che la coronino e allo stesso tempo la completino, la abbraccino. La conclusione deve ri-suonare nel lettore, deve lasciarlo con l’idea di portare con sé qualcosa di prezioso e intenso: con un sentimento, un’idea, un’immagine, una domanda, una comprensione.
Come fare?
Ecco alcuni suggerimenti:
Veglia
(Cima Quattro, il 23 dicembre 1915)
Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore.
...
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.
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